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Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/

Reazioni

Quando si riceve e si prende coscienza di avere un problema di fertilità, le reazioni vostre, del partner e di chi vi sta vicino, come familiari e amici, possono essere diverse, soprattutto da come ve le aspettate.

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Storia semiseria di un’aspirante mamma: PMA e diavolerie simili

Io faccio parte di quella categoria di donne che fa, sempre, e dico sempre, fila alla cassa sbagliata. Quindi, non mi sono stupita più di tanto quando, incolonnandomi idealmente nella fila “DONNE ASPIRANTI MAMMA” al momento di riscuotere la mia beneaugurale dose di fortuna, il Cassiere (rectius : destino, provvidenza, Dio, Buddha ecc. ecc) ha immotivatamente abbandonato il posto di lavoro.

Nell’attesa estenuante che ne è seguita, ho setacciato gli anfratti internettiani per acquisire informazioni sul concepimento, sull’apparato riproduttivo, sulla trasformazione cellulare, sulla qualità ovocitaria ed embrionaria, tanto che meriterei una STANDING OVULATION per l’impegno. Ho studiato tutte le posizioni che avrebbero potuto migliorare la fecondazione (consiglio la posizione dell’aratro), l’andamento delle maree, le lune più feconde, l’influenza di altri pianeti e galassie limitrofe. Ho digitato su tutti i calcolatori automatici di internet, per individuare quali fossero i giorni più fertili (il mio preferito è www.periodofertile.it). Ho comprato stick canadesi (eh si anche gli stick hanno nazionalità) e poi, per esigenze di tasca, anche cinesi : uguali ai primi ma con un foglietto illustrativo più lungo. Ho comprato il costosissimo computer “persona” che promette di dirti, attraverso una serie di accattivanti faccine sorridenti, quali sono i giorni più fecondi.

Ho usato tutte le mie pause-sigaretta leggendo parossisticamente forum come www.mammole.it, www.cercounbimbo.net e www.forum.alfemminile.com, dove altre donne ansiose, e in fila alla stessa cassa, si confrontano sui sintomi predittivi di una gravidanza. E, qui, il grande dramma. Alla ricerca di quell’enciclopedica rassegna di sintomi, universalmente associati allo stato di gravidanza, ho osservato le seguenti malsane condotte : autopalpazione con approccio mammografico, anche in orario e ambiente lavorativo, camuffata da simulati e immaginari pruriti, abbuffata alimentare smodata con ovvie conseguenze sull’apparato intestinale e deiezioni altrettanto smodate, ispezioni scrupolose di mutande e carta igienica al momento della minzione, ripetute e indotte minzioni al solo fine di ispezionare, in solitaria aspettativa, mutande e carta igienica…fino ad approdare alla malsana e casuale spremitura di altre parti del corpo (narici, polsi, piedi ecc), alla ricerca di fanta-sintomi non ancora decodificati, ma propiziatori.

Ho cercato, poi, di scovare altri e diversi segnali predittivi di una gravidanza rastrellando la natura, l’oltretomba, la medicina alternativa, i notiziari con aggiornamento su eventi catastrofici…e poi…ho compreso: non faccio parte di quella schiera nutrita di donne che alla prima riserva mentale, neanche esternata al compagno, è già incinta. Non sono una di quelle donne che con la semplice imposizione delle mani, del pensiero, della preghiera della zia oltreoceano, dell’intervento divino, delle intercessioni di tutti i parenti morti ma sempre benevoli, può godere della sfacciata fortuna di rimanere incinta. Non faccio parte di quelle donne che già sanno che rimarranno incinta a marzo, così potranno godere delle ferie natalizie per riprendersi dopo il parto. Non faccio parte di quelle donne che possono dire all’amica sfigata che “se si rilassa succederà il lieto evento”… Il consiglio del rilassarsi-che-poi-arriva merita di essere liquidato con il seguente termine :“tautologico” che non è, di certo, parola bella come “petaloso” e che ha, in realtà, tutta la briosa aspirazione a diventare un insulto, ma pronunciato con stile e garbo.

No, io faccio parte di quelle che non sapevano che fosse così difficile ma ora lo sanno bene. E’ stata un’illuminazione. Una volta ricordo di essere incappata in questo sito dove c’erano tante parole strane tipo pma, icsi, fivet, pgd, pick up, transfer, crioconservazione e simili, mentre le ragazze si auguravano, tutte accorate, cose tipo “in becco alla cika” che sta per la cicogna, o si apostrofavano come fivettare, o si confrontavano su valori con sigle oscure come fsh, amh del terzo e anche del ventunesimo giorno del ciclo. Devo ammetterlo …ho pensato…poverine queste non riescono a rimanere incinte, sono proprio sfortunate…e poi ho scoperto la dura verità…che pure io, in fila alla cassa “DONNE ASPIRANTI MAMMA” privata ingiustamente della mia saccoccia di fortuna, ero stata deviata verso la tangenziale “FECONDAZIONE ASSISTITA”.

