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I giorni della perdita – 3

Lo sfasciacarrozze è fuori città, è alla fine di un viaggio, nella polvere, un viaggio assediato dai rovi e accecato dal frastuono delle cicale. Varchiamo un grande cancello arrugginito e ci addentriamo fra le carcasse bollenti delle macchine, nella luce abbagliante di un sole sempre più invadente, fino a quando scorgiamo un uomo che si aggira, come un monarca sopravvissuto a un’esplosione nucleare, in quel grottesco cimitero.
Quando scendo dall’auto, il calore che sale a vampate dal terreno è quasi intollerabile.
Io e l’uomo parliamo.
È una strana conversazione. La seguo dall’esterno, come se vedessi me stesso e quest’uomo mentre muoviamo la bocca e pronunciamo delle parole.
Come se tutto questo non stesse avvenendo realmente.
Anche la sua voce ha qualcosa di strano, forse, è troppo lenta e profonda. Sembra immune al caldo, veste una tuta da lavoro blu e una camicia e, mentre avverto ancora questa sensazione di irrealtà, noto che non sembra infastidito dalle gocce di sudore che gli scivolano lungo il viso.
Il calore continua a salire a vampate dal terreno, ed è sempre un calore intollerabile, e io e quest’uomo continuiamo a parlare, lui dice che forse c’è quello che cerchiamo, dice di tornare più tardi e poi scompare nel ventre arrugginito del suo labirinto.
Risalgo in macchina.
Sono sfinito, fradicio di sudore.
Pensiamo di azzardare un giro per le strade di campagna che ci stanno attorno.
Giusto per lasciare che questo tempo passi via.
Trascorre quasi un’ora e nessuno dei due parla, io continuo a guidare, ma ormai i miei pensieri guizzano frenetici qui e là simili a pesci in una pozzanghera asciutta.
Penso che è l’estate più calda degli ultimi venti anni, pen­so che è un’estate rovente, un’estate che ferma il cuore, ma mi ripeto, non smetto di ripetermi, che prima o poi tornerà l’inverno.
Mi volto verso Roberta per rivolgerle un sorriso e vedo che sta piangendo, lo fa in silenzio, senza distogliere lo sguar­do dalla strada.
Poi si gira verso di me e mi guarda in modo strano.
«Non piangere», mi dice.
Io mi scuoto.
Non so da quanto tempo le lacrime sono sul mio volto e tento, inutilmente, di riprendere il controllo. Devo reggere per lei, mi dico, ma so bene che, arrivati a questo punto, è impossibile.
Fermo la macchina. Ci prendiamo per mano e ci guardia­mo a lungo. Non posso più lasciarle la mano, e capisco che questo istante mi resterà aggrappato alla memoria per sempre.
«Sai», le dico in un sospiro, «ho sempre pensato di dover ignorare e nascondere il mio dolore per poter pensare a te.»
Lei mi guarda e mi sorride, anche se è stremata.
«Ma ora capisco», aggiungo, «che così ci lasceremmo da soli, ognuno solo, con il suo dolore.»
Passano i giorni.
Parliamo a lungo, ci raccontiamo quello che succede, non ci stanchiamo di farlo e in qualche modo ci sentiamo più for­ti. Io, raccontando la mia fragilità, ho la sensazione di essermi liberato da una prigione che portavo dentro di me.
Poi il medico ci chiama, i dosaggi danno una speranza.
Guardo Roberta e decido di non restare in silenzio.
«Ho paura», le dico. «Avrei preferito un’altra notizia, adesso un’altra perdita non so come potrei reggerla, sono sta­te troppe.»
Lei annuisce.
«È quello che penso anche io.»
I giorni scivolano via uno dopo l’altro, e non ci portano buone notizie. Roberta deve lasciare che, con lame e attrezzi di metallo, ripuliscano l’interno del suo corpo da ogni traccia della vita che stava nascendo. L’operazione viene eseguita, ma capita qualcosa di sbagliato e, dopo qualche settimana, lei deve entrare in sala operatoria per subire un altro, uguale, intervento.
Ora gli infermieri spingono nella camera la barella e io poso il quaderno su cui stavo scrivendo. La guardo. Si sta svegliando dall’anestesia, dice qualcosa, ma ancora non la capisco, perché la sua voce è impastata, e i suoi occhi ancora vedono un mondo tessuto di sogni. La accarezzo e le parlo piano, la accompagno come posso, le racconto quello che succede, e lei mi sorride, forse per chiedermi scusa delle nostre sventure.
Il suo volto, rilassato dai farmaci, sembra più giovane, i suoi occhi sono tranquilli, come lavati dalla pioggia.
«Devo dire che l’anestesia ti dona, potresti farla più spesso», dico. «Sei davvero bellissima.»
Un sorriso tenta di mostrarsi sul suo viso, ma, mentre appare, si disperde in cento rivoli di stanchezza.
«Non è vero. Devo essere orribile.»
La bacio. L’odore dei farmaci è forte, e non posso fare a meno di pensare a quello che sta sopportando il suo corpo.
«No», sussurro. «Tu non sarai mai orribile.»
Mi siedo accanto a lei e ci prendiamo per mano. Dopo qualche istante lei si addormenta e io inizio a leggere, aspettando che si svegli. Fuori, intanto, questa estate, che brucia via l’anima, prima o poi si dimenticherà di noi. Fuori, mi dico, prima o poi qualcosa cambierà, e tornerà l’inverno.

