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5 Anni, qualche mese ed una manciata di giorni

Ho 30 anni, anno domini 2010 e una mattina mi sveglio con la consapevolezza di volere un figlio. Ne parlo con il mio compagno, che da un annetto non aspetta altro. Attende che io sia pronta come lo è lui. Quindi via…..ci godiamo la gioia della ricerca, l’aspettativa, il figurarsi il momento del test positivo….come dirglielo, quando, prendergli un regalino?

I primi mesi passano tranquilli, ok che tutti gli altri restano incinta al primo colpo, ma siamo seri…le statistiche per la mia età parlano di circa 6 mesi. Sei mesi che passano inesorabili senza nemmeno un ritardo e allora, complice la visita di controllo dalla ginecologa, le chiedo consiglio e lei mi dice di portarmi avanti facendo qualche esame. Esami che sono perfetti. Come la mia ovulazione, come gli ormoni, il collo dell’utero, la pressione, la coagulazione e chi più ne ha più ne metta.

Passano altri mesi, e il mondo intorno a me procrea. Amiche che postano ecografie sui social, amiche che non senti da mesi che ti chiamano per darti la buona novella, donne che ti dicono scocciate che loro non lo volevano ma sai com’è…è bastata giusto una volta senza preservativo e Bomba!!! Subito incinta.

Ed io ascolto, sorrido e qualcosa dentro di me, lentamente, si lacera. Discorso dopo discorso, parola dopo parola, qualcosa si strappa ed io non so come rimettere insieme i lembi.

Intanto, dopo che mi sento dare della nevrotica dal medico di base: “Dica a sua moglie di rilassarsi e vedrà che rimarrà incinta”, parole dette al mio compagno quando gli ho imposto di fare uno spermiogramma [nel 2010 in Italia ancora si pensa che tutto dipenda dalla capacità della donna di rilassarsi, quindi è sempre e solo colpa della psiche della donna. Non si concepisce che possano esserci dei problemi fisici. Andiamo bene. Pieno medioevo], continuo ad avere un meraviglioso, abbondante ciclo mensile. E comincio, disperata come sono, a convincermi che davvero sia un mio problema mentale.

Questo fino a quando il primo giugno del 2011 non abbiamo tra le mani il risultato dello spermiogramma, che evidenzia un numero elevato di spermatozoi ma non certo performanti e anche piuttosto malconci. Quindi non sono pazza ma abbiamo un problema da affrontare, qualcosa su cui lavorare ed investire le nostre energie. Energie che in realtà non credo di avere perché sono psicologicamente a pezzi e non so ancora che il peggio è dietro l’angolo ad aspettarmi.

Lasciamo passare un’altra estate fatta di annunci di gravidanze, sofferenza repressa, incomprensioni coniugali e riserbo per una situazione che non so ben comprendere io….figuriamoci spiegarla agli altri.

Da settembre 2011 in poi il mio corpo non mi appartiene più. Visite ginecologiche, esami del sangue, isterosalpingografia, fatta in pausa pranzo e poi di corsa al lavoro perché ho già preso millemila permessi e non posso tirare troppo la corda. Come al solito tutto ok. Tutto bene. Io sono a posto.
Il mio compagno si fa operare di varicocele, ma la situazione non cambia, quindi andiamo da uno dei migliori andrologi di Milano il quale ci dice che sì, ok che lo spermiogramma non è bellissimo ma che comunque sono giovane e, esami alla mano, avrei già dovuto ottenere la tanto agognata gravidanza.

Basta procrastinare, ci mettiamo in cura in un centro PMA pubblico abbastanza comodo sia da casa che dal lavoro….e giù nuovamente esami su esami, soldi che escono dalle nostre tasche e che vanno in tamponi e stick ovulatori. Lentamente divento un’esperta del settore. Riconosco la mia ovulazione con una precisione sconcertante, tanto che abbandono gli stick perché ormai superflui. Ovviamente il centro pubblico prevede un’attesa di circa 6 mesi prima di poter accedere alla IUI. Niente ICSI perché, come tutti mi ripetono, sono giovane e sana e gli spermatozoi se pur messi malino, dovrebbero permettere una gravidanza senza troppi problemi.

Le IUI saranno sette, tutte negative, tutte a seguito di una stimolazione ormonale fatta di punture sulla pancia, gonfiori, rabbia, frustrazione, rifiuto per me stessa e per il mio corpo che si rifiuta di adempiere al suo dovere biologico. Mi spengo, mi chiudo, creo un mondo privatissimo e ristrettissimo nel quale sto bene, una specie di giardino d’inverno nel quale mi rifugio sempre più spesso.

Se non fosse per una carissima amica e collega, anche lei alle prese con gli stessi problemi, ma determinata a non intraprendere il percorso PMA, probabilmente impazzirei.

Invece lei c’è sempre, mi ascolta, mi capisce, sopporta il mio crescente cinismo, le mie lacrime. E’ a tutti gli effetti la mano a cui mi appiglio per non crollare. Mi protegge dal mondo esterno, fa scudo, è quella che si può definire a tutti gli effetti, una vera amica.

Ed io scopro cosa sia la rabbia, sono perennemente arrabbiata con il mondo, con la gente, il sole, la luna, i fiorellini, sono arrabbiata prima di tutto con me stessa, con il mio compagno e con il destino. Non riesco a ragionare razionalmente. L’infertilità governa ogni attimo della mia vita.

Intanto gli anni passano, il rapporto con il mio compagno si logora sempre di più e a Giugno 2014 passiamo alla prima ICSI. Undici giorni dopo il transfer mi arriva il ciclo. Piango in ufficio, piango mentre faccio le beta, mi sembra di saper fare solo questo. Piangere e sminuirmi. Era una biochimica, ma mentre il ginecologo del centro pensa sia comunque un risultato da tenere presente, io lo vivo come l’ennesimo fallimento. Mi crogiolo nella disperazione perché penso che sia l’unico modo per poterla davvero superare.

Non ce la faccio più.

Voglio smettere, voglio tornare alla mia vita di prima, voglio essere lasciata in pace. Sono stufa di esami, tamponi, controlli, iniezioni, litigate, sofferenza. Basta. Non voglio più massacrarmi di farmaci ed esami quando non ho alcun problema, e sono stanca di sentirmi inadeguata.

