Articoli

Reazioni

Quando si riceve e si prende coscienza di avere un problema di fertilità, le reazioni vostre, del partner e di chi vi sta vicino, come familiari e amici, possono essere diverse, soprattutto da come ve le aspettate.

Continua a leggere

Confessioni di una aspirante madre

Tutta colpa della cicogna. Se la cicogna avesse fatto il suo dovere, Emma sarebbe una donna felice. E non un’Aspirante Madre. Invece eccola qui, dalla parte sbagliata dei 35, con una terrazza piena di rose e un amorevole Consorte… Cosa manca? È ovvio, un bambino.
Che, ostinatamente, non arriva. Proprio mentre tutte le amiche, come per epidemia, rimangono incinte, e il mondo sembra essere popolato solo da donne con il pancione.
Così Emma guarda di nascosto le vetrine prémaman, passa ore interminabili nelle sale d’aspetto dei centri fertilità, compila una lista scaramantica di Mamme Tardive Over 40, passa il suo sguardo scanner su tutte le donne che incontra (non sarà incinta, anche lei?) e si prepara per le Missioni Suicide: la visita in ospedale al neonato di turno (e relativa neomamma estasiata).
Ma cosa c’è che non funziona? Qual è il responso di medici, specialisti, oroscopi? Esame dopo esame, capitolo dopo capitolo, Emma scopre il significato di una sigla fino a quel giorno misteriosa, Fivet. E, anzi, quelle cinque lettere che stanno per fecondazione artificiale diventano tutta la sua vita, una Vita in Vitro.
Ed è dura, la vita di un’Aspirante Madre. Anche perché, come spesso accade, le amiche di Emma, pronte ad accompagnarla a un sushi consolatorio nei momenti di grande disperazione, hanno però altri problemi. Olivia, single e stufa di esserlo, ha un bel lavoro ma non un fidanzato: per questo inaugura l’operazione Ricicla il Tuo Ex e si mette a contattare i suoi vecchi amori; ad Anna, neomamma trafelata, manca invece proprio un lavoro… Risultato? Silenzi e segreti.
Eppure, vivere senza amiche è impossibile. Sono indispensabili: per ridere (e sorridere) di qualsiasi cosa. Persino di una provetta.
Così questa è la storia di Emma e delle sue amiche, di una Milano molto, molto domestica (e anche un po’ design), di amori riciclati, stendibiancheria “itineranti” e cappuccini quasi perfetti. E, ops, della cicogna.

Tratto dal libro: “Confessioni di una aspirante madre”, casa editrice Sonzogno

Il mio ginecologo è nato il 17 marzo

Devo fare due iniezioni sottocutanee al giorno, una la mattina, una la sera. No, la sera sono due: insieme agli ormoni devo iniettarmi un altro farmaco, il soppressore, per evitare ovulazioni intempestive.
Non ho mai fatto un’iniezione prima d’ora.
La mia amica Ella m’ha spiegato come fare, come mischiare polvere e liquido nella fiala, come tirare su con la siringa, spingere lo stantuffo per eliminare l’aria, picchiettare sulla siringa per far salire le ultime bolle d’aria, e ce n’è sempre una o due, microscopiche, che restano lì a farmi morire d’ansia: e se entrano in circolo e mi si blocca la circolazione?
Mi chiudo in bagno, e apparecchio tutto su un asciugamano pulito steso sul pavimento. Fuori la gatta raspa, e si lamenta.
Tolgo il cappuccio all’ago.
Non si toglie.
Spingo, giro, tiro, smadonno, sudo, spingo ancora e… trac, l’ago si rompe.
Ok, avevo previsto qualcosa del genere, ecco perché ho comprato quantità industriali di siringhe da insulina.
Prendo un altro ago, faccio leva sul cappuccio, spingo, giro, tiro, smadonno, sudo, spingo ancora e… trac, l’ago si rompe.
Nel mio dito.
Un fiotto di sangue rosso scuro sgorga e macchia asciugamano, pavimento, mano e braccia… pare la scena d’un crimine!
Riesco a scappucciare il terzo ago, a montarlo sulla siringa, faccio fuoriuscire l’aria e… mi paralizzo.
Ora dovrei infilare l’ago nella pancia. A 45 gradi, secondo le istruzioni.
Sto lì, con la mano che impugna la siringa sollevata, pronta a calare sulla mia pancia, un unico gesto deciso.
Deciso un corno.
Tremo e sudo, e m’agito. Infine con un estremo atto di volontà spingo l’ago nella pelle, e inietto, lentamente. Brucia un po’. Inietto tutto il farmaco. Tolgo l’ago, e un po’ di liquido esce, come una gocciolina, dal minuscolo buco nella mia pancia. Torna dentro! grido alla gocciolina, temendo che il farmaco iniettato sia troppo poco. Mi rassicureranno le ragazze del forum, non occorre essere precisi al millilitro, dopo tutto.
Sono in un bagno di sudore, il pavimento e i sanitari sono tappezzati d’impronte sanguinolente, ma ce l’ho fatta. Mi sento un eroe.

***
Le iniezioni quotidiane diventeranno routine. Mi inietterò i farmaci alternativamente nella pancia, e nelle cosce. Nella cellulite, che fa meno male. Sarei capace, ora, di farmi sottocutanee ad occhi chiusi volteggiando su un trapezio.

Tratto dal libro: “Il mio ginecologo è nato il 17 marzo. Da quindici a zero. Diario di bordo nelle intemperie della fecondazione assistita”, casa editrice Mammeonline – Matilda Editrice

