Articoli

Passeggiando nell’orto, la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno..

inbeccoallacicogna “Che cos’è volere un figlio e desiderarlo tanto? Un desiderio autentico e profondo o una stupida ostinazione? È un’ossessione? O, peggio, solo un capriccio? Esiste forse un diritto ad avere i figli?”

Premesso che ho una particolare avversione per l’espressione “diritto ad avere figli” e preferisco il più giusto, sobrio e realistico “diritto a tentare di avere figli”, in senso stretto no, non esiste un diritto del genere, visto che la dichiara- zione universale dei diritti dell’uomo del 1948 sancisce solo quello di fondare una famiglia, così come gli articoli 2, 29 e 31 della nostra costituzione. Nondimeno le persone sterili o infertili, vale a dire incapaci di procreare senza assistenza, e che vorrebbero farlo, forse hanno titolo per aspettarsi che sia fornito loro l’aiuto medico di cui hanno bisogno, per completare la loro idea di famiglia. Ecco. Io parlerei allora piuttosto fin dall’inizio di bisogno. Ho bisogno di un figlio più che ho diritto a un figlio. Le persone hanno bisogno di avere figli? Sì, ce l’hanno. Perché se alcune coppie riescono a superare il dolore di questa mancanza, per altre la vita è devastata. Letteralmente devastata.

Come testimonia una delle tantissime lettere che ho ricevuto dopo la pubblicazione del mio romanzo “Le difettose” (Einaudi 2012). Me l’ha scritta Claudia e mi ha colpito al cuore, per l’asciuttezza e contemporaneamente per l’intensità della pena: ‘Spero di trovare conforto perché sto male, tanto da prendere psicofarmaci. Questo figlio è diventato un’ossessione e mi ha distrutta. Sono a pezzi, piango, ho l’ansia, non riesco a lavorare, sto andando da un’analista. Ogni volta che arriva il ciclo è un lutto, così dopo tre anni sono a terra. Ogni giorno devo lottare con me stessa, perché oggi il problema sono io, oggi non saprei neanche prendermi cura di un bambino. È dura, a volte mi dico che sarebbe più semplice se tutto finisse. Se hai un consiglio per me, scrivimi, ti prego.’

Il desiderio di un figlio è sempre complesso e ambivalente, contiene una componente narcisistica e utilitaristica (un tempo per i nobili gli eredi erano un modo di perpetuare la specie, per i poveri di avere un aiuto economico), racchiude la voglia di lasciare una traccia nel mondo, di riparare qualcosa della propria precedente situazione familiare, rappresenta il conformismo e l’adesione alle tradizioni, a volte contiene la speranza di salvare una relazione. Insomma, si fanno figli per amore, per noia, per abitudine, per paura della morte. E tutte le motivazioni sono infinitamente più oscure e confuse di quello che si ammette.

Una cosa abbastanza chiara è che volere un figlio all’inizio è un atto intriso di egoismo. Dopo, solo dopo essere nato, il figlio ti educa all’alterità.

Un’altra cosa indubbia è che questo desiderio non sia un desiderio come un altro. Anche se non credo che la maternità sia necessaria per sentirsi pienamente donne, anche se il desiderio di un figlio non è universale, appartiene alla maggioranza delle donne, forse, ma non a tutte, anche se si è madri in tanti modi e la maternità non si esaurisce nel fare i figli (Anna Maria Ortese diceva che «creare è una forma di maternità, educa, rende felici e adulti in senso buono»), tuttavia un figlio rappresenta un’esperienza enorme e unica, non surrogabile, irreversibile, che va a toccare profondamente l’identità femminile, costituendone una delle espressioni più vaste e articolate.

Di conseguenza non riuscire a realizzare questo desiderio non è come non realizzare un altro desiderio. La diagnosi di sterilità giunge ad incrinare profondamente la progettualità che riguarda sia il corpo che l’anima di una coppia, è una ferita che apre le porte ad angosce di svuotamento, che espone a un vissuto di vergogna, che evoca il fantasma dell’invidia nei confronti delle madri. In tutte le epoche, in tutte le civiltà e in tutte le religioni non avere figli è stata considerata una disgrazia. Anzi, peggio, una punizione divina. Che relegava ai margini della società e metteva nelle condizioni di poter essere ripudiata.

Una donna sterile sente di mancare di uno dei requisiti principali della sua femminilità, non certo accessorio. Defraudata di un diritto elementare, si percepisce l’anello mancante di una catena millenaria. Le ricerche di Carol Baumann dimostrano che donne incinte tendono a sognare, con una frequenza sorprendente, l’atto di intrecciare fili e di tessere. Ecco. La donna sterile si sente esclusa dalla trama della vita e dal tessuto della società.

Sterile è sinonimo di improduttivo, inutile. Incapace. Inferiore. È un aggettivo che suona come un’accusa. Introduce sospetti. Un tempo, per sottrarsi a questo stigma, si era disposti a comprare neonati. Addirittura a rubarli. E anche se oggi restare senza figli è diventato più accettabile che in passato, il problema in fondo a se stessi rimane. E non smetterà di ritornare anche con l’avanzare dell’età, quando si ritiene ormai di averlo superato. A volte basta poco per far riemergere la lacerazioni di un lutto. Il morto non c’è, è vero. Perché il figlio non c’è. Ma l’intensità del dolore è pari a quello provocato dalla scomparsa di un parente stretto. La lacuna filiale diventa dunque una lesione che non conoscerà mai definitiva sutura. E che può portare addirittura a un pensiero di suicidio. Come anche Claudia lascia intendere nella sua lettera.