Eppure il mio compagno insiste. “L’ultimo, facciamo almeno l’ultimo tentativo”. Non voglio ma spinta anche dai compagni di forum (mi sono iscritta ad un forum sull’infertilità che mi ha letteralmente salvata dalla disperazione più nera) decido di fare l’ultimo tentativo. Ed è la stessa cosa che dico risoluta al colloquio con il ginecologo del centro. “Non ce la faccio più, questa è l’ultima volta”. Il gine mi asseconda e mi propone di abbinare agli ovuli di progesterone usati nel post transfer precedente, anche iniezioni di progesterone e pastiglie di cortisone. Accetto scazzata come non mai.

Il giorno del transfer la biologa entra sorridente e mi dice che di ovuli solo due erano idonei ma che gli embrioni risultanti sono stupendi, estremamente vitali e con ottime probabilità di impiantarsi nel mio meraviglioso e sempre perfetto utero.

Dieci giorni dopo vado a fare le beta con il solito atteggiamento di sconfitta che ormai mi appartiene. Passo la giornata come uno zombie in attesa della sentenza di morte, ho i sintomi da preciclo e sono fermamente convinta che tutto sia perduto. Le mie colleghe che conoscono la situazione mi stanno vicino, cercano di distrarmi e attendono preoccupate il risultato. Alle 17 arriva il pdf del laboratorio analisi.

200.2

Apro e chiudo il documento una decina di volte, convinta di aver visto male. Poi scoppio a piangere, ma non un pianto silenzioso, uno di quelli a singhiozzo con tanto di spalle che tremano e versi disumani. Una mia collega accorre convinta del peggio, mi porta in una sala riunioni per consolarmi e quando le dico il valore mi abbraccia  e piange anche lei.

Con il mio compagno decidiamo di festeggiare in serata ed invece siamo così stravolti e provati dagli ultimi 5 anni che crolliamo sul divano alle nove, senza nemmeno la forza di condividere la nostra gioia.

Le seconde beta sono più che raddoppiate e alla prima eco si vedono due camere, una con embrione e battito, l’altra vuota. Il 24 dicembre corro al pronto soccorso per delle perdite (e nel viaggio perdo 10 anni di vita) e scopriamo che tutto va bene, a volte capita, e che gli embrioni sono due e stanno benissimo.

La gravidanza è durata 7 mesi (sì, i bambini sono nati prematuri, abbiamo fatto anche l’esperienza della TIN ma questa, è decisamente un’altra storia), sette mesi tutto sommato tranquilli, fatti di paure e gioie, di fame profonda, di scoperte e preoccupazioni, sempre la consapevolezza che nulla ti è dovuto e che sei stata fortunata, che sei stata scelta dal destino, che la gravidanza non è scontata e che va vissuta come grandissimo dono.

L’infertilità mi ha cambiata profondamente, mi ha fatto conoscere una parte di me che avrei preferito non incontrare mai e mi ha fatto capire che sono più forte di quello che credevo. Mi ha aperto gli occhi sulla gente che ho frequentato per anni, illuminandomi su quanto futili e vuoti fossero alcuni di loro. Ho imparato a discostarmi da ciò che mi fa soffrire e a crogiolarmi in quello che mi fa stare bene.

Ho tante ferite aperte che ancora non si sono rimarginate e che non so nemmeno se lo faranno mai, ma anche loro fanno parte di me, di quella che sono diventata, ed ho imparato ad accettarle con tenerezza, una tenerezza che non sapevo nemmeno di avere.

 

 

Le ferite del corpo

«Mi metto seduta, preparo la siringa, mio marito mi guarda non sapendo cosa fare, osservo l’ago a lungo, mi fa paura infilarlo nel ventre. Mi dico: è solo un attimo, forza… – Mi sento sola – Perché tocca a me e non a lui? – Premo veloce il liquido, cerco di non pensare che gli ormoni fanno venire i tumori – Chissà quante ne dovrò fare ancora? Non sono così coraggiosa. – Ormai è andata, forza liquido fai il tuo dovere, verso i follicoli via… – In quel momento mi sento già mamma, perché una mamma dà tutto quello che ha per i suoi figli, ma la mia pancia è vuota e il mio bambino non c’è ancora», racconta Elisabetta.

Intraprendere un percorso di fecondazione assistita significa per una donna affrontare prove molto difficili dal punto di vista personale: innanzitutto vuol dire spogliarsi dei propri vestiti e mostrare le parti intime del proprio corpo allo sguardo di molti. Gli accertamenti clinici, volti ad approfondire le cause mediche dell’infertilità, per la donna sono molteplici e a volte dolorosi. L’aspetto è tutt’altro che irrilevante per il valore che assume il vissuto del corpo nella sterilità. Il corpo che non genera è innanzitutto sentito come inadeguato, vuoto, difettoso, mancante; è un corpo tradito e nello stesso tempo, traditore eppure è anche un corpo vivo, pieno di desiderio e di speranza. Il corpo sterile è un luogo di conflitto. Nudo nei suoi timori, bisognoso di ascolto e di attenzione.
Nell’atto di spogliarsi la donna scopre anche la propria fragilità e la mette a nudo di fronte al professionista di turno.
La superficialità con il quale viene trattato il corpo e l’invasività fisica, ma soprattutto psichica, rappresentata dalle visite specialistiche e dalle cure mediche, possono avere una natura traumatica e lasciare ferite difficili da identificare.

Estratto da “La cicogna distratta: Il paradigma sistemico-relazionale nella clinica della sterilità e dell’infertilità di coppia”, Franco Angeli Edizioni.

Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/

Sono Mamma grazie alla PMA

Per anni non sono riuscita a dire che ero mamma grazie alla PMA, mi vergognavo quasi fosse una colpa.

Poi arriva il giorno dove fai pace con te stessa e ti perdoni.

Ti perdoni per non esserti accettata così come sei.

Ti perdoni perché hai avuto la fortuna di raggiungere il tuo più grande desiderio.

Ti perdoni perché invecchiando cambiano i punti di vista.

Ti perdoni perché hai capito che non è una colpa.

Da sempre il mio unico desiderio era quello di avere una famiglia e dei figli, tanti figli.

Volevo diventare mamma da giovane, volevo godermi con un po’ più di leggerezza e incoscienza la crescita dei bambini.

Non avevo preso in considerazione la possibilità di non avere figli, di non trovare il compagno giusto, o qualsiasi altro impedimento, la cosa che da sempre per me era la più naturale e normale per ogni donna non poteva non accadere.

