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Una fra tante

Mai come oggi sono donna. Con questo sangue che mi scorre fra le gambe a tradimento e mi ricorda che ho fallito. Anche questa volta. Ho 36 anni da due mesi e sono una di quelle donne che ha aspettato “il momento giusto”, una di quelle che ha desiderato la certezza di una casa con due camere da letto, un mutuo accordato, una storia d’amore che potesse diventare una storia di vita, un lavoro a cui dedicare più ore del dovuto, quasi in cerca di una legittimazione, di un’autorizzazione a nove mesi di stand by. Sono una di quelle donne che all’inizio pensava bastasse sospendere la pillola e abbandonarsi ad una passione libera negata troppo a lungo, una di quelle che si è messa in fila in farmacia, sperando di chiudere la coda,ed ha sussurrato imbarazzata “mi consiglia uno sticker per monitorare l’ovulazione?”.

Sono una di quelle donne. E ora so che sono una fra tante.

Ci è voluto un anno per capire che non bastavano i consigli, i “non ci pensare e vedrai che arriva”, non bastavano memo sul calendario e post-it colorati attaccati al frigorifero, le vacanze per rilassarsi, le posizioni acrobatiche facilitatrici. Un anno per capire che alla fine non bastavamo noi.

Mi sono tornati alla memoria i 18 anni, le paure tra i banchi delle superiori, i consigli di quella che “l’ha fatto a 16 anni e lei sì che può dirti come non restare incinta…” Se solo me l’avessero spiegato allora che non correvo alcun rischio, che potevo risparmiarmeli le dieci mila lire spese per il test di gravidanza fatto con le mani che tremavano nel bagno di Ragioneria. Se solo me l’avessero detto a 22 anni, quando la luce del giorno mi ha portato alla memoria una notte sbagliata e, mano nella mano con una di quelle amiche che ti scegli per queste cose, mi sono seduta di fronte ad un’operatrice di un consultorio a chiedere con un filo di voce la pillola del giorno dopo…

Non me l’hanno detto. Me lo sono sentita dire a 35 anni che avevo probabilità pressoché nulle di avere un figlio naturalmente. Lo ha fatto un ginecologo in uno studio completamente bianco dove mi sembrava di sentire l’eco di numeri e statistiche. Stava seduto alla scrivania, col sorriso di chi vuole farti capire che sei al cospetto della scienza assoluta. Per qualche istante mi sono sentita lontana da lì. Ho sentito la mano di Simone sulla mia, quel suo “non preoccuparti, andrà tutto bene, ci penso io a te” che passa dal calore del suo palmo e mi si tuffa dritto nell’anima. L’ho guardato e, per la prima volta da quando mi sta accanto, ho pensato “questa volta tu non puoi farci nulla”.

Abbiamo iniziato così. Nove prescrizioni: sei per me e tre per Simone. Esami del sangue, indagini genetiche, visite più o meno invasive, test con nomi impronunciabili, quasi da farci dell’ironia… E poi monitoraggi, costanti, cadenzati, altri post-it al frigorifero, altre memo nel calendario… Alla fine sono arrivati i farmaci, quelli che appena comprati devi buttare il bugiardino nel cestino per non fare un passo indietro. Quelli che ti ripeti “è per un buon motivo, poi faccio sport e mi disintossico” e giù un’altra pillola. Le punture di ormoni nella pancia arrivano verso la fine: la prima me l’ha fatta Nico, non perché è infermiera, ma perché di lei avevo bisogno. E non solo per capire che l’ago lo devi infilare di sbieco. Alla terza sono riuscita a non fare uscire più il sangue, sono diventata brava. L’ombelico quasi scompare in quel quadro a schizzi e pois neri, che ti ricordano il lato della dose del mattino quando chiusa in bagno, seduta sul water, inietti la dose della sera.

Ci ho fatto un fine settimana ad Amsterdam con i farmaci nel bagaglio a mano. Al check-in ho parlato piano “sto facendo una fecondazione assistita, sono delle medicine che mi devo somministrare ogni giorno”. Non mi hanno chiesto altro, non ricordo ci fosse una donna alle ispezioni, so per certo che ho pensato che meritavo rispetto, che avevo coraggio, fosse anche solo per quell’andirivieni di pianti e risate che stravolgono l’umore, mentre ormoni impazziti governano nel modo più innaturale che esista i ritmi di un involucro di donna.

Ho portato a termine sei PMA: procreazioni medicalmente assistite. Gli embrioni erano sempre buoni, reattivi, pieni di speranza, proprio come noi, dalla prima alla sesta. Nessuna di queste è diventata una gravidanza. Dal giorno dell’impianto degli embrioni al test di gravidanza passano due settimane. In mezzo a uno spazio di vita così breve ci sono emozioni che io credo non si possano nemmeno raccontare. O forse non riesco a raccontarle io. Non riesco a farlo oggi, oggi che a muso duro affronto la mia sesta sconfitta.

Sono anche tornata in chiesa in questi ultimi quattordici interminabili giorni d’attesa, quasi ogni mattina alle 8 e 10 prima di andare in ufficio, in una cappella a pochi passi dal lago. Ci entravo di nascosto, come ci si vergogna di un ritorno negato troppo a lungo.  Un sacerdote nordafricano celebrava la messa del mattino, lo faceva col sorriso. Avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa e qualsiasi credo mi sembrava più saldo dei miei nervi. Pensavo che le sue preghiere – perché io le mie non riuscivo a recitarle – la sua serenità, la sua fede avrebbero chetato i miei dubbi, la mia mancanza di fiducia e le mie scarse probabilità. Ho fatto un baratto con Dio: “ti riguadagni una fedele, anzi due! Porto qui anche il bambino. Lo battezzo di domenica mattina mentre suonano a festa le campane, lo vesto di bianco col pizzo, faccio un ricevimento di quelli che per un giorno riuniscono tutti i parenti. Metto pace fra tutti. Faccio pace io con te”.

Ho un angolo del cuore che conosce poche e rare intimità, dove non trova spazio nemmeno l’invidia ma la viva speranza di sapere “che se ce l’ha fatta lei magari ce la faccio anch’io”. In quest’angolo oggi si consumano parole che finiscono in domane, e tra queste non riesco a non chiedermi a intermittenza “perché a me?”. Negare la vita a chi la sogna è come fermarti il respiro, lasciare che ti chiudano naso e bocca premendoci forte la mano, trovarti a corto di forze e con la testa sott’acqua, muta e senza fiato, a guardare con gli occhi spalancati quello che ti scorre intorno mentre a te non accade niente. “Niente”: sei lettere che a fine corsa quasi sembrano il tuo nome. Perché chi non ha conosciuto i corridoi che portano a questa scelta non sa che alla fine ti senti così: niente. Un contenitore vuoto, un serbatoio gonfio di intrugli che hanno stravolto umori, coppie, sonni… E tutto per niente. Quando le tue braccia vorrebbero solo stringere il tutto di un’esistenza.

Oggi è di nuovo il turno mio. Guardo il foglio e scandisco sulle labbra secche “N E G A T I V O”. Te lo dovrebbero dire in un altro modo che non ce l’hai fatta a diventare madre. Ti dovrebbero aspettare sulla porta con un abbraccio, tenerti le mani, ricordarti che hai ancora tempo, anche se nemmeno più tu ci credi. Mi alzo in piedi e apro le braccia a un dolore che arriva piano e che poco dopo mi si scaraventa addosso con una potenza che nemmeno pensavo sarei stata in grado di reggere.

Questa sera mi cullo sola sul fianco su cui avrei voluto sentire pulsare la vita. E lo faccio a pezzi questo dolore. Ne strappo a morsi un brandello per volta, questa notte e ogni notte a venire, lasciando che il mattino scopra la fodera del mio cuscino umida e la mia anima di qualche grammo più leggera. Prima o poi uscirà del tutto. Prima o poi l’avrò dimenticato e penserò che per me la vita aveva dipinto un disegno diverso. Penserò da dove ricominciare, come ricominciare, quando ricominciare…

E penserò ancora una volta che non sono sola, perché ora so per certo che sono una fra tante.