A questo buco esistenzial-ontologico si aggiunge la riprovazione sociale e il mancato riconoscimento della donna sterile. Ancora oggi c’è la tendenza a considerare la donna senza figli come una fallita, da biasimare o compatire. Soprattutto ora che, dopo anni in cui era caduta nel dimenticatoio, la maternità è tornata di gran moda. Attualmente la pressione ad avere almeno un figlio, altrimenti si è donne a metà, è ritornata più forte che mai. Basti pensare alla realtà oceanica delle blogger mamme, che coinvolge tre milioni di donne attive sul web, addirittura otto se si contano pure le lettrici, che, in uno stile generalmente ironico, raccontano equilibrismi e difficoltà a conciliare casa, amicizie e lavoro, ma in modo sotterraneo e conservatore vanno ad alimentare l’idea della super donna-madre-moglie-amica-lavoratrice quasi perfetta e molto competitiva. E se manca un tassello, quello dei figli, appunto, tutto il castello crolla.

Questo contesto “immaginario” produce una difficoltà a parlare della propria sterilità. Con amici, colleghi, parenti, addirittura con la propria madre. Per cui il lutto e la disperazione non conoscono neppure la catarsi di un lutto normale, col funerale, le lacrime, le condoglianze. E questa solitudine può essere devastante, aggiunge dolore a dolore.

Per questo ci si butta in rete. Ed è nei tantissimi forum di coppie infertili, che affiora la disperazione e il dolore per la propria condizione di non madri. Disperazione e dolore puri, non capricci. Lo stesso dolore e la stessa disperazione che contiene il grido di Rachele, moglie di Giacobbe, nella Bibbia: «Dammi dei figli sennò muoio». Il suo grido, così forte e nitido, attraversa i secoli, accomuna le donne di tutte le razze e culture, e, arrivando fino a noi, s’intrufola nelle numerosissime chat in cui ci s’incontra per sfogarsi e cercare consigli, consapevoli che solo un’altra donna con lo stesso tipo di desiderio e difficoltà potrà comprendere.

Ed è lo stesso dolore e la stessa disperazione che si scorgono nelle favole di tutti i tempi e di tutte le nazioni: La bella addormentata nel bosco, Raperonzolo, Rosaspina. Sono solo le più famose. Ma sono tantissime le favole che raccontano regine e re intristiti per l’incapacità di avere figli. Re e regine. Che quindi avrebbero tutto per essere felici. Eppure manca loro qualcosa di essenziale.

E allora può accadere che una regina debba prima far uccidere un drago e, solo dopo averne mangiato il cuore cucinato da una vergine, resterà incinta, come ne Lo cunto de li cunti. O che, ne La principessa nera, una donna, disperata davanti alla propria pancia vuota, preghi sia Dio che il Diavolo per avere aiuto. Oppure che, come in una favola veneziana, un mago offra a una coppia senza prole una mela, dicendo alla moglie di mangiarne la polpa, da cui nascerà Pomo, mentre dalla buccia, mangiata dalla fantesca, verrà fuori Scorzo, allevato come un vero e proprio fratello del primo. Percorsi lunghi e complicati, quindi, conflittuali e fuori norma: ogni procreazione non standard origina rotture. Come la procreazione assistita, che sradica un assetto secolare di relazioni, ci costringe a rivisitare il significato profondo dell’essere genitore, figlio, fratello. Anche in Rosmarina i protagonisti sono un re e una regina. «Passeggiando nell’orto la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno. E disse: “Guarda un po’: quella lì che è pianta di rosmarino ha tanti figlioli, e io che sono regina non ne ho neanche uno!”» E la frase non nasce da un eccesso di cupidigia ma dalla perplessità nei confronti di un’incomprensibile ingiustizia.

In una fiaba dell’Estonia una regina, sofferente per la mancanza di prole, incontra una vecchia zoppa che le regala un piccolo uovo. Lei lo tiene accanto al suo seno, proteggendolo con la massima cura e, nel momento preciso in cui ne uscirà fuori una piccola bambina in miniatura, la regina scoprirà di essere incinta. Dopo aver partorito il figlio biologico, crescerà entrambi come fratelli, anche se la figlia nata dall’uovo conserverà un forte legame con la presenza misteriosa della vecchia zoppa, nel frattempo diventata una splendida fanciulla. E qui, in quest’ovetto regalato, non si sa bene per quale motivo, in questa specie di altra donna e altra madre, che non si sa bene chi è – strega agli occhi del mondo, bellissima ragazza per chi riceve il dono – è possibile vedere un riferimento inconscio e ante litteram alla fecondazione eterologa.

Come un sogno profetico. Come un lampo che di notte per un attimo fa apparire cielo e terra. Come certe visioni rivelatrici che accompagnano l’immaginazione degli uomini attraverso i secoli.”