Ma la vita non è mai andata da subito come immaginavo e allora dopo i primi mesi dove anche se un figlio non arriva è tutto normale, iniziarono le ansie, le preoccupazioni, e le paure per l’impossibilità di rimanere incinta.

Prima di accettare l’evidenza e decidere se ricorrere alla procreazione medica assistita provi di tutto:

provi a non pensarci e fai l’amore quando ti va

provi a pensarci e fai l’amore solo nei giorni giusti

provi a prendere la temperatura basale (termometro speciale, sveglia sempre alla stessa ora e grafici per capire dopo mesi qual è il giorno perfetto e sperare che non scenda mai…)

provi a  prendere integratori consigliati dalle amiche (perché tutte abbiamo un’amica che è rimasta incinta dopo aver preso qualche “bacca miracolosa“)

provi a monitorare l’ovulazione con gli stick canadesi (anche qui mesi e mesi di studio per comprendere come mai quelle lineette non sono mai così nitide come quelle del foglietto illustrativo)

provi, provi e provi…

Ma ogni mese alla vista del ciclo ti si spezza il cuore.

Perché se cerchi un figlio così intensamente, altrettanto intensamente la tua mente si burlerà di te facendoti percepire tutti i possibili sintomi di una gravidanza già dal giorno dopo il rapporto perfetto (quello avuto esattamente il giorno nel picco dell’ovulazione confermato dagli stick, muco, e dolorini alle ovaie).

Quanti test negativi, fatti da sola senza confidarlo a nessuno e buttati via con le lacrime agli occhi.

Dopo averle provate tutte senza alcun risultato ho iniziato a vergognarmi, come fosse una colpa.

La colpa di non riuscire a fare un figlio.

La colpa di essere una donna a metà.

La colpa di sentirmi sbagliata.

Ma le colpe sono altre!!

Così dopo aver sempre sorriso e risposto un secco ma poco convinto “non adesso!” all’unica domanda che non avrei mai voluto sentire :”Allora, quando lo fate un figlio?”, è arrivata la consapevolezza del “così non può continuare”, dovevo decidere se davvero desiderassi un figlio e farmi seguire in un centro per l’infertilità o farmene una ragione accettando quello che la vita aveva in serbo per me senza sensi di colpa vivendo il presente senza SE e senza MA.

Ai sensi di colpa per fortuna c’è una fine e scatta qualcosa nella mente che ti dona la consapevolezza di un futuro felice qualunque esso sia.

Questa è la prima volta che scrivo e parlo della mia infertilità, delle difficoltà vissute prima di stringere tra le braccia il dono più prezioso, non riuscivo ad accettarlo, ma dopo la malattia vedo il mondo da un’altro punto di vista e anche quello che prima mi lacerava l’anima adesso mi sembra un dono.

Mi sembra un dono essere riuscita a partorire in casa dopo aver scelto durante la gravidanza di farmi seguire dall’ostetrica.

Vorrei che nessuna donna mai si sentisse come mi sono sentita io, inadeguata, sbagliata, in colpa e vorrei che ogni donna un giorno potesse come me ritenersi fortunata.

Mi sento una donna fortunata perché ho avuto la possibilità di avere due bimbi, uno è arrivato grazie alla testardaggine della sua mamma e del suo papà che non si sono mai rassegnati ad una vita senza figli e hanno fatto più tentativi di procreazione medica assistita, fino al positivo di novembre 2011. Eravamo seguiti presso il Promea da dicembre 2010 ed era il mio terzo ed ultimo tentativo.

Hai presente quelle date che non si scordano mai?

Una di queste per me è il giorno in cui, dopo aver fatto (tremando e pregando chiunque fosse in ascolto) l’esame del sangue 14 giorni dopo la ICSI, mi hanno chiamata dal centro di PMA per comunicarmi l’esito delle Beta Hcg: “Signora sono positive, lei è incinta!”

Il cuore sembrava esplodermi nel petto, non si fermava più!!! E continua a battere ancora così ogni volta che guardo Sara dopo quasi 5 anni.

L’altro piccolo è arrivato in maniera naturale e inaspettata dopo 3 tentativi andati male di PMA come spesso accade quasi a burlarsi di tutte le sofferenze. Perché anch’io potessi dire una cosa nella quale non credevo e che detestavo sentirmi dire:  “Ma lo sai che quando ho smesso di pensarci è arrivato!!”

Le colpe sono altre e ricorrere alla PMA per realizzare un sogno ed avere la famiglia che desideravo non è una cosa di cui vergognarsi.

Mi piacerebbe essere d’aiuto alle donne che sono all’inizio di questo difficile, duro e a volte lungo percorso, così ho deciso di raccogliere e condividere testimonianze, emozioni ed esiti positivi per dare speranza a tutte le future mamme.

 

Post pubblicato sul blog Lettoaquattropiazze.it

Volevo diventare papà. Storia di un sogno e di una lotta d’amore

Come per magia, nei giorni successivi quasi tutte le nostre decennali paure sarebbero lentamente scomparse. La barriera della prudenza era crollata quasi definitivamente, e tutte quelle angosce con le quali avevamo imparato a convivere, quella difficoltà nel gestire contemporaneamente timori e speranze, quel pessimismo da autodifesa che avevamo imparato ad utilizzare come uno scudo per le nostre sofferenze, tutto questo era stato travolto da uno tsunami di gioia, di ottimismo, di positività. I miei piccoli problemi quotidiani scomparivano subito, come per magia, al solo pensiero di quelle immagini, che avevo come stampate nella testa e nel cuore: quel moto perpetuo, quella manina che si muoveva e sembrava volerci salutare, quelle braccine che si strofinavano gli occhi, appena accennati eppure già così espressivi. Sì, quel 25 marzo 2008 non ce lo saremmo mai dimenticati, per quanto il risultato finale fosse ancora lontano sei mesi.

 

Non sarebbe passato molto tempo prima che la realtà ci riportasse con i piedi per terra. Eravamo a metà della quattordicesima settimana, ed avevo appena finito di giocare a calcetto con gli amici, come facevo ogni martedì. Accesi il cellulare, e trovai una chiamata da casa. Richiamai subito. Rispose mia madre, che era scesa da noi.

 

“Andrea, vieni subito a casa, dobbiamo andare in ospedale. Ha delle perdite rosse”.

