Nel labirinto

Quando più di 5 mesi ho detto “Si, voglio farlo” sapevo che sarebbe cambiato qualcosa ma non sapevo quanto sarei potuta cambiare io. E invece eccomi qui oggi a cercarmi e a temermi persa per sempre.

A volte incrocio i miei occhi in una foto o in uno specchio e li scopro diversi. Non è il colore, non è il trucco, è qualcosa che sta più in fondo, che può vedere e riconoscere solo chi lo condivide.

Ho iniziato da poco, ho fatto aolo un transfer (andato male), ho ancora due speranze che mi attendono eppure troppo è cambiato. Ed io rivorrei il mio sguardo ed i miei occhi, e mi sforzo, e rido, e forse non mi sforzo nemmeno troppo a ridere ed essere ironica e sarcastica come sempre perché fuori voglio essere quella di sempre. Ma poi incrocio i miei occhi e non sono più quella di sempre. E capisco che la PMA non è una terapia come tante, non è un percorso come altri, è piuttosto un percorso nel labirinto dell’anima e bisogna stare attenti a non perdersi.

E voi quando

Eccola la domanda fatidica, quella che ti aspetti ma ti spiazza sempre come  fosse inaspettata, eccola li pronta a pioverti addosso come  una doccia gelata in ogni situazione nella quale ti trovi a volgere uno sguardo tenero a qualche pargoletto di amici o parenti: E voi, quando vi decidete?

“Ma esattamente ‘Vi decidete’ in che senso?” mi viene da rispondere. Vi decidete a fare il vostro dovere verso la società? Vi decidete ad incrementare la demografia del Paese?

Perche’ la gente pensa di aver diritto di fare queste domande? Perché non provano a pensare che non si può entrare così a gamba tesa nell’intimita’ altrui? Perché non provano a vagliare tutte le ipotesi e a capire che non per tutti è una cosa scontata fare figli, che non tutti i figli arrivano facendo capriole sotto le coperte ma che per alcuni figli sono necessarie ben altre capriole? Perché non provano ad immaginare una realtà fatta di speranze e attese disilluse?

Da quando ho iniziato questo percorso ho tante, troppe domande. Da quella mattina di maggio in cui senza troppa convinzione e con tanta confusione ci sono entrata dentro ho capito che queste domande devono trovare risposta altrimenti non ritroverò più me stessa. È un cammino lungo quanto decidiamo noi ma da cui non si può fare marcia  indietro, per cui va trovato un modo diverso di recuperare i pezzi persi per strada. Perché se questo figlio arriverà io devo e voglio dargli il meglio di me ed in questo momento io il meglio non so più dove è finito, ho solo un gran senso di solitudine e se non ci fosse mio marito a tenermi per mano mi sarei già persa.

