Un momento di straripante magia

Potevamo soltanto aspettare.

Che peso, l’attesa! Non potevamo aggrapparci a nulla, se non a quella telefonata. Nessun segnale fisico, nessuna indicazione nel documento che mi aveva rilasciato l’ospedale, nessuna statistica incoraggiante, nessuna esperienza che potesse darci qualche spiraglio. Niente. Dovevamo necessariamente imparare ad attendere.

Ma quella telefonata arrivò, e fu meravigliosa: i miei pochi e sgangherati ovuli, uniti agli spermatozoi di mio marito, avevano prodotto tre embrioni di buona qualità. Potevo presentarmi in ospedale per il trasferimento in utero.

Così feci, da sola. La procedura non richiedeva che la donna fosse accompagnata perché il trattamento era senza anestesia e indolore. “Io sono abituata a cavarmela da sola”, pensai, e condivisi con mio marito che avrebbe potuto risparmiarsi l’onere di un’altra lunga attesa.

Quando mi presentai al solito posto, in ospedale, scoprii che tutte le altre donne presenti erano con i propri compagni. Iniziai ad interrogarmi sul senso di quella scelta. La mia, la loro. Ero più forte? O ero meno disposta ad aprirmi al supporto degli altri? Ero più pragmatica? O non avevo compreso il senso profondo di quel momento? Non ero ancora giunta ad una risposta definitiva quando accanto a me si sedette un’altra donna. Sembrava sola anche lei. Questo mi rassicurò. E iniziammo a parlare.

Finalmente, ero riuscita ad entrare in contatto con una mia sconosciuta compagna di viaggio. Con facilità ci scambiammo pareri, informazioni, esperienze e timori. L’attesa si alleggerì e poi entrammo, quasi insieme.

Eravamo vicine di letto, come il giorno del prelievo. Questo ci consentì di proseguire la nostra chiacchierata per tutto il tempo. E quando fu il momento di salutarci, sentimmo entrambe il desiderio di restare in contatto, scambiandoci i numeri di telefono.

Anche in questa occasione, il via vai tra la sala operatoria, la stanza dei trasferimenti ed il salone con i letti, era frenetico. Sembrava che nulla fosse cambiato, che ogni giorno si ripetesse esattamente uguale al precedente ed al successivo. Per fortuna, anche la calda accoglienza e la simpatia del personale di supporto era una costante.

Un attimo… è il mio turno! Percorro qualche passo per raggiungere la stanza, sento il cuore che inizia a battere forte nel mio petto. E’ buio. La procedura sembra essere seguita a menadito. La biologa mi dà qualche spiegazione. L’infermiera mi aiuta a sistemarmi in posizione ginecologica. C’è un monitor anche davanti a me, mi domando a cosa serva. All’arrivo della dottoressa tutto è pronto. Mi spiega i passi che sta compiendo. L’infermiera, accanto a me, mi indica sul monitor cosa sta succedendo e cosa sto guardando.

Non mi sembra vero. E’ incredibile. Sono senza parole. Distinguo chiaramente la cannula introdotta nell’utero, e improvvisamente vedo esplodere un bagliore dentro di me. Eccoli, sono loro: sono i nostri embrioni! Sono entrati dentro di me accompagnati da una luce. La nostra luce. Per un istante, sento tutta la potenza e la bellezza del miracolo della vita. E l’inestimabile valore del progresso scientifico.

Quello che prima mi sembrava un limite tremendo – non riuscire a concepire un figlio naturalmente – ora mi appare come un’occasione di portata eccezionale: avevo potuto vedere il momento magico in cui io e loro ci eravamo uniti.

“Il trasferimento è perfettamente riuscito, in bocca al lupo signora”. Lo sguardo della dottoressa e delle altre donne presenti nella stanza mi rincuorarono. Fu il primo, vero momento di umanità che sentii in quel travagliato percorso di ricerca.