 

Per un minuto, non capii letteralmente più nulla. Non potevo credere che stesse accadendo davvero. Era come se fossi affacciato alla finestra e stessi assistendo ad una vicenda che riguardava un’altra persona. Vestito com’ero, in pantaloncini e maglietta, mi fiondai verso la macchina e mi diressi verso casa. Durante il tragitto, pregai anche ciò in cui non credevo. Non portarmi via anche questo, ti prego, non portarci via il nostro bambino, continuavo a ripetere ad alta voce, come un automa. E nemmeno sapevo a chi stavo rivolgendo quelle parole.

Arrivai a casa e la trovai sul divano, bianca come un lenzuolo. E mia madre era conciata anche peggio. Mi cambiai velocemente, senza nemmeno sapere cosa mi stavo mettendo addosso, e dopo aver atteso anche l’arrivo di mia cognata corremmo in ospedale. Era la stessa, precisa, identica scena vissuta il 3 gennaio 2007, e l’incubo che anche l’esito potesse essere lo stesso ci stava letteralmente devastando. Anche lo studio all’interno del quale ci trovavamo era lo stesso. La gentile infermiera ci fece subito accomodare, ma il ginecologo di turno era appena uscito. Attendemmo il suo arrivo per oltre mezz’ora, periodo che trascorsi cercando di calmarla e di calmarmi. Lei si sdraiò sulla poltrona, io iniziai a camminare avanti e indietro per il reparto, prima passando di fronte alla stanza dov’era stata ricoverata per il raschiamento e poi arrivando di fronte alla vetrata dei neonati. La prima la superai velocemente, come ad esorcizzare la paura di rivedere mia moglie lì dentro, mentre davanti alla seconda mi fermai, e guardando le culle ricominciai a bofonchiare qualcosa d’indefinito, probabilmente pregando ancora una volta qualcosa e qualcuno che non sapevo. Di certo pensai “tra cinque mesi mio figlio deve essere lì”.

Tornando verso lo studio all’interno del quale si trovava mia moglie, mentre pensieri positivi e negativi si accavallavano senza soluzione di continuità, incontrai una donna col pancione tipico dei nove mesi, evidentemente prossima al parto (o forse intenta a passeggiare proprio per accelerare il processo), e riuscii a sorriderle. Il medico non era ancora arrivato, ed allora controllammo e ricontrollammo: delle perdite non c’era più traccia. Cercavo comunque di prepararmi al peggio, ovviamente mostrando una faccia completamente diversa, sicura ed ottimista, salvo poi concludere che stavolta non era davvero possibile essere pronti. Mentre l’accarezzavo, lei mi disse “se va male, voglio una pastiglia per morire“. Io manco riuscii a risponderle. Forse perché quell’ipotetica pastiglia l’avrei voluta anch’io.

Finalmente, arrivò il dottore. L’ennesimo, perché non l’avevamo mai visto prima. Per dissimulare la tensione che mi attanagliava pensai a quanti medici, infermiere e specialisti vari avessero visto mia moglie in tutti quegli anni, e conclusi che il numero superava abbondantemente la doppia cifra. Informammo anche lui sul nostro background e sugli eventi di quella sera, dopodiché cominciò la procedura dell’ecografia. Mi accomodai sulla sedia che si trovava di fianco alla poltrona, ed iniziai a stringermi il volto tra le mani, proprio come avevo fatto un anno prima, e probabilmente rendendo la mia espressione ancora più trasfigurata di quanto già non fosse per conto suo. Pochi secondi di silenzio, dopodiché sullo schermo, pian piano, iniziò a comparire qualcosa. Lui sorrise, appoggiò una mano sul ginocchio di mia moglie (che non voleva vedere) e le disse “girati, e guarda tuo figlio”. Quel sorriso e quella frase ci avevano già detto tutto ciò che volevamo sentire: il bambino era in perfetta salute, ed il cuore batteva come un tamburo. 75 millimetri di gioia. Come da copione, io iniziai a singhiozzare ed a baciarla sulla fronte, mentre lei era ancora una maschera di paura. Avevamo superato anche quella.

Armato della foto del nostro bambino (ormai avremmo potuto completare un album solo con le ecografie), uscii subito a comunicare la notizia a mia cognata ed a mia madre, che ovviamente si mise a piangere. Le perdite erano quasi certamente effetto delle punture di eparina, come ci avrebbe confermato il giorno dopo il nostro angelo di Varese, ed alla fine quell’enorme spavento, quella serata che avrebbe potuto sconvolgere la nostra vita in un modo che nemmeno potevamo immaginare, si trasformò in un ulteriore iniezione di fiducia, anche grazie alle confortanti parole del dottore. Poteva finire col desiderio di assumere una pastiglia per morire, ma stavolta noi eravamo dalla parte della vita. E sentivamo che ci saremmo rimasti, forse perché avvertivamo tutta la valenza simbolica dell’essere riusciti a superare quell’ultimo ostacolo, dell’aver esorcizzato il peggiore dei nostri incubi esattamente laddove aveva preso forma, cioè fra quelle stesse mura che poco più di un anno prima avevano testimoniato la nostra disperazione. Ed era bello pensare che quelle macchie rosse fossero state il modo attraverso il quale il nostro bambino aveva deciso di comunicarci quel messaggio.

Uscendo dallo studio, transitammo davanti alla “stanza del raschiamento”. La porta era aperta, la luce spenta, entrambi i letti vuoti. Passammo oltre con un sorriso, ma fatto qualche passo decisi improvvisamente di tornare indietro verso quella stessa camera, quindi afferrai la maniglia e chiusi la porta. E stavolta quel rumore, decisamente meno soffice ed impercettibile di quello delle porte scorrevoli, mi sembrò una musica celestiale.

 

Estratto di “Volevo diventare papà. Storia di un sogno e di una lotta d’amore”, Andrea Rosselli per la Casa Editrice Mammeonline.

Essere donna. Nascere madre – 2

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La mattina seguente mi svegliai con la triste inquietudine di chi ha fatto un brutto sogno, ma il mio incubo non svaniva alle luci dell’alba, il mio “uomo nero” non spariva sgranando gli occhi.