Andata senza ritorno per due

Io in fondo un po’ l’ho sempre sentito che non sarebbe stato facile, sarà per la mia endometriosi (seppur non realmente aggressiva come quelle forme che tante altre donne si trovano a dover invece fronteggiare), sarà il mio sesto senso molto sviluppato,  sarà che certe cose una donna se le sente o sarà che me la sono un po’ tirata. Ma quando dopo un anno e mezzo di tentativi a vuoto è arrivato il verdetto il mio stupore era indescrivibile. Non ero io, era lui, l’uomo che avevo sempre considerato perfetto e che ora invece dimostrava tutta l’imprevedibile fragilità dell’essere umano. Ero piena di dolore per lui e allo stesso tempo di rabbia, perché non ero io il problema ma questo non cambiava molto, avrei comunque dovuto sottopormi io a quel percorso che avevamo deciso di tentare, avrei dovuto subire io il bombardamento ormonale e tutto il resto. Non me ne capacitavo e riversavo su di lui e sul mondo la mia rabbia e il mio dolore. Perché dovevo essere diversa dalle altre? Perché mai niente poteva essere facile per me? Poi ho capito, e l’ho capito solo durante il cammino delle analisi, delle punture sulla pancia, del pick up, del transfer e delle prime Beta negative. Ho capito che un passo dopo l’altro dovevamo farlo insieme, che da sola non ce l’avrei fatta e che non potevo arrivare in fondo se non mi fossi liberata di tutta quella rabbia. L’ho capito quando abbiamo letto le Beta e voltandomi ho visto il suo viso pieno di lacrime. E’ stato forse quello il momento decisivo in cui ho sentito che le nostre mani dovevano stare intrecciate in questo cammino, per sostenerci l’uno con l’altra, ho capito che non ero la sola ad avere bisogno di supporto, ho capito che il dolore che prova lui è più grande del mio, perché lui sa di essere il motivo principale per cui abbiamo dovuto intraprendere questo viaggio difficile e stancante, e soprattutto ho capito che l’infertilità non è mai di uno soltanto dei due, è un problema di coppia, va affrontata in due. Non so quanto andremo lontano in questo percorso, non so quando ci stancheremo di provare e riprovare; posso solo dire che adesso che ci siamo presi per mano ci accompagneremo l’un l’altro e comunque vada ne usciremo più uniti e consapevoli di prima. Perché questo è un viaggio di sola andata ed una volta iniziato puoi fermarti ma non ritornerai mai indietro, perché ti cambia intimamente e profondamente, ed è un viaggio per due.

E tu quando lo fai un figlio?

Quando aprii gli occhi la notte era ancora presente, dalle tapparelle traspariva un leggero chiarore lunare. Sentii mio marito che russava sonoramente, invidiai la sua capacità di dormire nonostante tutto quello che ci stava accadendo. Mi voltai e fissai il mio sguardo sull’uomo che avevo accanto. Che cosa sarebbe accaduto se il nostro cammino fosse fallito? Per anni avevamo studiato e progettato il futuro senza crearci il minimo problema sulla nostra progenie. Era del tutto scontato avere dei figli, la legge di natura lo impone, perché avremmo dovuto pensare diversamente? Ora volevamo entrambi un figlio che non arrivava. M’invase una strana agitazione, capii solo dopo qualche minuto di cosa si trattasse: avevo paura.

———-

«Ho avuto qualche difficoltà a… Insomma non ne voleva sapere di mettersi sull’attenti» disse con un filo di voce. «Così dopo aver tentato per dieci minuti pensando a tutte le belle donne che conosco, ho realizzato che forse avrei trovato un aiutino con il materiale messo a disposizione per gli uomini che come me si bloccano.»
“Tutte le belle donne che conosco”.
«Scusami amore, se quel cesso di tua moglie non è stata d’ispirazione.» Ero furiosa, all’improvviso i miei occhi s’infuocarono e, non appena Leo se ne accorse, cambiò espressione: era terrorizzato.
«Ma che cosa dici tesoro mio! Lo sai che tu sei l’unica per me! Provaci tu ad armeggiare con il tuo coso mentre un’infermiera dall’altra parte della porta, attende che tu abbia finito per entrare a prendere i tuoi soldatini. Non ci riuscivo cara, fidati, è stressante.

Tratto dal libro: “E tu quando lo fai un figlio?”, Rizzoli Youfeel.

Proviamoci ancora

Il primo tentativo era fallito, è vero. Ma noi avevamo bisogno e voglia di guardare la parte positiva dell’insuccesso: eravamo arrivati ad un passo dalla vetta, ero rimasta incinta, quindi poteva ancora funzionare. Non eravamo poi così sbagliati.

Sapevamo fin dall’inizio che non avremmo provato all’infinito, che non ci saremmo accaniti né contro noi stessi, né verso la vita e ciò che ci stava togliendo, o proponendo, in quel momento. Non so se si trattasse più di lucidità, o accettazione, o fatalismo o spirito di sopravvivenza. Credo che entrambi avessimo dentro di noi una buona dose di tutti questi fattori.

Ma non potevo e non volevo tirarmi indietro. Qualunque fosse stato il risultato, per noi era importante averci provato fino in fondo, averci dato una possibilità concreta di avere quel figlio tanto desiderato. Avevamo bisogno di non coltivare alcun rimpianto.