E qui, ti ritrovi a presentarti al desk di questi luoghi, fatti solo per noi della tangenziale, con il foglio del ginecologo che lì ti ha dirottato, e che riporta etichette tipo infertilità sine causa o infertilità femminile per PCOS o endometriosi, o infertilità maschile per azoospermia, teratospermia o altre parolacce simili. Con un certo imbarazzo, e con il tomo di esami che confermano la diagnosi di cui sopra, vi fanno accomodare nella sala d’attesa dove incontrate altri della vostra species. Devo dire che l’infertilità è democratica : colpisce giovani, meno giovani, alti, bassi, biondi, mori, magri, robusti, belli, brutti, insomma, tutti.

E quando sei lì, e maledici il destino mentre cerchi ancora di metabolizzare che la strada è in salita, ti volti e le vedi : foto ed ecografie di bimbi sorridenti che hanno un nome e ringraziano di essere venuti al mondo. Allora, e solo allora, nonostante tutta la fila alla cassa, l’attesa, le lacrime, lo studio matto e disperatissimo, i fanta-sintomi, le montagne russe ormonali, cominci a coltivare la luminosa speranza che, magari, e dico magari, un giorno, ci sarà anche il vostro bimbo, su quella parete, a sorridere a dei perfetti sconosciuti che li guardano estasiati, e tremuli di lacrime e speranza

Dal blog La Fabbrica delle Donne

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Sono Mamma grazie alla PMA

Per anni non sono riuscita a dire che ero mamma grazie alla PMA, mi vergognavo quasi fosse una colpa.

Poi arriva il giorno dove fai pace con te stessa e ti perdoni.

Ti perdoni per non esserti accettata così come sei.

Ti perdoni perché hai avuto la fortuna di raggiungere il tuo più grande desiderio.

Ti perdoni perché invecchiando cambiano i punti di vista.

Ti perdoni perché hai capito che non è una colpa.

Da sempre il mio unico desiderio era quello di avere una famiglia e dei figli, tanti figli.

Volevo diventare mamma da giovane, volevo godermi con un po’ più di leggerezza e incoscienza la crescita dei bambini.

Non avevo preso in considerazione la possibilità di non avere figli, di non trovare il compagno giusto, o qualsiasi altro impedimento, la cosa che da sempre per me era la più naturale e normale per ogni donna non poteva non accadere.

Ma la vita non è mai andata da subito come immaginavo e allora dopo i primi mesi dove anche se un figlio non arriva è tutto normale, iniziarono le ansie, le preoccupazioni, e le paure per l’impossibilità di rimanere incinta.

Prima di accettare l’evidenza e decidere se ricorrere alla procreazione medica assistita provi di tutto:

provi a non pensarci e fai l’amore quando ti va

provi a pensarci e fai l’amore solo nei giorni giusti

provi a prendere la temperatura basale (termometro speciale, sveglia sempre alla stessa ora e grafici per capire dopo mesi qual è il giorno perfetto e sperare che non scenda mai…)

provi a  prendere integratori consigliati dalle amiche (perché tutte abbiamo un’amica che è rimasta incinta dopo aver preso qualche “bacca miracolosa“)

provi a monitorare l’ovulazione con gli stick canadesi (anche qui mesi e mesi di studio per comprendere come mai quelle lineette non sono mai così nitide come quelle del foglietto illustrativo)

provi, provi e provi…

Ma ogni mese alla vista del ciclo ti si spezza il cuore.

Perché se cerchi un figlio così intensamente, altrettanto intensamente la tua mente si burlerà di te facendoti percepire tutti i possibili sintomi di una gravidanza già dal giorno dopo il rapporto perfetto (quello avuto esattamente il giorno nel picco dell’ovulazione confermato dagli stick, muco, e dolorini alle ovaie).

Quanti test negativi, fatti da sola senza confidarlo a nessuno e buttati via con le lacrime agli occhi.

Dopo averle provate tutte senza alcun risultato ho iniziato a vergognarmi, come fosse una colpa.

La colpa di non riuscire a fare un figlio.

La colpa di essere una donna a metà.

La colpa di sentirmi sbagliata.

Ma le colpe sono altre!!

Così dopo aver sempre sorriso e risposto un secco ma poco convinto “non adesso!” all’unica domanda che non avrei mai voluto sentire :”Allora, quando lo fate un figlio?”, è arrivata la consapevolezza del “così non può continuare”, dovevo decidere se davvero desiderassi un figlio e farmi seguire in un centro per l’infertilità o farmene una ragione accettando quello che la vita aveva in serbo per me senza sensi di colpa vivendo il presente senza SE e senza MA.

Ai sensi di colpa per fortuna c’è una fine e scatta qualcosa nella mente che ti dona la consapevolezza di un futuro felice qualunque esso sia.

Questa è la prima volta che scrivo e parlo della mia infertilità, delle difficoltà vissute prima di stringere tra le braccia il dono più prezioso, non riuscivo ad accettarlo, ma dopo la malattia vedo il mondo da un’altro punto di vista e anche quello che prima mi lacerava l’anima adesso mi sembra un dono.