Tutto mi sembrava surreale, impalpabile e non riuscivo a smettere di pensare a come si fosse intrecciato questo particolare momento della mia vita, un tempismo da brivido, come se un genio maligno, un folletto dispettoso, si divertisse a mandare all’aria la mia vita nel momento esatto in cui ero pronta a compiere il primo importante passo verso di te, dopo inutili settimane di terapia; tutte quelle inutili lacrime, tutto quel turbolento e doloroso viaggio dell’anima per accettare e affrontare la tua assenza, tutto svanito in un secondo, tutto vano, perso. Bruciavo di rabbia e amarezza, poi Vittoria mi disse: “Tuo figlio è un eroe, si è sacrificato fino ad ora per te!”

E se fosse realmente stato così? E se il mio bimbo non fosse stato altro che il mio angelo custode? Certamente, se non avessi cercato di raggiungerlo, i miei occhi non si sarebbero curati del mio collo, la mia mente non si sarebbe interrogata sulla mia tiroide, non avrei mai scoperto la mia malattia o, peggio, sarebbe stato troppo tardi. Fino alla mattina del ricovero in ospedale mi sentivo abbastanza serena, sapevo di non aver scelta, non potevo sottrarmi alla mia vita, dovevo affrontare tutto e più fossi riuscita a restare calma, più sarebbe stato facile questo viaggio e presto sarebbe rimasto un lontano ricordo. Ma quella mattina andando via da casa crollai, sentii le mie gambe cedere al peso delle mie paure, tremavo e mi lasciai andare in un pianto silenzioso, mentre salutavo ogni angolo del mio piccolo nido che in quel momento mi sembrava una reggia; tutto, anche l’oggetto più banale era importante, aveva un valore speciale e sentivo di non potermene separare:«Io torno, perché tutto questo è la mia vita, perché nulla altrimenti avrebbe avuto un senso. Io riprenderò la mia vita e realizzerò tutti quei sogni che ho custodito nei miei cassetti.» Chiudendo la porta, però, inevitabilmente la paura parlò per la mia coscienza: «Chissà se tornerò.» Il primo giorno in ospedale fu lungo e interminabile, ma mi aiutò a capire cosa avrei dovuto attendermi dall’intervento e, giunta la notte, il mio pensiero era solo per te.

Amore di mamma, Angelo mio, sono qui questa sera sola e nel silenzio di questa corsia d’ospedale, le mie paure urlano come anime dannate. Avrei voluto più di qualunque altra cosa vivere di te, nutrirmi dei tuoi sorrisi, scaldarmi con i tuoi abbracci; ho creduto in questi mesi di essere io, forte, per noi, di poter affrontare tutto per te, per la nostra famiglia, ma tu hai già fatto per me più di quanto non abbia fatto io per te, l’eroe sei davvero tu. Io non ho ancora saputo donarti la vita e tu già mi stai dando la possibilità di rinascere un’altra volta. Prendimi per mano, piccolo mio, e portami a vincere la nostra battaglia, tu sei la mia arma migliore, tu sei il faro che ha acceso questo cammino e io non posso deluderti. (…)

 

Estratto di “Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

Essere donna. Nascere madre – 1

EssereDonnaNascereMadre-1920x820… Continuai il protocollo come indicato dal medico, acido folico in compresse dal primo giorno del ciclo e gonadotropina sottocute dal secondo al quarto. Io che ho sempre avuto una paura ancestrale per gli aghi e le punture, non saprei dire quante volte, in questi mesi, abbia chiuso gli occhi per farmi “bucare”: adesso anche la mia pancia diventava un colabrodo. Ogni sera alla stessa ora, come un rito, lasciavo che Andrea si occupasse di me, di noi, e mi somministrasse il farmaco; in fondo, fare l’iniezione per lui era l’unico modo per partecipare attivamente a questa avventura o, forse, era l’unico modo per sentirmi meno sola: quel momento, quel fastidio, quella battaglia, così, diventava anche sua, ed io avevo meno paura. Al quinto giorno del ciclo feci il primo monitoraggio ecografico e il primo dosaggio di estradiolo post stimolazione: ero emozionata, non avevo idea di cosa mi aspettasse, continuavo a chiedermi come le mie ovaie avessero risposto a quei giorni di trattamento ed ero terrorizzata all’idea che mi dicessero: “Qui tutto tace!” o, al contrario: “Siamo in iperstimolazione, dobbiamo sospendere tutto.”  E la mia mente non riusciva a far altro che riportare alla luce le emozioni provate ad Alcamo, quando durante l’ecografia Giorgio mi aveva detto che le mie ovaie non avevano risposto adeguatamente al CLOMID ed io avevo creduto di morire.

Questa volta però mi sentivo diversa: non ero sola, Andrea era al mio fianco, e tutto mi sembrava essere gestito con un’attenzione e una professionalità alle quali non ero abituata, ma che mi aiutavano a stare più serena e, soprattutto, alla luce di quanto vissuto fino ad allora, ero cosciente del fatto che non potevo far altro che stare a guardare e mettere la mia famiglia e la tua vita nelle mani di Dio. Trascorsero i giorni e un’ecografia dopo l’altra si avvicinava il momento della IUI: tutto procedeva al meglio e i medici mi seguivano con attenzione accompagnandomi in questo tortuoso cammino. Tutti disponibilissimi, mi sentivo quasi coccolata, un’atmosfera surreale ogni mattina in quella sala
d’attesa dove ormai gli stessi volti erano quasi familiari, altre coppie che come noi cercavano di coronare il loro sogno di famiglia, altre donne che come me vivevano l’angoscia di non poter essere madri, i nostri occhi si scrutavano timidi, una frase ogni tanto, ma tanta silenziosa complicità, accomunate dallo stesso terribile dolore.

Era quasi tutto pronto; al controllo del 25 marzo il medico mi disse che stavamo raggiungendo la condizione ideale, ancora un paio di giorni e avremmo potuto procedere.
Le mie emozioni avevano ormai preso il volo: se nei primi giorni dominava la paura della delusione adesso mi ero abbandonata alla piacevole sensazione della speranza, in fondo, c’era davvero la possibilità che tutto andasse bene e io volevo crederci, mi sentivo forte, felice, serena. Quella stessa mattina ricevetti la mail del dottor Attardi, l’endocrinologo, il quale mi chiedeva di incontrarci il giorno seguente al suo studio: era pronto l’esame citologico dell’agoaspirato tiroideo. Già, perché tra le altre cose, senza dargli alcun peso, mi ero fatta “pungere” il collo, certa, come tutti, che sarebbe stato negativo. Visto il mio quadro clinico, francamente associabile a tiroidite autoimmune, la scelta di fare il citologico era dettata solo dal voler scongiurare la maledizione delle diagnosi tra colleghi; il dottor Attardi, infatti, mi aveva più volte ripetuto sdrammatizzando:
“L’agoaspirato è praticamente superfluo, ma visto che sei una collega e moglie di collega lo facciamo, perché le cose storte capitano sempre con i colleghi.”
E con questo spirito acconsentii, seppur infastidita dall’idea di quella mega puntura.