Così, affrontai il mio secondo tentativo di procreazione medicalmente assistita. Questa volta il successo fu addirittura maggiore: il numero di embrioni prodotti era superiore a quello della prima volta, avendo così la possibilità di ricorrere alla crioconservazione.

Che brutta parola! Mi ha sempre spaventata e lasciata attonita: potevamo mettere in congelatore gli embrioni per poi utilizzarli in un eventuale tentativo successivo. Un po’ come quando la mamma preparava le verdure per tutta la settimana!

Era perfettamente legale, estremamente sicuro e controllato, e nel caso non fossero stati utilizzati li avremmo potuti donare alla scienza. Ma questo non bastava a rasserenarmi. Una parte di me restava ancorata al sogno romantico di una gravidanza dopo un rapporto di amore, e invece mi trovavo davanti al frigorifero e nelle mani di una biologa.

Dovevo fare un continuo sforzo per modificare questa immagine e trasformarla in un’opportunità. L’ennesima opportunità che il progresso scientifico ci stava offrendo. L’ennesima messa alla prova dei sogni, dei principi e della volontà.

Ma noi di volontà ne avevamo da vendere e siamo andati avanti, accollandoci tutto il resto.

Dopo alcuni giorni dal trasferimento in utero degli embrioni, la mia attesa non era trepidante come la prima volta. Sentivo che non stava succedendo nulla dentro di me. Sapevo che questo non aveva alcun significato, tante gravidanze iniziano senza sintomi specifici o forti. Ma io ero in contatto con me stessa come forse non lo ero mai stata prima. E sapevo già.

Il risultato del test mi diede ragione. Neanche la sofferenza fu la stessa. Iniziavo ad assuefarmi a quel pugno in faccia che arrivava ogni mese da anni. E poi, avevamo pur sempre il congelatore pieno.

www.famigliamodomio.wordpress.com

Si fa presto a dire madre

“[…] gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.”
Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana.

Non sono stata una bambina felice. Ricordo le mani premute forte sulle orecchie, per non sentire le urla, i litigi. Ricordo le botte, stralci di un’educazione antica che tramanda quanto si è ricevuto. Ricordo gli sforzi sinceri ma maldestri di farmi contenta, nonostante chi tentava di farlo la gioia non la conoscesse. Ricordo una conflittualità violenta nella trama degli affetti, la competizione che montava in cavalloni e finiva per appiattire ogni successo, grande o piccolo che fosse.

Ho inseguito l’approvazione sempre dirottata di mia madre e di mio padre. Non ho amato mia sorella per anni, per il solo fatto di vedere in lei un metro di paragone, per la rivalità feroce che s’era instaurata davanti ai nostri genitori.

Esistono modalità educative fallimentari, la maggior parte. E quasi tutte applicate con le migliori intenzioni. Ma tanto si può riparare crescendo. Si può imparare persino ad amare quanto si è detestato, a mettere a margine del piatto quel ricordo che ancora ci fa soffrire. Bisogna dare la colpa al contesto, all’età, a una serie di cose che da bambini non si sanno controllare. Anzi, cose che fino ad un certo grado avanzato di maturità, non si immagina neppure si possano controllare.

Il mio desiderio di famiglia credo sia nato da lì, da quella spinta costante al cominciare che Hannah Arendt attribuisce all’essere umano, di natura. È per quello che si nasce, per iniziare. E lo stesso morire, di per sè, è un diverso inaugurare. Anche se la ricaduta è sulla vita degli altri, di chi resta.

La famiglia non è forse un processo creativo singolarmente, ma una trasformazione che ha della chimica il segno, l’amore, il contagio. In un libro, forse uno dei più belli letti recentemente sul tema, per la sua presa diretta, affatto artificiosa all’argomento, Si fa presto a dire famiglia di Melita Cavallo (Laterza, 2016) – libro che fa il paio con un volume uscito di recente I segreti delle madri(Laterza, 2017) – l’autrice riporta un detto napoletano che dal dialetto traduce così: “Tu puoi vivere senza sapere perché, non puoi vivere senza sapere per chi.”