Aspettai un’ora sdraiata e immobile, come richiesto.

piantinaPoi mi avviai verso casa, con la dolce consapevolezza di avere dentro di me il frutto dell’unione tra me e mio marito. Questa volta erano lacrime di emozioni intense, speranze e aspettative. Dentro di me c’era la vita. Una vita da custodire e coltivare con cura. Non mi ero mai sentita così. Era un’esperienza del tutto sconosciuta e travolgente. “Benvenuti amori miei!”, esclamai.

5 Anni, qualche mese ed una manciata di giorni

Ho 30 anni, anno domini 2010 e una mattina mi sveglio con la consapevolezza di volere un figlio. Ne parlo con il mio compagno, che da un annetto non aspetta altro. Attende che io sia pronta come lo è lui. Quindi via…..ci godiamo la gioia della ricerca, l’aspettativa, il figurarsi il momento del test positivo….come dirglielo, quando, prendergli un regalino?

I primi mesi passano tranquilli, ok che tutti gli altri restano incinta al primo colpo, ma siamo seri…le statistiche per la mia età parlano di circa 6 mesi. Sei mesi che passano inesorabili senza nemmeno un ritardo e allora, complice la visita di controllo dalla ginecologa, le chiedo consiglio e lei mi dice di portarmi avanti facendo qualche esame. Esami che sono perfetti. Come la mia ovulazione, come gli ormoni, il collo dell’utero, la pressione, la coagulazione e chi più ne ha più ne metta.

Passano altri mesi, e il mondo intorno a me procrea. Amiche che postano ecografie sui social, amiche che non senti da mesi che ti chiamano per darti la buona novella, donne che ti dicono scocciate che loro non lo volevano ma sai com’è…è bastata giusto una volta senza preservativo e Bomba!!! Subito incinta.

Ed io ascolto, sorrido e qualcosa dentro di me, lentamente, si lacera. Discorso dopo discorso, parola dopo parola, qualcosa si strappa ed io non so come rimettere insieme i lembi.

Intanto, dopo che mi sento dare della nevrotica dal medico di base: “Dica a sua moglie di rilassarsi e vedrà che rimarrà incinta”, parole dette al mio compagno quando gli ho imposto di fare uno spermiogramma [nel 2010 in Italia ancora si pensa che tutto dipenda dalla capacità della donna di rilassarsi, quindi è sempre e solo colpa della psiche della donna. Non si concepisce che possano esserci dei problemi fisici. Andiamo bene. Pieno medioevo], continuo ad avere un meraviglioso, abbondante ciclo mensile. E comincio, disperata come sono, a convincermi che davvero sia un mio problema mentale.

Questo fino a quando il primo giugno del 2011 non abbiamo tra le mani il risultato dello spermiogramma, che evidenzia un numero elevato di spermatozoi ma non certo performanti e anche piuttosto malconci. Quindi non sono pazza ma abbiamo un problema da affrontare, qualcosa su cui lavorare ed investire le nostre energie. Energie che in realtà non credo di avere perché sono psicologicamente a pezzi e non so ancora che il peggio è dietro l’angolo ad aspettarmi.

Lasciamo passare un’altra estate fatta di annunci di gravidanze, sofferenza repressa, incomprensioni coniugali e riserbo per una situazione che non so ben comprendere io….figuriamoci spiegarla agli altri.

Da settembre 2011 in poi il mio corpo non mi appartiene più. Visite ginecologiche, esami del sangue, isterosalpingografia, fatta in pausa pranzo e poi di corsa al lavoro perché ho già preso millemila permessi e non posso tirare troppo la corda. Come al solito tutto ok. Tutto bene. Io sono a posto.
Il mio compagno si fa operare di varicocele, ma la situazione non cambia, quindi andiamo da uno dei migliori andrologi di Milano il quale ci dice che sì, ok che lo spermiogramma non è bellissimo ma che comunque sono giovane e, esami alla mano, avrei già dovuto ottenere la tanto agognata gravidanza.