I giorni della perdita – 3

Lo sfasciacarrozze è fuori città, è alla fine di un viaggio, nella polvere, un viaggio assediato dai rovi e accecato dal frastuono delle cicale. Varchiamo un grande cancello arrugginito e ci addentriamo fra le carcasse bollenti delle macchine, nella luce abbagliante di un sole sempre più invadente, fino a quando scorgiamo un uomo che si aggira, come un monarca sopravvissuto a un’esplosione nucleare, in quel grottesco cimitero.
Quando scendo dall’auto, il calore che sale a vampate dal terreno è quasi intollerabile.
Io e l’uomo parliamo.
È una strana conversazione. La seguo dall’esterno, come se vedessi me stesso e quest’uomo mentre muoviamo la bocca e pronunciamo delle parole.
Come se tutto questo non stesse avvenendo realmente.
Anche la sua voce ha qualcosa di strano, forse, è troppo lenta e profonda. Sembra immune al caldo, veste una tuta da lavoro blu e una camicia e, mentre avverto ancora questa sensazione di irrealtà, noto che non sembra infastidito dalle gocce di sudore che gli scivolano lungo il viso.
Il calore continua a salire a vampate dal terreno, ed è sempre un calore intollerabile, e io e quest’uomo continuiamo a parlare, lui dice che forse c’è quello che cerchiamo, dice di tornare più tardi e poi scompare nel ventre arrugginito del suo labirinto.
Risalgo in macchina.
Sono sfinito, fradicio di sudore.
Pensiamo di azzardare un giro per le strade di campagna che ci stanno attorno.
Giusto per lasciare che questo tempo passi via.
Trascorre quasi un’ora e nessuno dei due parla, io continuo a guidare, ma ormai i miei pensieri guizzano frenetici qui e là simili a pesci in una pozzanghera asciutta.
Penso che è l’estate più calda degli ultimi venti anni, pen­so che è un’estate rovente, un’estate che ferma il cuore, ma mi ripeto, non smetto di ripetermi, che prima o poi tornerà l’inverno.
Mi volto verso Roberta per rivolgerle un sorriso e vedo che sta piangendo, lo fa in silenzio, senza distogliere lo sguar­do dalla strada.
Poi si gira verso di me e mi guarda in modo strano.
«Non piangere», mi dice.
Io mi scuoto.
Non so da quanto tempo le lacrime sono sul mio volto e tento, inutilmente, di riprendere il controllo. Devo reggere per lei, mi dico, ma so bene che, arrivati a questo punto, è impossibile.
Fermo la macchina. Ci prendiamo per mano e ci guardia­mo a lungo. Non posso più lasciarle la mano, e capisco che questo istante mi resterà aggrappato alla memoria per sempre.
«Sai», le dico in un sospiro, «ho sempre pensato di dover ignorare e nascondere il mio dolore per poter pensare a te.»
Lei mi guarda e mi sorride, anche se è stremata.
«Ma ora capisco», aggiungo, «che così ci lasceremmo da soli, ognuno solo, con il suo dolore.»
Passano i giorni.
Parliamo a lungo, ci raccontiamo quello che succede, non ci stanchiamo di farlo e in qualche modo ci sentiamo più for­ti. Io, raccontando la mia fragilità, ho la sensazione di essermi liberato da una prigione che portavo dentro di me.
Poi il medico ci chiama, i dosaggi danno una speranza.
Guardo Roberta e decido di non restare in silenzio.
«Ho paura», le dico. «Avrei preferito un’altra notizia, adesso un’altra perdita non so come potrei reggerla, sono sta­te troppe.»
Lei annuisce.
«È quello che penso anche io.»
I giorni scivolano via uno dopo l’altro, e non ci portano buone notizie. Roberta deve lasciare che, con lame e attrezzi di metallo, ripuliscano l’interno del suo corpo da ogni traccia della vita che stava nascendo. L’operazione viene eseguita, ma capita qualcosa di sbagliato e, dopo qualche settimana, lei deve entrare in sala operatoria per subire un altro, uguale, intervento.
Ora gli infermieri spingono nella camera la barella e io poso il quaderno su cui stavo scrivendo. La guardo. Si sta svegliando dall’anestesia, dice qualcosa, ma ancora non la capisco, perché la sua voce è impastata, e i suoi occhi ancora vedono un mondo tessuto di sogni. La accarezzo e le parlo piano, la accompagno come posso, le racconto quello che succede, e lei mi sorride, forse per chiedermi scusa delle nostre sventure.
Il suo volto, rilassato dai farmaci, sembra più giovane, i suoi occhi sono tranquilli, come lavati dalla pioggia.
«Devo dire che l’anestesia ti dona, potresti farla più spesso», dico. «Sei davvero bellissima.»
Un sorriso tenta di mostrarsi sul suo viso, ma, mentre appare, si disperde in cento rivoli di stanchezza.
«Non è vero. Devo essere orribile.»
La bacio. L’odore dei farmaci è forte, e non posso fare a meno di pensare a quello che sta sopportando il suo corpo.
«No», sussurro. «Tu non sarai mai orribile.»
Mi siedo accanto a lei e ci prendiamo per mano. Dopo qualche istante lei si addormenta e io inizio a leggere, aspettando che si svegli. Fuori, intanto, questa estate, che brucia via l’anima, prima o poi si dimenticherà di noi. Fuori, mi dico, prima o poi qualcosa cambierà, e tornerà l’inverno.

 

 

 