Era un martedì sera, dopo una pesantissima giornata di lavoro: andai con Andrea all’appuntamento con l’endocrinologo, dopo una breve attesa ci accomodammo in una delle due sale da visita e sulla scrivania l’efficiente assistente aveva già preparato i miei referti, ma il medico non c’era ancora, così chiesi ad Andrea, ridendo come un bimbo che fa una marachella, di sbirciare. «Vale, non vedo bene, guarda che non arrivi nessuno… Tireociti… inclusi nucleari… È tutto normale!» «Andrea, scusa, ma nel linfonodo non devono esserci tireociti!» «Sì, ma sono nel nodulo… o nel linfonodo? Non vedo bene.» «Va bene, dài, lascia stare, che sto già per sentirmi male. Adesso, ce lo dirà lui.» Arrivò il medico: «Vieni, dottoressa.» Mi prese per mano e mi portò nell’altra stanza per una nuova ecografia. Qualcosa cominciava a non quadrare: «Perché di nuovo?» Chiesi.
«Questo linfonodo è ripetitivo, ci sono cellule tiroidee… Dottoressa, la dobbiamo togliere.» «Ma cosa?» «La tiroide… è un carcinoma.»

Ancora una volta, come una ghigliottina sul collo, la vita mi veniva addosso con rapida violenza, senza neanche darmi il tempo di capire, di pensare… Ancora una volta mi perdevo nel mio spazio virtuale sordo e muto, non poteva essere vero, e mentre Andrea mi asciugava le lacrime, ancora stesa sul lettino non potevo non pensare a te… Ancora una volta ero stata scaraventata lontano dal mio angelo proprio a un passo dall’accarezzarlo. La settimana a un tratto cambiò colori e profumi, dacché mi aspettavo giorni sereni di speranza a che ero finita nel baratro più buio… Avevo un cancro! Il dolore, la paura, la disperazione mi paralizzavano, non riuscivo a smettere di piangere, continuavo a chiedermi cosa avessi fatto per meritare tutto questo, come potesse Dio aver un simile progetto per me. All’improvviso, il mio orizzonte si era ridotto a un punto, tutte le possibili strade della mia vita erano sparite, ero di fronte a un unico terrificante tunnel senza luce né aria. Ancora una volta dovevo piegarmi al volere degli eventi e accettare di rinunciare a te e questa volta non solo a te, ma a tutto quello che fino a quel momento aveva dato un senso alla mia vita… mio marito, la mia famiglia, le mie amiche… Tutto l’amore che avevo dato e ricevuto era perso, avrebbe lasciato spazio a un immenso incolmabile vuoto, freddo e informe, solo bruciante dolore!

 

Estratto di Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

continua…

Il senso di Smilla per la neve

Salve,

questa non è la mia storia, ma è tratta da un mio romanzo inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, per il quale ho raccolto 151 testimonianze vere di donne infertili e mi sono concentrata sul lato oscuro della maternità, elaborando 12 racconti.

Io sono una donna con l’endometriosi, infertile e con una “collezione “di referti di “sine causa”, ma non ho riportato la mia esperienza nel libro: io sono in tutte le storie e tutte le storie sono in me. Vi dono questo specifico racconto del libro perchè, trattando l’endometriosi, ben si adatta alla mia decisione di devolvere l’intero ricavato dei diritti d’autore all’A.P.E. onlus (Associazione progetto Endometriosi).

 

 

Il senso di Smilla per la neve

 

La neve, così bianca, così fredda e io, così scura, così indomita. Eppure siamo legate.

 

«Nel mondo esterno non esisterà mai un cristallo di neve dalla forma perfetta. Ma nella nostra coscienza c’è l’idea scintillante e impeccabile del ghiaccio perfetto».

 

Ero incinta di poco più di due mesi, e mi toccavo il ventre ancora piatto, incredula.

Avevo concepito naturalmente con un’endometriosi al IV stadio, inaspettatamente, dopo una lunga serie di interventi.

Li ricordo tutti, i miei interventi, a ritmo ciclico. La malattia faceva il suo corso, io la mia corsa, ma restavo sempre indietro.

Mia madre mi comprava sovente camicie da notte bianche, in puro cotone, con balze in pizzo sangallo o piccoli ricami nel carré, non per serbarle, in un angolo dell’armadio, per il mio futuro da sposa, ma per le mie lune di miele in ospedale, dove non mi restava che pronunciare un sì e partire, con una valigia che non mi apparteneva, per una destinazione che non avevo scelto.

Ma avevo vinto la corsa stavolta, la linea rosa apparsa sul test, che stringevo fra le mani, irrorandolo di lacrime, era il traguardo tagliato, il segno, visibile, della mia vittoria.

Io non piango mai, sono stata educata a non cedere. Ho versato, in quei minuti, le lacrime custodite da una vita, dedicandole a mio figlio.

Feci un sogno particolare, la notte prima di eseguire il test rivelatore.

C’era neve, tanta neve, tutta la Piazza Rossa di Mosca piena di neve. Io indossavo un abito bianco candido, proprio io, che mi sono perfino sposata in nero, perché odio le convenzioni e perché non pretendo altro che di essere amata per come sono, nella mia natura oscura e silente, nei miei abissi senza luce, nei miei mille volti senza nome.

 

Apro gli occhi, ancora con l’immagine del sogno, ben nitida.

Mi cullo in un istante di pace. Qui, da noi, la neve è fredda e gelata, appena si poggia sull’asfalto si scioglie e scompare, come l’opera di un illusionista.

Scosto le tende, pesanti, in velluto viola, che mi schermano da tutto, quando voglio.

C’è la neve, oggi. Vado in bagno e, poco dopo, scopro che c’è anche il bimbo.

 

Ma la neve durò poco, il giorno seguente solo fanghiglia stava annidata ai lati delle strade.

Alcuni notti dopo sognai l’aborto: non vi era sangue, camici bianchi o rumore di ferri, solo una struggente sensazione di perdita che avvertivo nello stringere un dito minuscolo, che allentava la presa per consegnarmi il suo addio.

 

Mi sveglio come se mi fosse arrivata una pietra in piena faccia. Le tempie pulsano, il cuore e il respiro tradiscono l’affanno e la disperazione, tutto il mio corpo è gelido e marmoreo, ma il mio basso ventre è rovente, il calore divampa e si estende fino alle cosce, con rivoli di sangue.

Corro in ospedale. Non ricordo il percorso in auto, le voci, le persone: ho risparmiato alla prigione dell’oblio solo due labbra, color rosa pesca, che si muovono, rivolte al mio viso, per formulare una frase, di cui non ricordo le parole, ma solo il senso. È la conferma di quanto già sapevo: è morto. Cerco, fra le mie, la sua manina.

 

«I fiocchi sono come piccole piume, e la neve è così, non necessariamente fredda. Ciò che avviene in questo istante è che il cielo piange su Esajas, e le lacrime si trasformano in piume di ghiaccio che si posano su di lui. È l’universo che in questo modo gli stende sopra una trapunta affinché lui non debba mai più avere freddo».

 

Il giorno successivo al raschiamento, non appena varcai la soglia di casa, ricominciò a nevicare copiosamente, al punto che il paese restò bloccato per giorni. Neve da far piangere, ma io la scorta di lacrime la avevo esaurita, potevo solo sentire il gelo provenire da dentro la pancia. Ero un simulacro di ghiaccio.

Mi sovvenne quasi subito, non appena mi sdraiai sul divano, un ricordo della mia infanzia. Una manina di pelo bianco, orrendamente recisa.

Quando frequentavo ancora la scuola elementare, mio nonno mi faceva assistere ad un macabro rito, pensando che esso rientrasse nelle leggi di natura. Prendeva i conigli e li appendeva ad un albero per una zampetta, poi li lasciava ciondolare a testa in giù e li percuoteva fortissimo per ammazzarli… e loro piangevano. Piangevano davvero.

In seguito, li scuoiava quasi vivi e toglieva tutta la pelle, lasciando solo quella della zampetta attaccata al ramo, e mi diceva: «Vedi la scarpetta del coniglio?».

Il sangue dell’animale colava dal naso e rendeva rossa l’erba sottostante, che, poco dopo, in conseguenza dell’apertura del ventre, avrebbe accolto anche gli organi interni.

Restavo immobile, senza riuscire a scappare. Sapevo, fin da allora, diventare di ghiaccio e non versare lacrime.

 

Il bimbo lo ho chiamato Edward, senza saperne nemmeno il sesso.

Ricordate come esordisce il film Edward mani di forbice, il cui protagonista è un essere incompiuto, come mio figlio?

Inizia con una vocina che chiede: «Perché c’è la neve?» e con una nonna che risponde raccontando una fiaba della buonanotte: tanto tempo fa c’era un ragazzo che aveva, al posto delle mani, le forbici e che, grazie ad esse, realizzava meravigliose sculture di ghiaccio, ma, mentre le sue idee prendevano forma, scendevano, dalle opere in fieri, minuscoli pezzetti… e così si è formata la neve.
Ancora oggi, quando nevica, io sono felice.

È l’unico elemento bianco che mi riporta a casa, dove sento, sulla mia pelle di ghiaccio, il calore delle dita minuscole di mio figlio, che mi plasmano, e le carezze morbide di conigli, intatti e saltellanti, che mi invitano a seguirli.

 

«Forse già allora avevo cominciato a desiderare di capire il ghiaccio. Voler capire significa provare a riconquistare qualcosa che abbiamo perso».

 

Citazioni tratte da: Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve.

tratto da: Emma Fenu, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, Echos Edizioni, 2015.

Metterci la faccia

Non è facile parlare di infertilità.

Chè non è solo discutere di quale clinica, terapia o medico siano i migliori per portarsi a casa “il risultato”. Non è solo elencare quanti tentativi di fecondazione assistita hai fatto, in quale città o paese li hai fatti, quante punture di ormoni, ecografie, visite mediche, analisi del sangue hai fatto. Non è neanche parlare di quale cavolo di problema hai che non riesci a superarlo con la tecnologia disponibile al giorno d’oggi.

Non è facile parlare di infertilità. Chi può capire cosa fa ad una donna il trovarsi ripetutamente, per mesi, anni, sdraiata su un lettino sterile e con le gambe aperte, come mancasse di pudore, lasciare che degli estranei in camice bianco sotto impietose luci al neon gestiscano e controllino per te un atto che dovrebbe essere il più sensuale e amorevole e intimo di una coppia, quale quello del concepimento?

Solo ora dopo tanti anni, posso avere la chiarezza e la lucidità per capire cosa mi è successo, per elaborarlo ed esprimerlo pienamente. Mentre mi barcamenavo tra ginecologi, embriologi, infermieri e tecnici di laboratorio non avevo forse nemmeno il tempo di capire. Quello che capivo era che soffrivo per un desiderio legittimo che ogni mese veniva disatteso, infranto in mille pezzi. E ho dovuto trovare una strategia per non perdermi, per rimettere insieme quei mille pezzi ogni volta. E ogni volta ripartire ottimista e piena di speranza. Anche se poi i problemi di infertilità mi hanno cambiata, ho sempre cercato di fare in modo, nel cambiamento inevitabile, di non trasformarmi in una persona lamentosa, negativa e dolente.

Facendo un passo indietro, fu nel 2010, quando la nostra vita cominciava ad essere stabile e la nostra sussistenza economica migliorava e lasciava il livello “studenti lavoratori più o meno squattrinati”, che decidemmo di provare ad avere figli.

Dopo due anni di tentativi di procreare naturalmente, decidemmo che avevamo bisogno di una visita medica e forse qualche “aiutino”. I quattro anni che seguirono sono difficilmente sintetizzabili, ma ci provo.

Per reazione istintiva, di difesa, all’inizio mi sono concentrata solo sull’aspetto pratico della questione. Parlavo del mio corpo e della sua disfunzionalità senza accennare, se non marginalmente, agli sconvolgimenti che accadevano ad un livello più profondo.