 

 

 

Il terzo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita – 2

È l’estate più calda degli ultimi decenni quando, per andare all’ospedale, usciamo nel sole che infuoca le strade.
Tentiamo di respirare questa aria rovente. Ci trasciniamo in una lotta che non pronuncia parola, una lotta appena disturbata dal profumo affilato, come un rasoio, della speranza.
Ci incamminiamo. Attraversiamo il muro freddo dell’aria condizionata, ci muoviamo tenendoci per mano fra ascensori e corridoi, ci muoviamo verso l’ennesimo e disumano verdetto delle macchine. Alla fine raggiungiamo la stanza dove nella penombra ci aspetta il medico.
Penso che Roberta ha trascorso le ultime tre settimane a letto, mentre si sdraia ancora e si prepara all’ecografia.
Il ginecologo è cambiato.
Questa volta i suoi occhi non sono di ghiaccio. È un uomo gentile e, mentre decifra le ombre e i segni, immagino che persino per lui non sia facile trovare le parole. Fuori l’estate scioglie l’asfalto delle strade e abbaglia i gatti che cercano rifugio nell’ombra degli alberi. Lui si attarda un istante di più, forse per sottolineare il proprio impegno, e poi si volta verso di noi.
Mi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire e, quando parla, sento arrivare dentro di me una sensazione già conosciuta. Prima è una coltellata che mi buca il ventre, una coltellata a tradimento, testimoniata da un dolore fitto e sottile, poi mi avvolge una strana calma. Una coperta che mi protegge da tutto ciò che potrei provare o pensare.
«Mi dispiace», mormora l’uomo nella penombra. «Non si vede l’embrione, ma io farei ancora un dosaggio delle BHCG, giusto per essere sicuri.»
Facciamo qualche domanda, chiediamo se c’è ancora qualche possibilità, ma la risposta è chiara e concisa, forse per evitarci ulteriori aspettative.
Usciamo dall’ospedale parlando di cose senza importanza, e io immagino che chiunque ci veda possa pensare a noi come a una spensierata coppia che cammina mano nella mano.
Cerco di scherzare e sdrammatizzo inventando nomi bizzarri per quella stanza da cui siamo usciti, più volte, storditi e impotenti. Mi dico che lo faccio per lei, che certamente soffre molto più di me, ma mi sento un attore, non molto abile, un attore che recita un dramma privo di bellezza.
«Non lo so…» dico. «Ma non me la sento proprio di andare a casa… Forse è meglio se usciamo, se ci distraiamo un po’…»
Mentre lei svanisce nel silenzio, la mia mente torna alla vacanza in Sardegna e ai discorsi sul risanamento dell’attenzione.
Tutto mi sembra una farsa. Il cielo, gli alberi, le mie mani, niente sembra più avere un significato.
«Forse hai ragione», dice lei, le mani vuote, perdute lungo i fianchi.
Più tardi vado a prendere la macchina, mentre lei mi aspetta a casa, ma la trovo senza una ruota. Noto, però, che il ladro ha avuto la gentilezza di appoggiare il mozzo a una pila di mattoni, sorrido e faccio una riverenza, rivolto all’accecante cielo azzurro, quindi telefono a Roberta.
«Sono io», dico, «ci hanno anche fottuto una ruota.»
«Molto bene», risponde lei. «E adesso?»
«Non lo so… Vedo di mettere quella di scorta e poi ti vengo a prendere. Potremmo andare da uno sfasciacarrozze… Così ne prendiamo un’altra e non ci pensiamo più.»
Quando lei si siede accanto a me, il suo volto è graffiato nella pietra. L’auto si muove mentre attorno scorrono palazzi, facce sconosciute e un intero universo di esistenze eteree come fantasmi.
Lei guarda fuori dal finestrino, accenna un lancinante sorriso e si prepara, forse senza saperlo, a dire una di quelle cose che mai nella vita si lasciano dimenticare.
«Credo», mormora rompendomi in due il cuore, «credo di non aver mai visto tante donne incinte come in questi giorni.»
Fuori il mondo insiste nel suo fluire, nessuno dei due parla, il silenzio ci avvolge e ci soffoca, ma semplicemente non ho nulla da dire. Non sento nulla e non provo nulla, posso solo continuare a pensare che devo essere forte per lei, e che devo proteggerla. (…)