Ed è proprio in questo regime di inconsapevole, forse anche involontaria dipendenza, che per buona parte si gioca l’amore in una famiglia. Anche e soprattutto quello materno.

Ho chiesto d’avere un figlio a trentuno anni. Eravamo giovani ancora ma su quella linea di confineche preme alla scelta, spinge alla decisione. Non più ragazzo, nè adulto, ma genitore.

 “Lo vuoi un figlio tu?”

“Ma adesso, intendo. Ci proviamo?”

Ricordo una conversazione con Ryosuke, su una panchina. Eravamo fuori da un rutilante centro commerciale, lo Yodobashi Camera di Kichijoji che gridava inviti, e colori e lucine, e non c’era pausa nel commercio, nel diverso, materialissimo desiderare, cose, cellulari, piani di acquisto di impianti stereo e poi e poi e poi. E poi.

È curioso come si dica “provare” ma non lo si pensi davvero. Che di sicuro succede, perché non dovrebbe del resto?

Tutti hanno figli, anche gli insetti, lo scarafaggio nell’intercapedine della parete, il corvo che sghignazza la mattina planando sui sacchi incustoditi dell’immondizia, la popolazione di donne panciute che gonfia le strade di questa capitale d’Oriente, d’ogni capitale d’Occidente. Tutte le star che infestano di ventri in posa egizia le copertine delle riviste, con i loro glutei magri nonostante, le espressioni pacificate, oppure fiere, i volti sorridenti di chi ha un’altra fortuna (vera? chi lo sa…) da esibire.

Eppure quel gennaio, era forse dicembre?, ricordo limpida la sensazione contraria. L’idea, l’intuizione che non sarebbe stato automatico così come ce lo si aspettava.

Vai a capire perché.

Forse perché sono stata abituata dalla vita che le cose non vengono a me con facilità, che sono condannata per un qualche dono fatato, ricevuto forse alla culla da una strega pasticciona, a dover percorrere con una consapevolezza integrata ogni via.

E l’intuizione si sarebbe rivelata esatta. Perché avrei imparato nel dettaglio come nasce un bambino, quale preciso processo porta alla procreazione. Ogni fase, ogni step che dal naturale passa all’artificiale, pur di tornare un giorno al naturale.

E, lì dove possibile, lì dove si voglia, che si possa anche dimenticare quanto ha preceduto il risultato che si accudisce.

www.lauraimaimessina.com

Essere una quasi-mamma PMA

Ero alla nona settimana, se non ricordo male, quando ho dato il permesso a mia mamma di dare l’annuncio a qualche conoscente stretto, e tra i primi c’è stata una sua vicina di casa. Sua figlia ha qualche anno più di me, non vorrei sbagliare ma credo che ne abbia almeno una quarantina, forse di più. So da anni che ha difficoltà a concepire, ma ragazze sapete benissimo anche voi che non sono cose di cui si chiacchiera fuori in giardino con in mano una tazza di thé. La madre ne aveva accennato a mia madre, dicendole qualcosa come “A. sta cercando di avere un bambino, ma non arriva”. E dev’essere il periodo in cui io e Maritino iniziavamo a sospettare fortemente che qualcosa non andasse, ricordo che mia mamma mi rassicurò sul fatto che non si era sbottonata. Poi ricordo che una mattina ho incontrato questa signora in Ospedale, credo fossi andata per il mio primissimo dosaggio ormonale, e in qualche modo mi ripeté che A. stava avendo delle difficoltà; io le chiesi se avessero fatto delle analisi e lei mi rispose di sì ma che era tutto nella norma. Credo sia stata la volta in cui più mi sono “esposta”, perché sono sicura che per come le ho parlato, anche se non ho detto niente di che, si capisse che conoscevo le procedure iniziali. Insomma, qualche tempo fa mia mamma le ha detto della mia gravidanza, e la vicina le ha detto che invece sua figlia ed il marito si erano fatti seguire in un ospedale in Lombardia (mi sembra!), che l’autunno scorso aveva avuto un aborto e da lì avevano deciso di non provare più.