Mi sembra un dono essere riuscita a partorire in casa dopo aver scelto durante la gravidanza di farmi seguire dall’ostetrica.

Vorrei che nessuna donna mai si sentisse come mi sono sentita io, inadeguata, sbagliata, in colpa e vorrei che ogni donna un giorno potesse come me ritenersi fortunata.

Mi sento una donna fortunata perché ho avuto la possibilità di avere due bimbi, uno è arrivato grazie alla testardaggine della sua mamma e del suo papà che non si sono mai rassegnati ad una vita senza figli e hanno fatto più tentativi di procreazione medica assistita, fino al positivo di novembre 2011. Eravamo seguiti presso il Promea da dicembre 2010 ed era il mio terzo ed ultimo tentativo.

Hai presente quelle date che non si scordano mai?

Una di queste per me è il giorno in cui, dopo aver fatto (tremando e pregando chiunque fosse in ascolto) l’esame del sangue 14 giorni dopo la ICSI, mi hanno chiamata dal centro di PMA per comunicarmi l’esito delle Beta Hcg: “Signora sono positive, lei è incinta!”

Il cuore sembrava esplodermi nel petto, non si fermava più!!! E continua a battere ancora così ogni volta che guardo Sara dopo quasi 5 anni.

L’altro piccolo è arrivato in maniera naturale e inaspettata dopo 3 tentativi andati male di PMA come spesso accade quasi a burlarsi di tutte le sofferenze. Perché anch’io potessi dire una cosa nella quale non credevo e che detestavo sentirmi dire:  “Ma lo sai che quando ho smesso di pensarci è arrivato!!”

Le colpe sono altre e ricorrere alla PMA per realizzare un sogno ed avere la famiglia che desideravo non è una cosa di cui vergognarsi.

Mi piacerebbe essere d’aiuto alle donne che sono all’inizio di questo difficile, duro e a volte lungo percorso, così ho deciso di raccogliere e condividere testimonianze, emozioni ed esiti positivi per dare speranza a tutte le future mamme.

 

Post pubblicato sul blog Lettoaquattropiazze.it

La mia avventura più bella

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Come la maggior parte della coppie anche io e mio marito, dopo qualche anno di convivenza, desideravamo un figlio e così, dopo il matrimonio, abbiamo inziato a provare a realizzare il nostro sogno. I primi mesi la gravidanza, o meglio, la mancata gravidanza, non era per noi un peso insopportabile, anche la ricerca del figlio non era ancora diventata una nostra ossessione, ma poi, i mesi passavano e non c’era mai nessun ritardo.

Ci siamo confrontati e poi rivolti a degli specialisti, abbiamo fatto analisi, controlli, visite, code interminabili, abbiamo navigato su internet alla ricerca di risposte, abbiamo capito che la fecondazione assistita sarebbe stata la nostra nuova avventura.

Inizialmente non l’abbiamo presa bene, inutile negarlo, ci vergognavamo quasi a parlarne, poi abbiamo capito che non c’era niente di male, niente di vergognoso, avevamo un problema (uno dei tanti) e come tutti i problami andava affrontato e, magari, risolto.

Non è stato facile, mi sembrava di vedere ovunque donne incinte e neonati, carrozzine e tutine, probabilmente non era così, probabilmente camminando per strada è fisiologico incontrare una donna incinta o una donna con un neonato nella carrozzina, ma a me sembrava di vederle ovunque.

Dopo tutti i controlli abbiamo iniziato a “bucarci” in senso buono, era il momento degli ormoni, piccole punture sulla mia pancia che si preparava ad ospitare mio figlio.

L’avventura della maternità è così iniziata ancora prima di rimanere incinta, perchè prepararsi per la fecondazione assistita significa preparare il corpo a qualcosa che forse, e solo forse, accadrà.

E’ stato un percorso difficile ma, se mi guardo indietro oggi, non mi ricordo neanche il dolore o l’attesa,  se mi guardo indietro mi guardo con tenerezza, con il sorriso.

Non avrei mai pensato che sarebbe successo a me, forse è questo quello che ci frega, forse il fatto di non essere preparate all’eventualità, alla possibilità che avere un figlio non sia una cosa semplice o naturale è l’ostacolo ‘mentale’ è quello  più difficile da superare.

Un ostacolo che dobbiamo saltare, per noi, per i nostri figli, per aiutarli a non cadere nel pregiudizio e nella paura che, a volte, qualcosa può andare storto, può andare diversamente da quanto pianificato, per aiurali a comprendere e a capire che l’infertilità è una malattia e come tale va curata, non è un capriccio, è un desiderio che per prendere corpo ha bisogno di farmaci, fatica e qualche aiuto in più.

E poi, solo poi, arriverà la pancia, le nausee, il travaglio e quei leggerissimi tre chili sulle braccia che, se ti guardi indietro, ti fanno dimenticare tutto, anche la paura di non farcela.