 

Il secondo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita

Luglio 2003

Genova

Un altro impercettibile anno di attesa ci spazza via, lasciandoci soltanto un pugno di tristezza stretto attorno ai pensieri.
Succede che scrivo molto e che, in qualche modo, i viaggi dei miei personaggi curano la mia irrequietezza. Ma i mesi continuano a sparire, uno dopo l’altro, mesi scanditi dalle date in cui lei dovrebbe essere fertile, date in cui anche la gioia della nostra intimità rischia di divenire un esercizio perduto fra dovere e speranza.
Poi, al consumarsi delle lune, lei scopre che non è successo niente e allora scappa via, scappa oltre una porta chiusa, e mi nasconde il suo pianto.
Ma io non piango.
Non piango anche se non riesco più a provare gioia, anche se la sua sofferenza mi impedisce di dimenticare la mia, anche se, troppo spesso, penso al nostro figlio mancato.
Sono giorni in cui tento di sdrammatizzare con sorrisi che però mi escono fuori storti e infuriati; sono giorni in cui preferisco non parlarle del mio dolore, credo le basti già il suo; sono giorni in cui non le dico dei miei incubi, del mio timore di perdermi e di non esistere più.
Mi capita di rivedere il Buddha che sorride.
È sempre un Buddha avvolto, imperturbabile, dalle liane che pendono dagli alberi, ed è sempre illuminato da quello stesso maledetto e magico sorriso che avevo visto in Roberta, forse migliaia di anni fa, a Briançon, durante quella giornata di sole. Allora mi pesa addosso la consapevolezza che a quella premessa non è succeduto un verificarsi di eventi, che non è arrivato il figlio che quel sorriso mi aveva promesso, e che non è arrivato quel futuro.
Ogni giorno, al risveglio, è ancora il giorno prima, ogni giorno è lo stesso giorno in cui non accade nulla, lo stesso giorno in cui, in silenzio, mi spengo, e smetto di esistere.
Spesso mi chiedo se lo stesso sta accadendo anche a lei, ma a volte non mi chiedo più nemmeno questo, perché un vuoto si sta aprendo fra noi, un distacco indefinibile, un silenzio che raramente rompo per ritrovarla, accorgendomi, però, che lei preferisce l’esercizio solitario della riservatezza alle mie parole di falsa speranza.
Poi ci arriva addosso una novità, la novità che lei è incinta.
Le consigliano di restare a casa, di non lavorare e di riposare.
Sperando che la sfortuna si dimentichi di noi, alla mattina la saluto e vado via nella città, a lavorare, vado via lasciandola sdraiata sul letto. Abbiamo paura. Nessuno di noi due può accettare altre perdite, e comunque io non penso a questo mentre mi chiudo la porta alle spalle. Mentre lei ancora dorme io già mi affido all’abbraccio di un’intera giornata di istanti che mi porteranno altrove. Istanti in cui scappo, istanti meno dolorosi e sferzati dalla solitudine, rispetto a quelli che mi aspettano a casa.
Mi capitano giornate dove interpreto un personaggio in cui inizio a riconoscermi, ed è un personaggio che ride e scherza, un personaggio che sa come suscitare lo stupore per costruirsi un’apparenza e dimenticare se stesso.