Il terzo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita – 2

È l’estate più calda degli ultimi decenni quando, per andare all’ospedale, usciamo nel sole che infuoca le strade.
Tentiamo di respirare questa aria rovente. Ci trasciniamo in una lotta che non pronuncia parola, una lotta appena disturbata dal profumo affilato, come un rasoio, della speranza.
Ci incamminiamo. Attraversiamo il muro freddo dell’aria condizionata, ci muoviamo tenendoci per mano fra ascensori e corridoi, ci muoviamo verso l’ennesimo e disumano verdetto delle macchine. Alla fine raggiungiamo la stanza dove nella penombra ci aspetta il medico.
Penso che Roberta ha trascorso le ultime tre settimane a letto, mentre si sdraia ancora e si prepara all’ecografia.
Il ginecologo è cambiato.
Questa volta i suoi occhi non sono di ghiaccio. È un uomo gentile e, mentre decifra le ombre e i segni, immagino che persino per lui non sia facile trovare le parole. Fuori l’estate scioglie l’asfalto delle strade e abbaglia i gatti che cercano rifugio nell’ombra degli alberi. Lui si attarda un istante di più, forse per sottolineare il proprio impegno, e poi si volta verso di noi.
Mi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire e, quando parla, sento arrivare dentro di me una sensazione già conosciuta. Prima è una coltellata che mi buca il ventre, una coltellata a tradimento, testimoniata da un dolore fitto e sottile, poi mi avvolge una strana calma. Una coperta che mi protegge da tutto ciò che potrei provare o pensare.
«Mi dispiace», mormora l’uomo nella penombra. «Non si vede l’embrione, ma io farei ancora un dosaggio delle BHCG, giusto per essere sicuri.»
Facciamo qualche domanda, chiediamo se c’è ancora qualche possibilità, ma la risposta è chiara e concisa, forse per evitarci ulteriori aspettative.
Usciamo dall’ospedale parlando di cose senza importanza, e io immagino che chiunque ci veda possa pensare a noi come a una spensierata coppia che cammina mano nella mano.
Cerco di scherzare e sdrammatizzo inventando nomi bizzarri per quella stanza da cui siamo usciti, più volte, storditi e impotenti. Mi dico che lo faccio per lei, che certamente soffre molto più di me, ma mi sento un attore, non molto abile, un attore che recita un dramma privo di bellezza.
«Non lo so…» dico. «Ma non me la sento proprio di andare a casa… Forse è meglio se usciamo, se ci distraiamo un po’…»
Mentre lei svanisce nel silenzio, la mia mente torna alla vacanza in Sardegna e ai discorsi sul risanamento dell’attenzione.
Tutto mi sembra una farsa. Il cielo, gli alberi, le mie mani, niente sembra più avere un significato.
«Forse hai ragione», dice lei, le mani vuote, perdute lungo i fianchi.
Più tardi vado a prendere la macchina, mentre lei mi aspetta a casa, ma la trovo senza una ruota. Noto, però, che il ladro ha avuto la gentilezza di appoggiare il mozzo a una pila di mattoni, sorrido e faccio una riverenza, rivolto all’accecante cielo azzurro, quindi telefono a Roberta.
«Sono io», dico, «ci hanno anche fottuto una ruota.»
«Molto bene», risponde lei. «E adesso?»
«Non lo so… Vedo di mettere quella di scorta e poi ti vengo a prendere. Potremmo andare da uno sfasciacarrozze… Così ne prendiamo un’altra e non ci pensiamo più.»
Quando lei si siede accanto a me, il suo volto è graffiato nella pietra. L’auto si muove mentre attorno scorrono palazzi, facce sconosciute e un intero universo di esistenze eteree come fantasmi.
Lei guarda fuori dal finestrino, accenna un lancinante sorriso e si prepara, forse senza saperlo, a dire una di quelle cose che mai nella vita si lasciano dimenticare.
«Credo», mormora rompendomi in due il cuore, «credo di non aver mai visto tante donne incinte come in questi giorni.»
Fuori il mondo insiste nel suo fluire, nessuno dei due parla, il silenzio ci avvolge e ci soffoca, ma semplicemente non ho nulla da dire. Non sento nulla e non provo nulla, posso solo continuare a pensare che devo essere forte per lei, e che devo proteggerla. (…)

 

Il secondo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita

Luglio 2003

Genova

Un altro impercettibile anno di attesa ci spazza via, lasciandoci soltanto un pugno di tristezza stretto attorno ai pensieri.
Succede che scrivo molto e che, in qualche modo, i viaggi dei miei personaggi curano la mia irrequietezza. Ma i mesi continuano a sparire, uno dopo l’altro, mesi scanditi dalle date in cui lei dovrebbe essere fertile, date in cui anche la gioia della nostra intimità rischia di divenire un esercizio perduto fra dovere e speranza.
Poi, al consumarsi delle lune, lei scopre che non è successo niente e allora scappa via, scappa oltre una porta chiusa, e mi nasconde il suo pianto.
Ma io non piango.
Non piango anche se non riesco più a provare gioia, anche se la sua sofferenza mi impedisce di dimenticare la mia, anche se, troppo spesso, penso al nostro figlio mancato.
Sono giorni in cui tento di sdrammatizzare con sorrisi che però mi escono fuori storti e infuriati; sono giorni in cui preferisco non parlarle del mio dolore, credo le basti già il suo; sono giorni in cui non le dico dei miei incubi, del mio timore di perdermi e di non esistere più.
Mi capita di rivedere il Buddha che sorride.
È sempre un Buddha avvolto, imperturbabile, dalle liane che pendono dagli alberi, ed è sempre illuminato da quello stesso maledetto e magico sorriso che avevo visto in Roberta, forse migliaia di anni fa, a Briançon, durante quella giornata di sole. Allora mi pesa addosso la consapevolezza che a quella premessa non è succeduto un verificarsi di eventi, che non è arrivato il figlio che quel sorriso mi aveva promesso, e che non è arrivato quel futuro.
Ogni giorno, al risveglio, è ancora il giorno prima, ogni giorno è lo stesso giorno in cui non accade nulla, lo stesso giorno in cui, in silenzio, mi spengo, e smetto di esistere.
Spesso mi chiedo se lo stesso sta accadendo anche a lei, ma a volte non mi chiedo più nemmeno questo, perché un vuoto si sta aprendo fra noi, un distacco indefinibile, un silenzio che raramente rompo per ritrovarla, accorgendomi, però, che lei preferisce l’esercizio solitario della riservatezza alle mie parole di falsa speranza.
Poi ci arriva addosso una novità, la novità che lei è incinta.
Le consigliano di restare a casa, di non lavorare e di riposare.
Sperando che la sfortuna si dimentichi di noi, alla mattina la saluto e vado via nella città, a lavorare, vado via lasciandola sdraiata sul letto. Abbiamo paura. Nessuno di noi due può accettare altre perdite, e comunque io non penso a questo mentre mi chiudo la porta alle spalle. Mentre lei ancora dorme io già mi affido all’abbraccio di un’intera giornata di istanti che mi porteranno altrove. Istanti in cui scappo, istanti meno dolorosi e sferzati dalla solitudine, rispetto a quelli che mi aspettano a casa.
Mi capitano giornate dove interpreto un personaggio in cui inizio a riconoscermi, ed è un personaggio che ride e scherza, un personaggio che sa come suscitare lo stupore per costruirsi un’apparenza e dimenticare se stesso.
Quel giorno, quando torno a casa, lei è davanti ai fuochi della cucina, e mentre chiudo la porta d’ingresso, da dove sono scappato alla mattina, mi accorgo che l’aria che respiro ha un sapore disperato, un sapore che risveglia tutto ciò che ho voluto dimenticare.
«È quasi pronto», dice lei senza voltarsi.
«Come stai?» dico.
«Come vuoi che vada», pronuncia senza intonazione.
Vorrei che fuori, sui lastricati di pietra del centro storico e sui tetti di ardesia, precipitasse un nubifragio. Vorrei che fiumi in piena frantumassero gli ormai folli argini di questa città.
So che dovrei abbracciarla, so che è tutto il giorno che non ci sentiamo, so che avrei dovuto chiamarla, so anche che è lei che paga, nel corpo oltre che nella mente, il prezzo di questi giorni, ma dentro di me qualcosa si ribella. Forse è il dolore che nascondo a me e soprattutto a lei, forse è il mio dolore che vuole essere ascoltato.
«Qualcosa non va?» le chiedo.
«No. Niente», risponde senza guardarmi.
«A vederti, non direi», insisto.
Aspetto ma lei non si volta neppure, continua a smuovere le verdure che cuociono in padella e lo fa con uno sguardo vuoto e assente.
Penso che potrei dirle cento parole diverse, potrei dirle della mia paura, ma quello che mi esce è solo il suo nome, pronunciato con un tono distaccato e che non mi appartiene. Quasi un tono di rimprovero.
«Roberta…» dico.
Allora lei si volta, con lentezza, verso di me. E lascia cadere giù una frase pesante come pietra.
«Non mi chiami mai.»
La tristezza delle sue parole spezzerebbe le certezze di chiunque. Non so cosa dire, ha ragione, ma l’enorme vuoto che ci circonda sta uccidendo la nostra consapevolezza e la nostra capacità di vivere. Capisco che una parte di me tenta di fuggire lontano da tutto questo, allora faccio due passi attraverso la stanza, la avvicino e cerco di starle accanto, ma sto troppo male per farlo con grazia e lei vibra come una lama piantata nel legno e la sua è una forza rabbiosa, che sta per esplodere, una forza simile alla mia, una forza maltrattata da troppi giorni di attesa per esprimere tolleranza.
Non vedo chi è che inizia a urlare per primo, ma vedo lei che mi viene sotto e mi frusta con frasi di odio e disperazione. Sento in me una rabbia capace di frantumare per semplice sbadataggine. La mia voce è quella roca dell’orco e la spinge in un angolo, poi mi ritraggo, ma lei ancora mi viene sotto urlandomi il suo dolore.
Non posso più trattenermi e una sedia si spezza fra le mie mani.
Più tardi torno in casa, dopo aver lasciato svanire, nell’aria aperta del terrazzo, i miei inutili pensieri.
Lei ora è seduta sul letto e i nostri occhi sono cambiati. Tutti e due abbiamo bisogno di ritrovarci, tutti e due vogliamo essere di un passo più grandi dell’immensità che ci schiaccia.
Pronunciamo delle parole, ci abbracciamo e speriamo che il sonno venga a salvarci, speriamo che il sonno venga a portarci via. (…)