Basta procrastinare, ci mettiamo in cura in un centro PMA pubblico abbastanza comodo sia da casa che dal lavoro….e giù nuovamente esami su esami, soldi che escono dalle nostre tasche e che vanno in tamponi e stick ovulatori. Lentamente divento un’esperta del settore. Riconosco la mia ovulazione con una precisione sconcertante, tanto che abbandono gli stick perché ormai superflui. Ovviamente il centro pubblico prevede un’attesa di circa 6 mesi prima di poter accedere alla IUI. Niente ICSI perché, come tutti mi ripetono, sono giovane e sana e gli spermatozoi se pur messi malino, dovrebbero permettere una gravidanza senza troppi problemi.

Le IUI saranno sette, tutte negative, tutte a seguito di una stimolazione ormonale fatta di punture sulla pancia, gonfiori, rabbia, frustrazione, rifiuto per me stessa e per il mio corpo che si rifiuta di adempiere al suo dovere biologico. Mi spengo, mi chiudo, creo un mondo privatissimo e ristrettissimo nel quale sto bene, una specie di giardino d’inverno nel quale mi rifugio sempre più spesso.

Se non fosse per una carissima amica e collega, anche lei alle prese con gli stessi problemi, ma determinata a non intraprendere il percorso PMA, probabilmente impazzirei.

Invece lei c’è sempre, mi ascolta, mi capisce, sopporta il mio crescente cinismo, le mie lacrime. E’ a tutti gli effetti la mano a cui mi appiglio per non crollare. Mi protegge dal mondo esterno, fa scudo, è quella che si può definire a tutti gli effetti, una vera amica.

Ed io scopro cosa sia la rabbia, sono perennemente arrabbiata con il mondo, con la gente, il sole, la luna, i fiorellini, sono arrabbiata prima di tutto con me stessa, con il mio compagno e con il destino. Non riesco a ragionare razionalmente. L’infertilità governa ogni attimo della mia vita.

Intanto gli anni passano, il rapporto con il mio compagno si logora sempre di più e a Giugno 2014 passiamo alla prima ICSI. Undici giorni dopo il transfer mi arriva il ciclo. Piango in ufficio, piango mentre faccio le beta, mi sembra di saper fare solo questo. Piangere e sminuirmi. Era una biochimica, ma mentre il ginecologo del centro pensa sia comunque un risultato da tenere presente, io lo vivo come l’ennesimo fallimento. Mi crogiolo nella disperazione perché penso che sia l’unico modo per poterla davvero superare.

Non ce la faccio più.

Voglio smettere, voglio tornare alla mia vita di prima, voglio essere lasciata in pace. Sono stufa di esami, tamponi, controlli, iniezioni, litigate, sofferenza. Basta. Non voglio più massacrarmi di farmaci ed esami quando non ho alcun problema, e sono stanca di sentirmi inadeguata.

Eppure il mio compagno insiste. “L’ultimo, facciamo almeno l’ultimo tentativo”. Non voglio ma spinta anche dai compagni di forum (mi sono iscritta ad un forum sull’infertilità che mi ha letteralmente salvata dalla disperazione più nera) decido di fare l’ultimo tentativo. Ed è la stessa cosa che dico risoluta al colloquio con il ginecologo del centro. “Non ce la faccio più, questa è l’ultima volta”. Il gine mi asseconda e mi propone di abbinare agli ovuli di progesterone usati nel post transfer precedente, anche iniezioni di progesterone e pastiglie di cortisone. Accetto scazzata come non mai.

Il giorno del transfer la biologa entra sorridente e mi dice che di ovuli solo due erano idonei ma che gli embrioni risultanti sono stupendi, estremamente vitali e con ottime probabilità di impiantarsi nel mio meraviglioso e sempre perfetto utero.