Io faccio l’impiegata, e con qualche cliente o fornitore ho intrapreso negli anni un rapporto piuttosto informale anche se non proprio intimo. Anni fa avevo chiamato un cliente chiedendo dell’impiegata con cui ho più contatto, e mi rispose una sua collega. Mi disse che C. non c’era, e disse qualcosa tipo “Eh, poverina, chissà che sia la volta buona e questo tentativo vada a buon fine!”. Cosa che tra l’altro non mi era piaciuta per niente, perché anche se C. mi sta molto simpatica e la trovo un’ottima persona, non per questo una dovrebbe sentirsi in diritto di spandere notizie in lungo e in largo… Comunque capii che c’entrava la difficoltà a rimanere incinta, ed in effetti l’anno scorso o solo qualche tempo prima, durante una telefonata, si entrò in argomento vacanze e C. mi chiese se sarei andata in ferie con mio marito ed i figli. Le dissi che non avevamo figli, usando un tono di voce dal quale si potesse capire che non era una nostra scelta. Mi rispose che ero giovane e che sarebbero arrivati, e io le risposi “Mah, ho poche speranze” e lei aggiunse se che lei sì, oramai vista l’età se l’era messa via. Qualche settimana fa, con l’occasione di una telefonata, le ho dato l’annuncio e lei è stata veramente carina e sinceramente felice (o è stata brava come io non riuscivo ad essere, perché l’impressione era proprio questa); ma nonostante questo ho “minimizzato” trattenendo l’entusiasmo, l’ho ringraziata e appena ho potuto sono tornata a parlare di lavoro. E mi rendo conto che ogni volta che la sento non mi soffermo più di tanto sul personale.

Questa mattina mi ha chiamata l’impiegata di un altro nostro cliente, M. Non mi sta proprio simpaticissima, devo dire, infatti sto finendo il quarto mese e solo oggi le ho detto della gravidanza. E’ che mi sembrava brutto aspettare ancora, e quando mi avesse chiesto l’epoca gestazionale dirle “Ah sono in otto mesi!”. Anche lei è stata molto carina, mi ha detto che anche una sua collega è quasi a termine e mi ha detto che sono giovane. Mi sono messa a ridere e le ho detto “Beh, mica tanto! Quest’anno sono 35!”, allora lei mi ha detto che ne ha 43, e poi ha detto una cosa che mi ha fatto male. “Che bello, tutti questi bimbi in arrivo! Peccato, da me non sono voluti venire”.

Cos’hanno in comune questi tre episodi? Fondamentalmente che mi sento uno schifo, perché io ho una bambina che cresce dentro di me, e loro no nonostante tutti i loro sforzi. Mi sento male perché mi sento invidiata, e mi sento invidiata perché fino a ieri io ero una di loro ed io invidiavo molto chi aveva il pancione, lo sapete bene. Anzi, io sono una di loro, e non glielo posso dire, non posso dire “Conosco un centro che lavora bene” oppure: “Ma qual è il tuo problema?” ; “A chi lo dici!” ; “Che cure avete fatto?” ; “Ma sai che ora si può ricorrere all’eterologa?” ; “Questo è il mio blog, vieni a leggermi!”.

Perché è questo il motivo per cui ho aperto il blog, principalmente: condividere la mia esperienza con chi si trovava nei miei stessi panni ed aiutare chi ne sapeva meno di me.

E non dico che ora mi sembri tutto inutile, ma mi chiedo perché dovrei essere così aperta dietro lo schermo e non di persona…

www.manchisolotu.wordpress.com

Una luce in fondo al tunnel

mi sono sposata nel 2009, l’idea di avere un bambino c’era ma avevamo 28 anni e avevamo voglia di vivere prima di avere un figlio. I primi tre anni quindi ci dedichiamo a noi e ai viaggi e scorrono felicemente. Poi arriva la chiamata di colpo! Quella voglia di maternità arriva all’improvviso e comincia la ricerca. Una ricerca da subito mirata, lo volevamo e pensavamo che bastasse il desiderio per avere il nostro bimbo.