 

 

 

L’estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

Passeggiando nell’orto, la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno..

inbeccoallacicogna “Che cos’è volere un figlio e desiderarlo tanto? Un desiderio autentico e profondo o una stupida ostinazione? È un’ossessione? O, peggio, solo un capriccio? Esiste forse un diritto ad avere i figli?”

Premesso che ho una particolare avversione per l’espressione “diritto ad avere figli” e preferisco il più giusto, sobrio e realistico “diritto a tentare di avere figli”, in senso stretto no, non esiste un diritto del genere, visto che la dichiara- zione universale dei diritti dell’uomo del 1948 sancisce solo quello di fondare una famiglia, così come gli articoli 2, 29 e 31 della nostra costituzione. Nondimeno le persone sterili o infertili, vale a dire incapaci di procreare senza assistenza, e che vorrebbero farlo, forse hanno titolo per aspettarsi che sia fornito loro l’aiuto medico di cui hanno bisogno, per completare la loro idea di famiglia. Ecco. Io parlerei allora piuttosto fin dall’inizio di bisogno. Ho bisogno di un figlio più che ho diritto a un figlio. Le persone hanno bisogno di avere figli? Sì, ce l’hanno. Perché se alcune coppie riescono a superare il dolore di questa mancanza, per altre la vita è devastata. Letteralmente devastata.

Come testimonia una delle tantissime lettere che ho ricevuto dopo la pubblicazione del mio romanzo “Le difettose” (Einaudi 2012). Me l’ha scritta Claudia e mi ha colpito al cuore, per l’asciuttezza e contemporaneamente per l’intensità della pena: ‘Spero di trovare conforto perché sto male, tanto da prendere psicofarmaci. Questo figlio è diventato un’ossessione e mi ha distrutta. Sono a pezzi, piango, ho l’ansia, non riesco a lavorare, sto andando da un’analista. Ogni volta che arriva il ciclo è un lutto, così dopo tre anni sono a terra. Ogni giorno devo lottare con me stessa, perché oggi il problema sono io, oggi non saprei neanche prendermi cura di un bambino. È dura, a volte mi dico che sarebbe più semplice se tutto finisse. Se hai un consiglio per me, scrivimi, ti prego.’

Il desiderio di un figlio è sempre complesso e ambivalente, contiene una componente narcisistica e utilitaristica (un tempo per i nobili gli eredi erano un modo di perpetuare la specie, per i poveri di avere un aiuto economico), racchiude la voglia di lasciare una traccia nel mondo, di riparare qualcosa della propria precedente situazione familiare, rappresenta il conformismo e l’adesione alle tradizioni, a volte contiene la speranza di salvare una relazione. Insomma, si fanno figli per amore, per noia, per abitudine, per paura della morte. E tutte le motivazioni sono infinitamente più oscure e confuse di quello che si ammette.

Una cosa abbastanza chiara è che volere un figlio all’inizio è un atto intriso di egoismo. Dopo, solo dopo essere nato, il figlio ti educa all’alterità.

Un’altra cosa indubbia è che questo desiderio non sia un desiderio come un altro. Anche se non credo che la maternità sia necessaria per sentirsi pienamente donne, anche se il desiderio di un figlio non è universale, appartiene alla maggioranza delle donne, forse, ma non a tutte, anche se si è madri in tanti modi e la maternità non si esaurisce nel fare i figli (Anna Maria Ortese diceva che «creare è una forma di maternità, educa, rende felici e adulti in senso buono»), tuttavia un figlio rappresenta un’esperienza enorme e unica, non surrogabile, irreversibile, che va a toccare profondamente l’identità femminile, costituendone una delle espressioni più vaste e articolate.

Di conseguenza non riuscire a realizzare questo desiderio non è come non realizzare un altro desiderio. La diagnosi di sterilità giunge ad incrinare profondamente la progettualità che riguarda sia il corpo che l’anima di una coppia, è una ferita che apre le porte ad angosce di svuotamento, che espone a un vissuto di vergogna, che evoca il fantasma dell’invidia nei confronti delle madri. In tutte le epoche, in tutte le civiltà e in tutte le religioni non avere figli è stata considerata una disgrazia. Anzi, peggio, una punizione divina. Che relegava ai margini della società e metteva nelle condizioni di poter essere ripudiata.