Dieci giorni dopo vado a fare le beta con il solito atteggiamento di sconfitta che ormai mi appartiene. Passo la giornata come uno zombie in attesa della sentenza di morte, ho i sintomi da preciclo e sono fermamente convinta che tutto sia perduto. Le mie colleghe che conoscono la situazione mi stanno vicino, cercano di distrarmi e attendono preoccupate il risultato. Alle 17 arriva il pdf del laboratorio analisi.

200.2

Apro e chiudo il documento una decina di volte, convinta di aver visto male. Poi scoppio a piangere, ma non un pianto silenzioso, uno di quelli a singhiozzo con tanto di spalle che tremano e versi disumani. Una mia collega accorre convinta del peggio, mi porta in una sala riunioni per consolarmi e quando le dico il valore mi abbraccia  e piange anche lei.

Con il mio compagno decidiamo di festeggiare in serata ed invece siamo così stravolti e provati dagli ultimi 5 anni che crolliamo sul divano alle nove, senza nemmeno la forza di condividere la nostra gioia.

Le seconde beta sono più che raddoppiate e alla prima eco si vedono due camere, una con embrione e battito, l’altra vuota. Il 24 dicembre corro al pronto soccorso per delle perdite (e nel viaggio perdo 10 anni di vita) e scopriamo che tutto va bene, a volte capita, e che gli embrioni sono due e stanno benissimo.

La gravidanza è durata 7 mesi (sì, i bambini sono nati prematuri, abbiamo fatto anche l’esperienza della TIN ma questa, è decisamente un’altra storia), sette mesi tutto sommato tranquilli, fatti di paure e gioie, di fame profonda, di scoperte e preoccupazioni, sempre la consapevolezza che nulla ti è dovuto e che sei stata fortunata, che sei stata scelta dal destino, che la gravidanza non è scontata e che va vissuta come grandissimo dono.

L’infertilità mi ha cambiata profondamente, mi ha fatto conoscere una parte di me che avrei preferito non incontrare mai e mi ha fatto capire che sono più forte di quello che credevo. Mi ha aperto gli occhi sulla gente che ho frequentato per anni, illuminandomi su quanto futili e vuoti fossero alcuni di loro. Ho imparato a discostarmi da ciò che mi fa soffrire e a crogiolarmi in quello che mi fa stare bene.

Ho tante ferite aperte che ancora non si sono rimarginate e che non so nemmeno se lo faranno mai, ma anche loro fanno parte di me, di quella che sono diventata, ed ho imparato ad accettarle con tenerezza, una tenerezza che non sapevo nemmeno di avere.

 

 

Le ferite del corpo

«Mi metto seduta, preparo la siringa, mio marito mi guarda non sapendo cosa fare, osservo l’ago a lungo, mi fa paura infilarlo nel ventre. Mi dico: è solo un attimo, forza… – Mi sento sola – Perché tocca a me e non a lui? – Premo veloce il liquido, cerco di non pensare che gli ormoni fanno venire i tumori – Chissà quante ne dovrò fare ancora? Non sono così coraggiosa. – Ormai è andata, forza liquido fai il tuo dovere, verso i follicoli via… – In quel momento mi sento già mamma, perché una mamma dà tutto quello che ha per i suoi figli, ma la mia pancia è vuota e il mio bambino non c’è ancora», racconta Elisabetta.

Intraprendere un percorso di fecondazione assistita significa per una donna affrontare prove molto difficili dal punto di vista personale: innanzitutto vuol dire spogliarsi dei propri vestiti e mostrare le parti intime del proprio corpo allo sguardo di molti. Gli accertamenti clinici, volti ad approfondire le cause mediche dell’infertilità, per la donna sono molteplici e a volte dolorosi. L’aspetto è tutt’altro che irrilevante per il valore che assume il vissuto del corpo nella sterilità. Il corpo che non genera è innanzitutto sentito come inadeguato, vuoto, difettoso, mancante; è un corpo tradito e nello stesso tempo, traditore eppure è anche un corpo vivo, pieno di desiderio e di speranza. Il corpo sterile è un luogo di conflitto. Nudo nei suoi timori, bisognoso di ascolto e di attenzione.
Nell’atto di spogliarsi la donna scopre anche la propria fragilità e la mette a nudo di fronte al professionista di turno.
La superficialità con il quale viene trattato il corpo e l’invasività fisica, ma soprattutto psichica, rappresentata dalle visite specialistiche e dalle cure mediche, possono avere una natura traumatica e lasciare ferite difficili da identificare.