E invece no! I mesi passano e non succede niente, passa il primo anno da quel San Valentino in cui avevamo romanticamente deciso di cominciare la ricerca e siamo ancora noi due e basta! Nel febbraio 2013 comincia la mia “carriera” nel mondo della pma. Si parte con i primi esami: tutto ok per entrambi, classificati “sine causa”. Due IUI fallite, altri esami e un valore non torna. A 32 anni ho una riserva ovarica paragonabile ad una donna di 42: classificata “scarsa riserva ovarica”.

Passiamo alla fecondazione in vitro e nel giro di un anno e mezzo ci proviamo per ben 4 volte! Noi siamo determinati, vogliamo il nostro bimbo ma non basta e con noi la medicina fallisce miseramente. Due fecondazioni complete con risultato negativo e due bloccate a metà strada per scarsa risposta ovarica.

Siamo stanchi, gli anni passano, il tempo vola e noi non ci evolviamo, siamo fermi, inermi e non ce la facciamo più. Comincia un periodo di elaborazione di coppia dove cerchiamo di riprendere in mano la nostra vita. Ci rassegniamo alla mia infertilità ma non all’idea di avere un bambino e quindi a dicembre del 2016 decidiamo di iscriverci al corso preadottivo per capire se quella può essere la nostra strada. A Febbraio del 2016 decido di provare per l’ultima volta con la pma, la prendo sportivamente, sono certa della non riuscita ma non voglio rimpianti e provo per l’ultima volta. Quarta stimolazione in cui so che sarà l’ultima volta che mi buchero’ la pancia per imbottirmi di ormoni. Dopo sei giorni di punture mi danno lo stop della terapia: “signora qui non c’è più nulla di buono, cominci a pensare all’eterologa”. Una grossa delusione ma anche una grande liberazione! L’eterologa non fa parte dei nostri piani, non è una cosa che ci sentiamo di fare e quindi chiudiamo il capitolo del mondo della pma. Una grande liberazione, nessuno da chiamare, nessuna visita, nessuna incertezza sul centro da scegliere ma soprattutto addio stimolazioni, interventi e grosse aspettative!

Il 2 aprile, convinti più che mai siamo davanti il tribunale dei minorenni e depositiamo la nostra domanda di adozione. Un mese dopo, esattamente il 12 Maggio alle 17:00 in punto, dopo giorni di dolori premestruali, sono in bagno con, per la prima volta in vita mia, un test in mano. Un test che mostra subito e senza esitazione quelle due linee che per anni ho sognato di vedere! Il 12 maggio scopro di essere incinta!

Guardo quel test che ancora oggi è lì nel cassetto del bagno e sono sconvolta di quello che sta accadendo. Il 12 maggio del 2016 riprende la mia vita da quel San Valentino del 2012 in cui decidemmo di avere un figlio!

E stato uno shock incredibile! Così incredibile che sia successo tutto in modo naturale che nonostante sentissi i suoi calcetti e avevo la pancia,  non potevo credere che stesse succedendo proprio a me!

L’8 gennaio del 2017  è nato il nostro miracolo!

Mi sono sentita dire tante volte “non ci pensare” e tutte le volte mi arrabbiavo perché è impossibile non pensarci. L’equilibrio mentale l’ho raggiunto quando io e mio marito abbiamo deciso di abbandonare la medicina. Quei tre mesi in cui abbiamo pensato solo alla domanda di adozione e al benessere di noi due sono stati bellissimi ed è lì che è successo l’incredibile!

io non so se è stato un miracolo o la semplice botta di c… ma oggi mi guardo indietro e sono contenta del percorso che io e mio marito abbiamo fatto. Abbiamo sofferto tanto e ci siamo rialzati tante volte e se oggi siamo ancora più uniti lo dobbiamo a tutto quello che abbiamo passato!

Oggi il mio bimbo ha sei mesi, a volte penso all’adozione e a quel percorso che avevamo scelto e sono sicura che saremmo stati ugualmente felici perché quello che conta è la forza della coppia… la forza dell’amore!

www.maiunpositivo.blogspot.it

Un dolore senza colore (infertilità, sogni, realtà)

Ami correre.

Più di ogni altra cosa al mondo.

E sei pure brava. Hai grandi potenzialità. Chissà, potresti diventare una grande maratoneta, un giorno.

Hai intenzione di allenarti a fondo per riuscirci, perché questo è il sogno della tua vita.

Un giorno sei coinvolta in un incidente, senza averne alcuna colpa. Entrambe le gambe ti vengono amputate.

In un istante, la tua intera esistenza viene stravolta. I tuoi piani, annullati dal destino.

Non puoi più correre.

Non puoi più fare ciò ami di più.

Non potrai mai realizzare il tuo sogno.

Imprechi, ti chiedi “perché proprio a me?”, urli contro il cielo, ma non serve a niente. Non esiste risposta.

I medici dicono che, grazie alle protesi, forse potrai tornare a correre, un giorno. Ma è una strada lunga e faticosa, che non sai se riuscirai mai a percorrere fino alla fine. Insomma, il sogno di vincere maratone ora è veramente lontano anni luce.

Ti senti (sei!) mutilata, nell’anima ancor prima che nel corpo. Ti senti brutta, inutile, non vedi più un futuro. Continua a leggere

Un bimbo che per cento lune è stato solo un’idea

La storia tutta, intesa come avevo concepito di raccontarla, non la posso donare poiché è un romanzo edito. Posso donarvi comunque – in una sorta di metanarrazione – la storia della storia.

Mio figlio è stato solo un’idea per cento lune. Che, se fate i conti, fanno quasi otto anni. Otto anni come tante li hanno conosciuti, fatti di cortometraggi immaginari, odore di disinfettante, un’infertilità a cui non hanno mai saputo trovare un aggettivo, sale d’aspetto dall’aria viziata, vene pregiudicate, un aborto devastante, beta che erano sempre zerovirgola, scelte che arginavano il fato, corsi alle asl, corsi agli enti. E lacrime cacciate indietro, espressione celata delle stimmate del corpo e dell’anima. E poi è arrivata quell’estate. Quella di un paio di anni fa era rovente quanto quella di quest’anno. Ed eravamo sereni, finalmente. La disponibilità all’adozione era stata spedita da poco, e anche le parole che non avevo detto in tutti quegli anni, e che avevo messo su carta, erano state spedite a qualche editore selezionato. All’inizio del mese di agosto mi aveva contattato il direttore di Autodafé Edizioni di Milano, facendomi una proposta allettante per il mio “Cento Lune”, romanzo dal titolo provvisorio che è diventato definitivo. Dieci giorni dopo ho perso il mio gatto. A Ferragosto il ciclo che aspettavo non arrivava. Pensavo fosse il dolore per la scomparsa del gatto.

E invece era Fabio.

Era quella possibilità che non avevo considerato nemmeno remota, prima di quel ritardo di dieci giorni, tanto apprezzabile da diventare convincente, accompagnato com’era da un imbarazzo di stomaco. Il gatto era tornato, e il cinico bastonico che non aveva mai due linee, come realtà e finzione avevano spesso dimostrato, aveva due linee nette. Indiscutibili. Quel giorno di fine estate è stato l’inizio di una storia in tre. Da quel giorno, mi è parso di seguire un fato non dettato dalla volontà ma da qualche meccanismo onirico che mi lasciava fuori dal processo decisionale. Mi sembrava di sognare, sì, ma non mi sono mai sentita la salvata tra i sommersi. Mi sono sempre sentita Persona e Donna completa. Persona e Donna completa anche grazie al mio ventre che per tanto tempo è rimasto vuoto.