Una donna sterile sente di mancare di uno dei requisiti principali della sua femminilità, non certo accessorio. Defraudata di un diritto elementare, si percepisce l’anello mancante di una catena millenaria. Le ricerche di Carol Baumann dimostrano che donne incinte tendono a sognare, con una frequenza sorprendente, l’atto di intrecciare fili e di tessere. Ecco. La donna sterile si sente esclusa dalla trama della vita e dal tessuto della società.

Sterile è sinonimo di improduttivo, inutile. Incapace. Inferiore. È un aggettivo che suona come un’accusa. Introduce sospetti. Un tempo, per sottrarsi a questo stigma, si era disposti a comprare neonati. Addirittura a rubarli. E anche se oggi restare senza figli è diventato più accettabile che in passato, il problema in fondo a se stessi rimane. E non smetterà di ritornare anche con l’avanzare dell’età, quando si ritiene ormai di averlo superato. A volte basta poco per far riemergere la lacerazioni di un lutto. Il morto non c’è, è vero. Perché il figlio non c’è. Ma l’intensità del dolore è pari a quello provocato dalla scomparsa di un parente stretto. La lacuna filiale diventa dunque una lesione che non conoscerà mai definitiva sutura. E che può portare addirittura a un pensiero di suicidio. Come anche Claudia lascia intendere nella sua lettera.

A questo buco esistenzial-ontologico si aggiunge la riprovazione sociale e il mancato riconoscimento della donna sterile. Ancora oggi c’è la tendenza a considerare la donna senza figli come una fallita, da biasimare o compatire. Soprattutto ora che, dopo anni in cui era caduta nel dimenticatoio, la maternità è tornata di gran moda. Attualmente la pressione ad avere almeno un figlio, altrimenti si è donne a metà, è ritornata più forte che mai. Basti pensare alla realtà oceanica delle blogger mamme, che coinvolge tre milioni di donne attive sul web, addirittura otto se si contano pure le lettrici, che, in uno stile generalmente ironico, raccontano equilibrismi e difficoltà a conciliare casa, amicizie e lavoro, ma in modo sotterraneo e conservatore vanno ad alimentare l’idea della super donna-madre-moglie-amica-lavoratrice quasi perfetta e molto competitiva. E se manca un tassello, quello dei figli, appunto, tutto il castello crolla.

Questo contesto “immaginario” produce una difficoltà a parlare della propria sterilità. Con amici, colleghi, parenti, addirittura con la propria madre. Per cui il lutto e la disperazione non conoscono neppure la catarsi di un lutto normale, col funerale, le lacrime, le condoglianze. E questa solitudine può essere devastante, aggiunge dolore a dolore.

Per questo ci si butta in rete. Ed è nei tantissimi forum di coppie infertili, che affiora la disperazione e il dolore per la propria condizione di non madri. Disperazione e dolore puri, non capricci. Lo stesso dolore e la stessa disperazione che contiene il grido di Rachele, moglie di Giacobbe, nella Bibbia: «Dammi dei figli sennò muoio». Il suo grido, così forte e nitido, attraversa i secoli, accomuna le donne di tutte le razze e culture, e, arrivando fino a noi, s’intrufola nelle numerosissime chat in cui ci s’incontra per sfogarsi e cercare consigli, consapevoli che solo un’altra donna con lo stesso tipo di desiderio e difficoltà potrà comprendere.

Ed è lo stesso dolore e la stessa disperazione che si scorgono nelle favole di tutti i tempi e di tutte le nazioni: La bella addormentata nel bosco, Raperonzolo, Rosaspina. Sono solo le più famose. Ma sono tantissime le favole che raccontano regine e re intristiti per l’incapacità di avere figli. Re e regine. Che quindi avrebbero tutto per essere felici. Eppure manca loro qualcosa di essenziale.

E allora può accadere che una regina debba prima far uccidere un drago e, solo dopo averne mangiato il cuore cucinato da una vergine, resterà incinta, come ne Lo cunto de li cunti. O che, ne La principessa nera, una donna, disperata davanti alla propria pancia vuota, preghi sia Dio che il Diavolo per avere aiuto. Oppure che, come in una favola veneziana, un mago offra a una coppia senza prole una mela, dicendo alla moglie di mangiarne la polpa, da cui nascerà Pomo, mentre dalla buccia, mangiata dalla fantesca, verrà fuori Scorzo, allevato come un vero e proprio fratello del primo. Percorsi lunghi e complicati, quindi, conflittuali e fuori norma: ogni procreazione non standard origina rotture. Come la procreazione assistita, che sradica un assetto secolare di relazioni, ci costringe a rivisitare il significato profondo dell’essere genitore, figlio, fratello. Anche in Rosmarina i protagonisti sono un re e una regina. «Passeggiando nell’orto la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno. E disse: “Guarda un po’: quella lì che è pianta di rosmarino ha tanti figlioli, e io che sono regina non ne ho neanche uno!”» E la frase non nasce da un eccesso di cupidigia ma dalla perplessità nei confronti di un’incomprensibile ingiustizia.

In una fiaba dell’Estonia una regina, sofferente per la mancanza di prole, incontra una vecchia zoppa che le regala un piccolo uovo. Lei lo tiene accanto al suo seno, proteggendolo con la massima cura e, nel momento preciso in cui ne uscirà fuori una piccola bambina in miniatura, la regina scoprirà di essere incinta. Dopo aver partorito il figlio biologico, crescerà entrambi come fratelli, anche se la figlia nata dall’uovo conserverà un forte legame con la presenza misteriosa della vecchia zoppa, nel frattempo diventata una splendida fanciulla. E qui, in quest’ovetto regalato, non si sa bene per quale motivo, in questa specie di altra donna e altra madre, che non si sa bene chi è – strega agli occhi del mondo, bellissima ragazza per chi riceve il dono – è possibile vedere un riferimento inconscio e ante litteram alla fecondazione eterologa.

Come un sogno profetico. Come un lampo che di notte per un attimo fa apparire cielo e terra. Come certe visioni rivelatrici che accompagnano l’immaginazione degli uomini attraverso i secoli.”