Quel giorno, quando torno a casa, lei è davanti ai fuochi della cucina, e mentre chiudo la porta d’ingresso, da dove sono scappato alla mattina, mi accorgo che l’aria che respiro ha un sapore disperato, un sapore che risveglia tutto ciò che ho voluto dimenticare.
«È quasi pronto», dice lei senza voltarsi.
«Come stai?» dico.
«Come vuoi che vada», pronuncia senza intonazione.
Vorrei che fuori, sui lastricati di pietra del centro storico e sui tetti di ardesia, precipitasse un nubifragio. Vorrei che fiumi in piena frantumassero gli ormai folli argini di questa città.
So che dovrei abbracciarla, so che è tutto il giorno che non ci sentiamo, so che avrei dovuto chiamarla, so anche che è lei che paga, nel corpo oltre che nella mente, il prezzo di questi giorni, ma dentro di me qualcosa si ribella. Forse è il dolore che nascondo a me e soprattutto a lei, forse è il mio dolore che vuole essere ascoltato.
«Qualcosa non va?» le chiedo.
«No. Niente», risponde senza guardarmi.
«A vederti, non direi», insisto.
Aspetto ma lei non si volta neppure, continua a smuovere le verdure che cuociono in padella e lo fa con uno sguardo vuoto e assente.
Penso che potrei dirle cento parole diverse, potrei dirle della mia paura, ma quello che mi esce è solo il suo nome, pronunciato con un tono distaccato e che non mi appartiene. Quasi un tono di rimprovero.
«Roberta…» dico.
Allora lei si volta, con lentezza, verso di me. E lascia cadere giù una frase pesante come pietra.
«Non mi chiami mai.»
La tristezza delle sue parole spezzerebbe le certezze di chiunque. Non so cosa dire, ha ragione, ma l’enorme vuoto che ci circonda sta uccidendo la nostra consapevolezza e la nostra capacità di vivere. Capisco che una parte di me tenta di fuggire lontano da tutto questo, allora faccio due passi attraverso la stanza, la avvicino e cerco di starle accanto, ma sto troppo male per farlo con grazia e lei vibra come una lama piantata nel legno e la sua è una forza rabbiosa, che sta per esplodere, una forza simile alla mia, una forza maltrattata da troppi giorni di attesa per esprimere tolleranza.
Non vedo chi è che inizia a urlare per primo, ma vedo lei che mi viene sotto e mi frusta con frasi di odio e disperazione. Sento in me una rabbia capace di frantumare per semplice sbadataggine. La mia voce è quella roca dell’orco e la spinge in un angolo, poi mi ritraggo, ma lei ancora mi viene sotto urlandomi il suo dolore.
Non posso più trattenermi e una sedia si spezza fra le mie mani.
Più tardi torno in casa, dopo aver lasciato svanire, nell’aria aperta del terrazzo, i miei inutili pensieri.
Lei ora è seduta sul letto e i nostri occhi sono cambiati. Tutti e due abbiamo bisogno di ritrovarci, tutti e due vogliamo essere di un passo più grandi dell’immensità che ci schiaccia.
Pronunciamo delle parole, ci abbracciamo e speriamo che il sonno venga a salvarci, speriamo che il sonno venga a portarci via. (…)

 

 

 

L’estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli