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Essere donna. Nascere madre – 2

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La mattina seguente mi svegliai con la triste inquietudine di chi ha fatto un brutto sogno, ma il mio incubo non svaniva alle luci dell’alba, il mio “uomo nero” non spariva sgranando gli occhi.

Tutto mi sembrava surreale, impalpabile e non riuscivo a smettere di pensare a come si fosse intrecciato questo particolare momento della mia vita, un tempismo da brivido, come se un genio maligno, un folletto dispettoso, si divertisse a mandare all’aria la mia vita nel momento esatto in cui ero pronta a compiere il primo importante passo verso di te, dopo inutili settimane di terapia; tutte quelle inutili lacrime, tutto quel turbolento e doloroso viaggio dell’anima per accettare e affrontare la tua assenza, tutto svanito in un secondo, tutto vano, perso. Bruciavo di rabbia e amarezza, poi Vittoria mi disse: “Tuo figlio è un eroe, si è sacrificato fino ad ora per te!”

E se fosse realmente stato così? E se il mio bimbo non fosse stato altro che il mio angelo custode? Certamente, se non avessi cercato di raggiungerlo, i miei occhi non si sarebbero curati del mio collo, la mia mente non si sarebbe interrogata sulla mia tiroide, non avrei mai scoperto la mia malattia o, peggio, sarebbe stato troppo tardi. Fino alla mattina del ricovero in ospedale mi sentivo abbastanza serena, sapevo di non aver scelta, non potevo sottrarmi alla mia vita, dovevo affrontare tutto e più fossi riuscita a restare calma, più sarebbe stato facile questo viaggio e presto sarebbe rimasto un lontano ricordo. Ma quella mattina andando via da casa crollai, sentii le mie gambe cedere al peso delle mie paure, tremavo e mi lasciai andare in un pianto silenzioso, mentre salutavo ogni angolo del mio piccolo nido che in quel momento mi sembrava una reggia; tutto, anche l’oggetto più banale era importante, aveva un valore speciale e sentivo di non potermene separare:«Io torno, perché tutto questo è la mia vita, perché nulla altrimenti avrebbe avuto un senso. Io riprenderò la mia vita e realizzerò tutti quei sogni che ho custodito nei miei cassetti.» Chiudendo la porta, però, inevitabilmente la paura parlò per la mia coscienza: «Chissà se tornerò.» Il primo giorno in ospedale fu lungo e interminabile, ma mi aiutò a capire cosa avrei dovuto attendermi dall’intervento e, giunta la notte, il mio pensiero era solo per te.

Amore di mamma, Angelo mio, sono qui questa sera sola e nel silenzio di questa corsia d’ospedale, le mie paure urlano come anime dannate. Avrei voluto più di qualunque altra cosa vivere di te, nutrirmi dei tuoi sorrisi, scaldarmi con i tuoi abbracci; ho creduto in questi mesi di essere io, forte, per noi, di poter affrontare tutto per te, per la nostra famiglia, ma tu hai già fatto per me più di quanto non abbia fatto io per te, l’eroe sei davvero tu. Io non ho ancora saputo donarti la vita e tu già mi stai dando la possibilità di rinascere un’altra volta. Prendimi per mano, piccolo mio, e portami a vincere la nostra battaglia, tu sei la mia arma migliore, tu sei il faro che ha acceso questo cammino e io non posso deluderti. (…)

 

Estratto di “Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

Essere donna. Nascere madre – 1

EssereDonnaNascereMadre-1920x820… Continuai il protocollo come indicato dal medico, acido folico in compresse dal primo giorno del ciclo e gonadotropina sottocute dal secondo al quarto. Io che ho sempre avuto una paura ancestrale per gli aghi e le punture, non saprei dire quante volte, in questi mesi, abbia chiuso gli occhi per farmi “bucare”: adesso anche la mia pancia diventava un colabrodo. Ogni sera alla stessa ora, come un rito, lasciavo che Andrea si occupasse di me, di noi, e mi somministrasse il farmaco; in fondo, fare l’iniezione per lui era l’unico modo per partecipare attivamente a questa avventura o, forse, era l’unico modo per sentirmi meno sola: quel momento, quel fastidio, quella battaglia, così, diventava anche sua, ed io avevo meno paura. Al quinto giorno del ciclo feci il primo monitoraggio ecografico e il primo dosaggio di estradiolo post stimolazione: ero emozionata, non avevo idea di cosa mi aspettasse, continuavo a chiedermi come le mie ovaie avessero risposto a quei giorni di trattamento ed ero terrorizzata all’idea che mi dicessero: “Qui tutto tace!” o, al contrario: “Siamo in iperstimolazione, dobbiamo sospendere tutto.”  E la mia mente non riusciva a far altro che riportare alla luce le emozioni provate ad Alcamo, quando durante l’ecografia Giorgio mi aveva detto che le mie ovaie non avevano risposto adeguatamente al CLOMID ed io avevo creduto di morire.

Questa volta però mi sentivo diversa: non ero sola, Andrea era al mio fianco, e tutto mi sembrava essere gestito con un’attenzione e una professionalità alle quali non ero abituata, ma che mi aiutavano a stare più serena e, soprattutto, alla luce di quanto vissuto fino ad allora, ero cosciente del fatto che non potevo far altro che stare a guardare e mettere la mia famiglia e la tua vita nelle mani di Dio. Trascorsero i giorni e un’ecografia dopo l’altra si avvicinava il momento della IUI: tutto procedeva al meglio e i medici mi seguivano con attenzione accompagnandomi in questo tortuoso cammino. Tutti disponibilissimi, mi sentivo quasi coccolata, un’atmosfera surreale ogni mattina in quella sala
d’attesa dove ormai gli stessi volti erano quasi familiari, altre coppie che come noi cercavano di coronare il loro sogno di famiglia, altre donne che come me vivevano l’angoscia di non poter essere madri, i nostri occhi si scrutavano timidi, una frase ogni tanto, ma tanta silenziosa complicità, accomunate dallo stesso terribile dolore.

Era quasi tutto pronto; al controllo del 25 marzo il medico mi disse che stavamo raggiungendo la condizione ideale, ancora un paio di giorni e avremmo potuto procedere.
Le mie emozioni avevano ormai preso il volo: se nei primi giorni dominava la paura della delusione adesso mi ero abbandonata alla piacevole sensazione della speranza, in fondo, c’era davvero la possibilità che tutto andasse bene e io volevo crederci, mi sentivo forte, felice, serena. Quella stessa mattina ricevetti la mail del dottor Attardi, l’endocrinologo, il quale mi chiedeva di incontrarci il giorno seguente al suo studio: era pronto l’esame citologico dell’agoaspirato tiroideo. Già, perché tra le altre cose, senza dargli alcun peso, mi ero fatta “pungere” il collo, certa, come tutti, che sarebbe stato negativo. Visto il mio quadro clinico, francamente associabile a tiroidite autoimmune, la scelta di fare il citologico era dettata solo dal voler scongiurare la maledizione delle diagnosi tra colleghi; il dottor Attardi, infatti, mi aveva più volte ripetuto sdrammatizzando:
“L’agoaspirato è praticamente superfluo, ma visto che sei una collega e moglie di collega lo facciamo, perché le cose storte capitano sempre con i colleghi.”
E con questo spirito acconsentii, seppur infastidita dall’idea di quella mega puntura.

Era un martedì sera, dopo una pesantissima giornata di lavoro: andai con Andrea all’appuntamento con l’endocrinologo, dopo una breve attesa ci accomodammo in una delle due sale da visita e sulla scrivania l’efficiente assistente aveva già preparato i miei referti, ma il medico non c’era ancora, così chiesi ad Andrea, ridendo come un bimbo che fa una marachella, di sbirciare. «Vale, non vedo bene, guarda che non arrivi nessuno… Tireociti… inclusi nucleari… È tutto normale!» «Andrea, scusa, ma nel linfonodo non devono esserci tireociti!» «Sì, ma sono nel nodulo… o nel linfonodo? Non vedo bene.» «Va bene, dài, lascia stare, che sto già per sentirmi male. Adesso, ce lo dirà lui.» Arrivò il medico: «Vieni, dottoressa.» Mi prese per mano e mi portò nell’altra stanza per una nuova ecografia. Qualcosa cominciava a non quadrare: «Perché di nuovo?» Chiesi.
«Questo linfonodo è ripetitivo, ci sono cellule tiroidee… Dottoressa, la dobbiamo togliere.» «Ma cosa?» «La tiroide… è un carcinoma.»

Ancora una volta, come una ghigliottina sul collo, la vita mi veniva addosso con rapida violenza, senza neanche darmi il tempo di capire, di pensare… Ancora una volta mi perdevo nel mio spazio virtuale sordo e muto, non poteva essere vero, e mentre Andrea mi asciugava le lacrime, ancora stesa sul lettino non potevo non pensare a te… Ancora una volta ero stata scaraventata lontano dal mio angelo proprio a un passo dall’accarezzarlo. La settimana a un tratto cambiò colori e profumi, dacché mi aspettavo giorni sereni di speranza a che ero finita nel baratro più buio… Avevo un cancro! Il dolore, la paura, la disperazione mi paralizzavano, non riuscivo a smettere di piangere, continuavo a chiedermi cosa avessi fatto per meritare tutto questo, come potesse Dio aver un simile progetto per me. All’improvviso, il mio orizzonte si era ridotto a un punto, tutte le possibili strade della mia vita erano sparite, ero di fronte a un unico terrificante tunnel senza luce né aria. Ancora una volta dovevo piegarmi al volere degli eventi e accettare di rinunciare a te e questa volta non solo a te, ma a tutto quello che fino a quel momento aveva dato un senso alla mia vita… mio marito, la mia famiglia, le mie amiche… Tutto l’amore che avevo dato e ricevuto era perso, avrebbe lasciato spazio a un immenso incolmabile vuoto, freddo e informe, solo bruciante dolore!

 

Estratto di Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

continua…