 

Nato vivo

nato vivo copertinaSiamo giunti in fondo.
Il 20 dicembre è stata una giornata di grande pace interiore, sia per me che per Giacomo.
Siamo arrivati puntuali in ospedale, mano nella mano.
Sorridenti e sereni. Dovevamo solo andare in contro al nostro destino, nulla più dipendeva da noi.
Abbiamo atteso molto prima di poter dare il via al nostro momento, almeno cinque ore… e si sa che le attese siano la parte peggiore.
Siamo stati attenti a non svegliare i nostri demoni. Abbiamo discusso dei dettagli della ristrutturazione di casa nostra, come se la nostra vita non fosse in pericolo.
Mi ero ripromessa di avvisarlo che c’era un documento in cui gli lasciavo detto ciò che non gli avevo mai detto… ma non ce l’ho fatta. Con un po’ di scaramanzia ho voluto pensare che se avessi taciuto sarei sopravvissuta per forza.
Nello stesso tempo ero certa che avrebbe cercato un documento se mi fosse accaduto il peggio.
Sono stata accompagnata in sala operatoria dopo aver salutato Giacomo e il nonno Domenico. Un saluto che non ho voluto avesse il sapore dell’ultimo.
Ho portato con me un fazzoletto di carta, perché sapevo che avrei pianto: in ogni caso avrei pianto.
Poi mi sono affidata, senza alcuna altra scelta possibile, alle mani che hanno manipolato, infilzato e rimestato il mio corpo.
C’erano un sacco di mani… diversi volti, parole, discorsi, battute e sorrisi.
Una buona atmosfera che non ho saputo cogliere del tutto, mentre cercavano una vena, mentre non riuscivano ad infilarmi il catetere, mentre mi ruotavano di qua e di là per infilarmi un ago nella schiena che non voleva trovare la via giusta.
Voltata su un fianco, ancora col bruciore lancinante del catetere e stringendo in mano il mio fazzoletto di carta, lo sguardo si è posato su un aggeggio che dovrebbe servire per
aspirare fluidi. Aveva un contenitore trasparente macchiato di rosso, sembrava sangue, ma immagino non lo fosse… Mi sono detta che quella sarebbe stata davvero l’ultima volta e ho temuto di non reggere.
A me toccavano i tubi, i tubicini, gli aghi e un mucchio di sconosciuti che rivoltavano il mio corpo nudo su un tavolo ferroso, nel mezzo di una grande stanza, sotto una luce puntata su ciò che non potevo vedere da dietro il telo verde, che puzzava di plastica, cui era stato nascosto il mio volto.
Ho tenuto duro e stretto il mio fazzoletto di carta.
Quindi il viso familiare della dottoressa M., nel camice di un colore indefinito vicino al vinaccia, sorridente e sollevato perché finalmente quasi al traguardo, poi il secondo viso
familiare, il dottor C.. Mi sono sentita rassicurata: sarei stata operata dai due medici di cui mi fidavo di più, non potevo sperare di meglio.
Mentre mi sentivo soffocare e a tratti svenire, mentre combattevo il panico di non sentire il pianto di mio figlio e di morire, ho sentito la dottoressa M. esclamare: «Eh no! Due giri di cordone serrati intorno al collo!».
È stato un attimo di vuoto, la mia mente non ha saputo mettere insieme alcun pensiero, finché ho sentito un pianto… il suo pianto… e ho pianto.
Ho pensato che, contrariamente al solito, il suo pianto fosse addirittura gradevole!
L’anestesista ha esultato, esclamando che mio figlio «aveva due palle così!».
L’hanno portato via per le prime cure, ma dopo un tempo ragionevole ancora nessuno era venuto a mostrarmelo. Ho chiesto se andasse tutto bene, l’anestesista mi ha rassicurata, ma ancora nessuno me lo portava.
«Io non lo vedo… non lo vedo…»
Sull’ingresso della sala operatoria hanno portato l’estremità dell’incubatrice in cui era stato messo e mi hanno mostrato i piedini… solo i piedini.
Poi l’hanno portato via.
Sapevamo che nascere con un paio di settimane di anticipo poteva significare una maggiore difficoltà di adattamento per i polmoni, era nel conto l’opzione dell’incubatrice, ma non l’avevo realmente fatta mia.
Lui non era su di me. Non l’avevo con me.
Poco dopo mi hanno riportato in camera e i primi momenti sono stati di puro assestamento: l’anestesia che dava tremori terribili, le gambe immobilizzate, il pannolone, il catetere, l’ago canula uscito di vena, un altro buco… la flebo, la morfina… e lui che non c’era e non accennava ad arrivare.
Giacomo ha avuto una cura per me, una delicatezza e una calma nello spiegarmi che lo stavano aiutando a respirare perché da solo faceva fatica. Lo avevano alimentato per cercare di calmarlo, ma era talmente vorace che gli era andato di traverso, così gli avevano messo una flebo…
Sulla flebo sono definitivamente crollata: lo hanno infilzato, anche lui è stato infilzato… lo so che fa male, lo so bene! Io non ero con lui, io non c’ero… io non sapevo nemmeno ancora che volto avesse.
Non era importante che non fosse gravemente in pericolo, né che fosse a pochi passi da me: nella realtà dei fatti io, ancora una volta, ero svuotata nel ventre e con le braccia vuote.
Era un dolore incontenibile, ho pianto fino a farmi gonfiare gli occhi, tanto da farmi sgridare dall’ostetrica, tanto da chiamare la neonatologa e farmi rassicurare, ma non c’erano parole adatte… L’unica cosa in grado di lenire il mio dolore era darmi mio figlio fra le braccia.
Hanno mandato via Giacomo, anche se ero disperata, anche se ero uscita dalla sala operatoria da tre ore o poco più, anche se nostro figlio non stava bene.
Mi sono trovata sola, nella stanzetta vuota, nel buio della notte, senza potermi alzare e col pulsante delle chiamate disinserito dalla spina.
È stata una lunga notte, una notte difficile.
Finché mi sono data un obiettivo: andare io da lui il mattino seguente.