Estratto da “La cicogna distratta: Il paradigma sistemico-relazionale nella clinica della sterilità e dell’infertilità di coppia”, Franco Angeli Edizioni.

DUE. ANNA

È l’11 aprile del 2015 e io oggi compio quarantuno anni. Alle ore 13,00 di questo giorno ho avuto in mano i risultati dell’esame bhcg del mio sangue, fatti questa mattina appena sveglia.

La segretaria del centro di analisi sta chiudendo le pratiche della giornata, è sabato, probabilmente nel pomeriggio non riapriranno me c’è fretta di uscire al sole, perché oggi è il primo vero giorno di primavera. Ho richiesto i risultati on line ma qualcosa non ha funzionato e allora, siamo tornati per averli in mano, perché la carta certifica ancora meglio ciò che si attende da anni, e perchè c’è voglia di mostrare in giro un pezzo di carta, da incorniciare eventualmente.

Noi, mio marito ed io, siamo seduti in attesa, mentre l’addetto delle pulizie ci spazza tutto intorno, probabilmente anche infastidito dalla nostra presenza lì a quell’ora. Hope, il terzo componente della famiglia, un jack russell di tre anni, esemplare atipico e molto presente nelle nostre vite emotive, osserva le nostre dita tamburellare sulle sedie di plastica e i piedi fare un movimento preciso, costante e sottilmente percettibile.

La ragazza ci dice che sono pronti e sta stampando, ci viene incontro, si china su di Hope per accarezzarlo e dirgli quanto è carino e lui si ritrae infastidito, si alza e nel consegnarmi i fogli di cartoncino lucido con sopra stampata una mamma in attesa mi dice che il risultato è negativo.

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

UNO. NICOLE

Stamattina alle 8,23 ero al mio appuntamento numero 4 dell’ambulatorio numero 3. In anticipo di 7 minuti. Davanti a me una porta con apertura anti-panico, e una porta allarmata da non aprire, che bisognerebbe parlare di questa scelta terminologica troppo probabilmente del Centro di Scienze della Natalità. Un corridoio marroncino chiaro, sedie troppo appiccicaticce da non poter stendere le gambe, come su un Ryan Air vicino all’ala di sinistra. Da qualche tempo i medici non chiamano più per nome, ma hanno ideato un sistema di cifre e iniziali. La privacy sembra il bozzolo di una farfalla, che ci protegge da cosa e chi non ho mica capito. A me piaceva tanto il mio nome chiamato da Paola. Lei lo dice così, con quel modo giusto per lei, mettendo un accento sbagliato: e legittima ore di pensieri in autostrada, di sogni tra l’ammorbidente e ti dà quel sale della speranza, che le cifre delegittimano in un solo soffio. Ma certe cose ai medici come gliele spieghi?

La lei di fronte a me si allaccia un cinturino di silicone che mi sembra un braccialetto o un orologio, non sono sicura, ma non posso mica fissarla! Il colore della plastica è un rosa acceso, come una kaipiroska di un locale all’aperto in un mese d’estate, ma 0 zanzare. Ora le direi che sarebbe bello avere il coraggio di raccontarsi. Perché il racconto è un dono. E a me piace donarmi. Ma il rumore dei freni supera la musica dei nostri auricolari e la frenata fa cadere i nostri cappotti e la sua borsa. Nell’ ondeggiare sembra di essere in barca; porgendole il cappotto ho l’illusione che lo sappia che lei è felice. Sembra me lo dica tra la sua lana nera e la mia rossa, che lo sappia che in mezzo ai suoi tacchi desideri di altri sembrano calpestati sotto e sembra anche che le mie suole piatte sfiorino il blu come al mare con un temporale inventato. Ma inventato così bene che lo potrei ascoltare e raccontare. Comunque a me il silicone non piace perché ho sempre il panico (vedi sopra il concetto legato alla porta dell’ospedale) che sia lattice e io sono allergica a mille cose, tra cui il lattice. Lei si mette il mascara e io penso che non lo metto da almeno due anni il mascara.

Perché quel giorno di maggio, ero felice anche io, indossavo una salopette sopra una pancia di nove mesi, sopra un bimbo di 3,5 chili. Mi colava il mascara e formava dei segmenti neri che si infrangevano sul collo diventando puntini neri. Non c’è battito. E il mio bambino alle ore 12 era morto dentro di me, senza aver mai conosciuto la mia me fuori, ma solo il mio corpo buio dentro, per 9 lunghi e bellissimi mesi in cui eravamo 1 cosa sola anche se 2. In cui i miei pensieri erano i suoi e mi immaginavo cosa bellissime da fare insieme, noi 3 come una famiglia normale. (…)

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

Dedicato a chi non molla

Mi chiamo Cristina,
a vent’anni mi è stata diagnostica l’endometriosi, una malattia cronica che può portare a gravi forme di invalidità e anche all’infertilità.  All’epoca ero troppo giovane per pensare di diventare mamma, ma lo ero anche per accettare l’idea che forse non lo sarei mai stata.

Nonostante i numerosi interventi subiti e l’aver fatto da cavia a tante case farmaceutiche, l’endometriosi non mi ha mai abbandonato. Diventi donna, impari a convivere con il dolore, un po’ con i segni evidenti degli interventi subiti e anche con la mancanza di quei pezzettini di carne che ti vengono asportati di volta in volta…

Quello con cui non riesci a convivere e ad accettare è la modalità con cui devi “gestire” la tua intera esistenza, il tuo quotidiano.
Una vacanza,una cena con gli amici… perfino l’amore… Già, perché quando le amiche vivono con spensieratezza la loro sessualità, tu provi vergogna nel confidare anche a te stessa che fare l’amore non è proprio tra le cose che desideri di più.
Difficile spiegare cosa provi, figuriamoci farlo comprendere a chi, da “fuori” ti vede come il ritratto della salute.

Si, perché le donne affette da endometriosi sorridono molto più delle altre, sanno godere di ogni istante senza dolore, consapevoli che questo potrebbe ritornare in ogni momento, portandoglielo via… quel sorriso.
Ti matura a tal punto che ti sembra di aver vissuto dieci vite… in fondo il tuo corpo è nato e morto decine, centinaia di volte…
Ma tu sei qui, ogni volta a rimettere insieme quello che resta di te, del tuo indistruttibile SORRISO.
Quante volte mi sono sentita sola, quante volte mi sono vestita di complimenti per paura di mettere a nudo la fragilità di questa maledetta malattia.

Non c’è donna che l’abbia conosciuta che si veda bella, non c’è donna che per quanto amata non si sia sentita in colpa per ciò che in fondo sapeva di non poter dare… se stessa.
Una parte di noi lotta, l’altra si arrende… ed è questa battaglia impari che fa si che l’endometriosi, spesso, vinca.
Perché parlarne???

Perché trovare qualcuno che veda oltre il sorriso fa si che nella battaglia contro l’endometriosi ci siano degli alleati pronti a combattere, quando chi lotta… pensa di doversi arrendere.

#dedicatoachinonmolla #iohovinto #allafamigliachehoscelto

Buona festa della mamma anche a chi sta lottando per diventarlo

Anche quest’anno contavo su un’estate tranquilla, senza alcol (!) e con un bel pancione
E invece a volte, senza motivi precisi, il corpo non collabora a fare la cosa più naturale del mondo. E allora iniziano (per chi sceglie questa strada) i test, decine e decine di ecografie, infiniti prelievi del sangue e punture sulla pancia, alcune gravidanze finite troppo presto, un bel po’ di lacrime.

Per mesi mi sono sentita sbagliata, sfigata e diversa da tutte le altre. Poi ho iniziato a parlarne e ho scoperto un mondo di coppie che condividono lo stesso dolore. Ma nessuno ne parla. Come se fosse una colpa, un difetto da nascondere o una debolezza di cui vergognarsi.

Nessuno si diverte a parlare di cose così personali e così dolorose. Ma dobbiamo sapere che sono problemi COMUNI. Non siamo perfette e i problemi di infertilità non ci definiscono. Ma il modo in cui li gestiamo e cosa facciamo della nostra sofferenza possono fare la differenza, non solo per noi stesse ma per altre donne.

Non voglio compassione ne’ incoraggiamento, strano a dirsi ma non mi sono mai sentita così forte in vita mia. Sfatare questo tabu’ e’ il mio modo per tirar fuori del bene da una cosa dolorosa, in modo che altre persone ne soffrano un po’ meno. Parlarne può aiutare tanto.

E allora buona festa della mamma anche a chi sta lottando per diventarlo, ma non si lascia indurire dalla frustrazione e continua a sorridere.

 

Infertilita inspiegata

Tutto inizia 4 anni  fa.. quando noi, io e il mio compagno credavamo che bastasse un rapporto libero per avere un figlio, ignari da cosa stavamo andando incontro. Passano mesi nulla. Dopo l anno primi controlli nulla tutto ok.. esami visite nulla. I medici “ma voi un figlio lo potete fare anche a casa”. Nulla di fatto e continuiamo con visite su visite. Visto che un figlio non arrivava e nn c erano problemi ci hanno indirizzato in un centro infertilita e anche li stessa diagnosi ma per aiuto proviamo con 4 iui. Negativo dopo negativo alla terza decidiamo di fermarci. Sembrava di perdere tempo. Un problema ci deve essere per forza. E se  come dicono una iui e poco piu di un rapporto naturale inutile continuare e cosi insieme ai dottori passiamo a fivet. Anche li.. nulla di fatto..  e ora siamo in lista per la successiva . Arrivera prima o poi me lo sento. Molti dicono non ci pensare che arriva. Piu ci pensi piu non arriva. Ma come si fa a non pensarci? A questa domanda nessuno sa rispondere.

30 gennaio 2007

Di bambini ne ho visti tanti in vita mia. Ma bello come te, mai. Giuro. Sei bellissimo. Sei un bambino, un maschietto. Me lo sentivo che saresti stato maschio, anche se so che adesso è troppo facile dirlo. Sei nato il 17 novembre del 2005, lo stesso giorno in cui tua mamma entrava in una clinica di Torino per sottoporsi a un intervento chirurgico che le ha negato la possibilità di poter concepire un figlio biologicamente.

Eppure non ricordo più quel dolore. Nel cuore ho solo tanta gioia. In mano stringiamo una foto, tuo papà e io. Sei tu. hai una tutina gialla e blu, e gli occhi spaventati. Sei in piedi e probabilmente non hai nessuna voglia di farti fotografare. In una manina hai un biscotto, forse un cracker. Roby dice che stai mangiando una “bugia”, i dolcetti tipici di Carnevale, qui da noi, in Italia. Non provo neppure a convincerlo che in Cambogia non ci sono le “bugie”, mi sembra davvero convinto di quello che dice.

Hai i piedini scalzi. Uno, due, tre, quattro, cinque. Uno, due, tre, quattro e cinque. Le dita dei piedi ci sono tutte. Sei bellissimo. Sei mio figlio. È incredibile come basti una foto a creare un legame. Ti amo più della mia vita. Non ti ho mai visto di persona, eppure farei pazzie di qualunque tipo per te.

da “Appunti di viaggio”, Paola Strocchio, Bradipolibri

Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/