Non pensavo molto alla ricaduta psicologica ed emotiva che i lunghi mesi (poi diventati lunghi anni) di ricerca di maternità stavano avendo su di me. Su di noi.

Trattavo la situazione come una questione di problem solving: identificare il problema e trovare il modo migliore per risolverlo. Puro lavoro mentale, razionale, niente di più. Scartato un percorso, ecco che se ne apriva un altro. Prima i tentativi meno invasivi, punture di ormoni, identificazione del periodo fertile e sesso a comando. Quando questi fallirono, un’altra serie di esami seguì e da lì la sentenza più dura: “dovrebbe cominciare a fare i conti con il fatto che potrebbe non diventare mai madre”.

Rabbrividii per quella frase, pronunciata dalla ginecologa con l’intento di evitarmi inutili sofferenze, ma terribilmente insensibile, e detta senza che avessi avuto modo di abituarmi all’idea. Un secondo dopo il mio corpo esplodeva di calore nelle guance e di lacrime ingiuste. Quello è stato forse uno dei momenti più brutti della mia vita.

Avevo appena iniziato il percorso e non ero pronta a mollare così presto. Così decisi che la medicina è limitata, e che i miracoli esistono. E iniziai la FIVET: due tentativi di omologa e due di eterologa seguirono quella decisione.

Nel tempo ho capito che non sempre la vita è giusta, anzi quasi mai lo è. Ha questa magistrale capacità di metterti i bastoni fra le ruote proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto, e di farlo indipendentemente che tu sia una persona in gamba e con saldi valori umanistici oppure l’ultimo disperato, cinico, insulso essere umano sulla faccia della Terra.

Avendo però affrontato sempre tutto con una grande fede (buddista), la filosofia che mi ha sempre animato è che ogni cosa nella vita ha un senso, e se non ce l’ha siamo noi a dovercelo creare. Se questo senso è costruttivo, cresciamo, altrimenti veniamo distrutti dalle sofferenze e dalle difficoltà.

Non essendo mai stata così forte e coraggiosa, ho dovuto lottare con le unghie e con i denti per ritrovare me stessa, per amarmi con i miei difetti e per amare la vita, così stronza e ingiusta.

Guardando ai sei anni di tentativi di rimanere incinta, capisco di essere sopravvissuta proprio grazie al voler sempre guardare avanti, accettando anche i miei aspetti più distruttivi e negativi, ma senza rimanere troppo tempo legata alla me stessa sofferente e arrabbiata. Andare avanti sempre, questo era il mio imperativo.

Ho sempre pensato che prima o poi sarei diventata mamma. Così ho semplicemente cercato di considerare tutte le difficoltà come occasioni per tirare fuori la forza, la pazienza e la perseveranza necessarie per essere madre. Non è stato facile, e sono caduta spesso nella trappola dei “perchè”, arrivando sempre a conclusioni dolorose, inaccettabili e il più delle volte proiettando colpe, e la rabbia conseguente, verso me stessa o, peggio, verso mio marito.

Ho visto in quale baratro sarei caduta se avessi ceduto alla mia mente razionale, al mio cuore sofferente per essere stato privato di una cosa che è invece naturale e semplice per altri.

Mi sono più volte vista risucchiare in un buco nero di frustrazione, senso di impotenza e odio verso il mio corpo inutile e improduttivo. Ma mi sono rifiutata di essere assorbita da quelle sensazioni, ho desiderato di trovare il modo per vivere una vita fertile, sempre e comunque, anche a dispetto della mia infertilità.

Dirlo ora, in poche righe, non rende l’idea di cosa si deve attraversare, quali paludi emotive e quali montagne di dolore si affrontano, insieme ai mille ostacoli pratici, e alle trasformazioni cui la tua vita va incontro, quando diventi una paziente in cerca di cura. Per lo più ci si sente sole, isolate, senza nessuno che ci possa dare conforto. Nessun sostegno psicologico, a parte i forum online dove la comunità delle donne ti offre un sorriso, un abbraccio e tanta delicatezza. Anche il rapporto di coppia ne ha risentito, ma per fortuna, o per determinazione, abbiamo trovato il modo di essere ancora più uniti.

Ho deciso poi ad un certo punto di metterci la faccia, di aprire un blog, con foto, nome e tanti post positivi accanto alle mie storie di infertilità. Là scavo nelle mie memorie, riapro le mie ferite e lascio che la scrittura le guarisca, sperando che questo sia di incoraggiamento per le altre donne che affrontano problemi simili. Scrivere si è rivelato catartico: scrivo e lascio che la mie sensazioni confluiscano nelle parole, mentre mi libero del fardello delle cose non dette che annebbiano la mia mente.

Il semplice atto di parlare di infertilità e di noi mamme-non-mamme, mamme di testa e di cuore, è terapeutico. Non ho problemi, non più, a descrivere cosa significa essere infertile, ad andare a fondo nella dimensione emotiva di una donna alle prese con la fecondazione artificiale. E scrivo perchè, se le parole che riceviamo da chi ci sta intorno spesso non sono di incoraggiamento, la condivisione delle esperienze lo sia. Siamo tutte diverse, e ognuna di noi ha un suo modo di affrontare le difficoltà, ma tutte abbiamo bisogno di rispetto, amore e una parola dolce. Le donne che come me affrontano la lotta contro l’infertilità sono donne guerriere. Non sono “poverine” o “da aggiustare”, nè deboli nè ossessionate, non più di qualunque altra donna alle prese con i propri problemi.

Siamo donne che affrontano tutti i giorni un processo di ricostruzione di se stesse, della propria identità. Private di un pezzo di cuore, che vorremmo riempire con l’esperienza della maternità, a volte ci sembra di non poter essere mai complete. Ma nel cercare di riempire quel vuoto scopriamo che non siamo sole, che altre lottano come noi e che possiamo, se non colmarlo, almeno renderlo costruttivo.

Come finisce la mia storia?

Non è ancora finita; non stringo ancora un figlio tra le braccia.

Ma ho deciso che ho chiuso con la fecondazione artificiale. Aspettiamo di iniziare il percorso adottivo, che avremmo sempre voluto fare e che oggi abbiamo la maturità e la chiarezza per poter intraprendere.

Auguro ad ogni donna di non perdere mai se stessa, di non identificarsi mai esclusivamente con la propria infertilità e di nutrire sempre fiducia nelle proprie capacità, fisiche, mentali e spirituali.