Così mi sono imposta di smettere di piangere, ho imbevuto due fazzolettini d’acqua e me li sono piazzati sugli occhi: non potevo presentarmi a mio figlio gonfia come una zampogna!
In un mondo perfetto le cose sarebbero andate diversamente, ma questo è il mondo reale e le cose vanno come vanno.
Dovevo reggere ancora un pochino, ancora fino all’indomani.
E l’indomani, appena estratto il catetere, su una sedia a rotelle sono andata a vedere mio figlio.
Ancora una volta con un fazzoletto di carta stretto in mano.
Giacomo mi ha accompagnato fino all’incubatrice ed io dalla sedia mi sono sporta fino a guardare il viso del mio bambino da dietro il vetro che ci separava.
Ho tenuto. Ho tenuto tutto, talmente tutto che non è uscita nessuna emozione. Ho pensato che poteva anche non appartenermi, che non lo riconoscevo davvero, che non sapevo
se era davvero lui dentro di me… che non dovevo piangere perché non potevo ancora toccarlo, annusarlo, stringerlo, baciarlo e sentirlo mio, quindi dovevo tenere, ancora un
pezzetto, finché l’avessi avuto fra le braccia e nessuno sapeva dirmi quanto avrei dovuto aspettare.
Nel pomeriggio siamo tornati da lui, io sulle mie gambe.
Inaspettatamente mi hanno chiesto di scoprire il seno, me lo avrebbero fatto toccare, accarezzare, stringere e annusare… me lo avrebbero posato sul cuore.
È arrivato sulla mia pelle, sotto il mio naso e vicino ai miei occhi. Così piccolo… così profumato, così bello.
Me lo hanno posato sul petto e ancora era forte la sensazione che non mi appartenesse davvero, io non sapevo riconoscere il suo volto, ma riconoscevo gli scatti delle gambette, la cadenza dei movimenti che faceva dentro la pancia: in fondo riscontravo una certa familiarità.
Lui su di me era a suo agio, dormiva tranquillo mentre gli accarezzavo la testolina, così come ero solita accarezzare la pancia.
Ho capito che non importava che fossi io a riconoscere lui, perché era lui a riconoscere me.
Ho saputo d’essere sua madre perché lui mi ha mostrato che ero sua madre.
Ho capito che ci sarebbe voluto tempo perché riuscissi ad entrare in contatto con lui.
Mi sono affidata a lui, certa che se lo avessi ascoltato, mi avrebbe guidato.
Mi sono assopita insieme a lui, sulla poltrona in patologia neonatale, mentre Giacomo ci guardava.
Ho trovato un momento di pace, ho potuto cedere parte della tensione.
Ancora lo guardo e non mi capacito che sia qui, che siamo tutti qui. Che siamo vivi, che stiamo bene che lo abbiamo con noi: ce l’abbiamo davvero. Abbiamo tenuto quest’immagine talmente lontana che ci sembra inverosimile che si sia realizzata.
A lui basta la mia mano. Io gli poso la mano sul capo e lui si rasserena… continua a dirmi che sono sua, io gli appartengo e in virtù di questo lui mi appartiene.
Spesso mi fermo a fissarlo, ci guardiamo, occhi negli occhi: è bello, è un bel bambino dai lineamenti fini. Non so dire a chi somigli, trovo che non somigli a nessuno di noi, è troppo bello.
Gli ho promesso che mi sarei presa cura di lui: l’ho guardato e gliel’ho promesso pronunciando quelle parole ad alta voce.
Così ho ceduto un’altra piccola parte di quelle emozioni trattenute.
Lo tengo stretto, molto spesso lo tengo solo per il piacere di tenerlo stretto.
Gli piace stare fra le mie braccia, mi osserva, mi scruta… si fida di me. Mi riconosce sempre.
Molto spesso gli poso una mano sul petto, o un dito sotto al naso e aspetto di sentire il suo respiro. Giacomo fa lo stesso e quando ci accorgiamo dell’apprensione dell’altro, sorridiamo consapevoli che una certa paura non ci passerà mai, non la perderemo più.
Non riesco ancora a chiamarlo per nome: non posso credere d’avere quel figlio che aspettavo, non riesco a capacitarmi che quel nome corrisponda a questo piccolo volto così unico.
Tristano…
Volevamo un lottatore, virile e solido, una personalità carismatica… volevamo che combattesse, di più e fino in fondo.
Speravamo che un nome così fosse capace di regalargli tutta la grinta di cui avesse bisogno.
Lui ha lottato. Ha lottato coi due giri di cordone che aveva serrati intorno al collo, ha lottato perché i suoi polmoni si adattassero alla vita fuori da me, ha combattuto chi lo ha manipolato.
Ha talmente combattuto le mani sconosciute da rompersi un polmone. Si è procurato un pneumotorace per quanto ha pianto, per quanto si è opposto alle cure che gli hanno imposto.
Hanno ventilato l’ipotesi che se lo avessimo lasciato al suo posto fino al termine della gravidanza, non avrebbe avuto quel distress respiratorio evolutosi in pneumotorace… ma se avessimo atteso e i due giri di cordone si fossero serrati irrimediabilmente?
Noi siamo convinti di aver fatto ciò che era meglio, anzi, ringraziamo di avere insistito per anticipare la sua nascita e siamo convinti che sia davvero stato più al sicuro fuori con un distress respiratorio, che dentro con due giri di cordone intorno al collo.
Giacomo ed io ci guardiamo e in silenzio i nostri occhi ci dicono che l’abbiamo scampata bella, questa volta abbiamo avuto fortuna… per un soffio l’abbiamo fra noi… un altro soffio e sarebbe stato anche il suo un nome inciso su una targa di marmo.
In un momento di quiete ho letto attentamente il documento che l’ospedale ci ha fornito per poter registrare in comune la nascita di nostro figlio.
La frase riportata sul documento è:
Erika Zerbini
[…]
ha partorito un figlio nato vivo di sesso maschile.
Ho annuito fra le lacrime…
Questa volta ho partorito.
Questa volta ho partorito un figlio NATO VIVO.

Il brano è tratto da “Nato vivo” (PM edizioni).

Pezzi di vetro

Marta Verna fotoPrima di tutto ci fu lo stupore. Il giorno in cui io e Fabio facemmo l’amore senza preservativo ci guardammo con incredulità. A pensarci ora sorrido di quella emozione, dell’irripetibile vertigine di quando ci si affida al destino. Da allora sono trascorse innumerevoli delusioni, una ogni maledettissimo mese. Eppure a ripensare a quella prima volta provo una immensa tenerezza per tutta quella ingenuità. Mi ero preparata a lungo a quel momento. Fin da bambina chissà perché avevo paura di non potere avere figli. Quando la mia relazione con Fabio cominciò a diventare importante ricordo benissimo che gli chiesi preventivamente se un giorno avrebbe voluto avere figli, poiché in caso contrario avrei voluto saperlo subito. A ripensarci ora fu un colloquio assurdo, così come assurda è la sensazione di “profezia che si auto-avvera” che mi porto dietro. Un anno se ne andò così, senza rumore. Nulla accadde ma ci sembrava che tutto potesse ancora accadere. Poi decidemmo che con l’inizio dell’anno nuovo avremmo fatto qualche accertamento, ma lo dicemmo a bassa voce, per non essere spaventati dalle nostre stesse parole. Le luci natalizie erano ancora tutte accese e il dolore ancora tutto di là da venire. Istruzioni per l’esecuzione di uno spermiogramma perfetto: lo sperma va raccolto sterilmente, sono controindicati la presenza di saliva o altri liquidi biologici, bisogna centrare con il getto il barattolino e poi correre, ma correre davvero, al laboratorio. Durante il tragitto tale barattolino deve essere tenuto al caldo e in posizione verticale, altrimenti gli spermatozoi si stressano. Ore sette e cinquanta del mattino. Fabio si chiuse in bagno. Alla radio stavano trasmettendo Risponde Zucconi. Non saremo mai più in grado di ascoltare quella trasmissione senza ridere di noi; quello era solo il primo delle decine di spermiogrammi che Fabio avrebbe dovuto eseguire, e tutti i campioni sarebbero stati raccolti alle sette e cinquanta mentre Vittorio Zucconi rispondeva alle domande degli ascoltatori. Abbiamo anche pensato di scrivergli per raccontarglielo, sono sicura che gli regaleremmo una bella risata. Io aspettavo fuori con la giacca già chiusa e le chiavi della bicicletta in mano. Era febbraio. Presi dal cassetto un calzino di lana per tenere al caldo gli spermatozoi di mio marito. Mi misi a passeggiare lungo il corridoio, non volevo dare l’impressione a Fabio di essere in attesa fuori dalla porta. Aspettavo in silenzio e mi auguravo che tutto andasse bene. La porta finalmente si aprì. Lui mi guardò con dolcezza e io avrei voluto abbracciarlo e dirgli va tutto bene, non è niente, e invece sorrisi goffamente, presi in consegna il barattolino, lo infilai nel calzino e lo tenni dritto nella mano. Ci guardammo, il calzino tra noi. La giornata era già talmente schifosa che avremmo voluto fosse ora di andare a dormire e invece era appena cominciata. Presi la bicicletta, il calzino con una mano e il manubrio con l’altra. Pedalavo il più velocemente possibile. Mi guardavo intorno come se tutti fossero maledettamente interessati a quel calzino che tenevo stretto come fosse un pulcino appena nato. Arrivai in ospedale e il barattolo cadde a terra. Merda. Altro che stressati, pensai, gli spermatozoi si saranno tutti suicidati. Cercai il laboratorio, mi indicarono uno scantinato. Suonai il campanello, mi aprì un uomo che mi chiese nome e cognome dell’eiaculatore, ora esatta della raccolta e tempo trascorso dall’ultimo rapporto. Uscii alla luce del sole, stressatissima, ed erano solo le otto e venti del mattino. Mi accesi una sigaretta. Mai fumare prima di pranzo. ‘Fanculo. Ritirai gli esami di Fabio, i suoi spermatozoi erano pochi, tozzi e lenti. Nei momenti migliori dei mesi a venire avremmo ironizzato su di loro creandoci un immaginario dolcissimo di buffi e confusi brutti anatroccoli che sbattevano continuamente contro le pareti del mio utero o gli uni contro gli altri nel tentativo di compiere la propria missione. Sarebbero stati i momenti di maggiore forza, quelli in cui eravamo ancora in grado di ridere di noi. Le settimane successive a quel primo esame furono di completo disordine. Non ero in grado di razionalizzare né di utilizzare le mie competenze mediche per capire cosa ci stesse accadendo. Non trovavo strumenti per codificare l’irruzione di tutto quel mondo esterno nella privatissima vita sessuale mia e di mio marito. La prima visita che facemmo dall’andrologo fu un disastro. Era stato un mio professore all’università e io provai un grande imbarazzo a trovarmi nel suo ambulatorio in quel contesto.  Naturalmente non ti darà fastidio se eseguo l’esame della prostata a tuo marito senza farti uscire. Del resto sei un medico. E a tuo marito farà piacere sapere che ho le dita delle mani molto sottili. Io rimasi muta. Sbigottita. Ho impresso nella mente lo sguardo di Fabio, a gattoni sul lettino, i pantaloni abbassati mentre il medico si infila i guanti. Un misto di umiliazione, dolore e paura. Allora qui tutto bene. Si rivesta pure. Dunque cara dottoressa, come sa ci sono molti dati in letteratura sulle possibilità di procreazione nei casi di oligo-terato-asteno-spermia. Certo, nel vostro caso la fecondazione assistita è un percorso direi obbligato, non penserete certo che un po’ di antiossidanti siano sufficienti. Dunque vi scrivo gli esami che dovete fare. Feci uno sforzo incredibile per non iniziare a singhiozzare, avvertivo chiaramente le lacrime che scendevano da sole mentre cercavo di mantenere un contegno. Vedevo la scena da fuori e ne ero completamente estranea, due colleghi che parlano di qualcuno che non può avere figli. Fabio al mio fianco taceva, immagino volesse solamente uscire il prima possibile da quella stanza. Finalmente ci congedammo e ci ritrovammo all’aria aperta. Erano solo le otto del mattino ed era già un’altra giornata finita. Ci accendemmo una sigaretta. Il mio piano di contare le sigarette era completamente saltato. Fabio era pallido, gli occhi piccoli e spauriti.  Che cosa ha detto? Io non ci ho capito nulla, ho bisogno che qualcuno mi spieghi cosa sta succedendo… Avrei voluto prenderlo con me e portarlo via, dirgli che tutto si sarebbe sistemato. E invece gli dissi solo frasi sbagliate, lasciandolo solo con tutta quella nuova realtà da metabolizzare. È un problema molto comune, non devi sentirti in difetto proprio di nulla. Vedrai che tutto si sistema. Era già chiaro allora che i problemi sarebbero stati enormi e che ciascuno ne avrebbe dovuta portare una parte che era assolutamente personale e non cedibile. Io non mi sarei mai potuta fare carico di come lui avrebbe dovuto fare i conti con se stesso e con quel nuovo problema che lo aveva investito. Né lui sarebbe mai potuto entrare nella crudele lotta interiore che di lì in poi avrei dovuto sostenere con me stessa per non incolparlo di tutto quel dolore che ci si era riversato addosso. Quella mattina fredda, in piedi su un viale dell’ospedale, si delinearono nettissime tre strade: la sua, la mia e la nostra. Con un senso di vertigine avvertii la concreta possibilità che quelle strade avrebbero potuto anche prendere direzioni diverse. Lasciai scivolare via il pensiero e ci separammo. Io andai verso il mio reparto e lui verso la macchina. In mezzo mille minuscoli pezzettini di vetro rotti.

Il capitolo Pezzi di vetro è tratto dal memoir “Nessuno esca piangendo” (Utet).
Leggi la mia intervista su la 27 ora