Mamma: un cammino fatto di attenzione, passione, pazienza !

Ormai sono 25 anni che sono diventata mamma, d’apprima di un bambino nato durante una giornata autunnale di pieno e caldo sole, poi di un bimbo che dopo qualche settimana in primavera nel mio grembo è sfumato, è tornato ad essere fatto di sogno e speranze, che si sono nuovamente concretizzate dopo diversi anni in una notte estiva di agosto con l’arrivo di una bambina.

Ognuno di questi percorsi è stato un cammino fatto di attesa, fortunatamente condivisa insieme a mio marito, ai miei genitori ed a tanti amiche.

Riuscire a stemperare con le persone che ti amano i tanti sentimenti ed emozioni che accompagnano il desiderio, l’attesa, l’arrivo, la crescita di un figlio è una cosa molto importante, a patto che permetta di sostenere e mantenere la propria autonomia in termini di rispetto e libertà delle proprie sensibilità, competenze e responsabilità. Io ci sono riuscita, non sempre facilmente, alcune volte puntando i piedi, altre volte tirando per i capelli …

Le preoccupazioni sono state molte, come sempre accade quando si affronta un qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di misterioso. I dubbi, spesso legati ai tanti approfondimenti medici di routine, e che fanno sentire il percorso della gravidanza e del parto come fossero una malattia, nascevano spontanei nei giardino della mia fantasia, a volte un po’ negativa.

Ho trovato in entrambi i percorsi grande giovamento e beneficio a seguire i corsi yoga per e con le mamme in attesa e poi ad affrontare il parto in maniera cosciente e partecipata, ma avendo imparato e messo in atto le tecniche dell’ipnosi per gestire e controllare il dolore delle contrazioni.

Ora che i figli sono grandi, si è mamma in maniera diversa, non più tenendo per mano i tuoi piccoli in modo da insegnare a stare in piedi e camminare, pronta a rialzarli e consolarli in caso di caduta, ma adesso aprendo quella stessa mano ed attendendo che intraprendano il loro volo verso l’autonomia della vita.

Sempre presente e disponibile, consapevole delle difficoltà che incontreranno ma anche della bellezze che non mancheranno.

Domani la mamma….spero possa diventare nonna !

 

 

La mia piccola storia

Salve a tutti! Mi chiamo Pamela, ho trentacinque anni e la mia è una storia molto semplice, comune a tante  ad altre tante donne. Sono sposata da quasi quattro anni e, d’accordo con mio marito, avevamo deciso di aspettare un paio di anni prima di provare ad avere il nostro primo figlio, soprattutto a causa di diversi problemi economici. Per tre anni dovetti sopportare tutta la gente curiosa che, non appena ingrassavo di qualche chilo, mi chiedeva se fossi incinta. Era seccante, io mi sono sempre fatta i fatti miei, perché loro non si facevano i loro? E dove è scritto che ero obbligata a fare un figlio immediatamente dopo il matrimonio? Ognuno è libero di fare quel che vuole, io ero libera di scegliere io (insieme a mio marito ovviamente) quando avere un bambino. Un bambino è un impegno imponente, sia dal punto di vista emotivo che economico. Io volevo essere pronta per mio figlio, volevo che mio figlio avesse una mamma serena e soddisfatta di se stessa. Così per tre anni mi dedicai al lavoro e a ciò che volevo fare prima di avere un figlio. Dopo tre anni, ci sentivamo pronti. I problemi economici non erano affatto risolti, ma il mio orologio biologico cominciò a ticchettare facendoci capire che era ora di deciderci. Mentre noi ci provavamo, tutti quanti intorno a me decisero di fare un figlio, tutti senza problemi, tutti al primo tentativo, tutti perfetti e meravigliosi, tutti bravissimi e felicissimi. In realtà noi ci riuscimmo dopo tre mesetti, tutto sommato un ottimo risultato, ma io all’epoca mi stavo cominciando a fare mille paranoie, mi ero già fatta mille film mentali di problematiche assurde o situazioni di grave sterilità. Avendo avuto sempre il ciclo super puntuale, ero sempre stata sicura di rimanere subito incinta. Ma alla fine ci riuscimmo senza particolari problemi, ma alla prima ecografia ci furono i primi reali problemi. Alla gioia di vedere per la prima volta il nostro bambino si associò l’ansia per uno distaccamento della placenta. Dovevo riposare, non resi malattia per non dare problemi alle mie titolari, che non ricambiarono in maniera così carina come la mia perché facevano fare comunque tutti gli straordinari a me e non alla collega più giovane e senza una gravidanza a rischio.  E purtroppo all’ecografia successiva il cuoricino del bambino non batteva più. Avrei dovuto fare un raschiamento. Mi crollò il mondo addosso, ero arrabbiatissima perché tutto ciò fosse capitato proprio a me. Ne avevo passate così tante negli ultimi anni, situazioni che tutte le coppiettine felici con i loro bambini avuti senza problemi nemmeno potevano immaginare che esistessero. Ero stanca, stremata, amareggiata, nessuno che poteva capire come mi sentissi, mi sembrava che la vita si divertisse a prendermi a calci nel sedere. Smisi persino di credere all’esistenza di un qualsiasi dio. Tutti a dirmi che non mi dovevo abbattere, che era solo un feto, che dovevo reputarmi fortunata perché non eravamo sterili e avremmo potuto provare ad averne un altro. In quel periodo io odiavo a morte tutte le donne incinte. non quelle con bimbi, solo quelle incinte. Sapevo che era un odio inconsistente, stupido ed  irrazionale, che non era colpa loro se io avevo perso il mio bambino. Ma io le odiavo e basta. E, ovviamente, quello fu un periodo in cui chiunque rimase incinta, persino gente che non era nemmeno sposata e che era capitato così, per caso. Si, la vita mi stava proprio prendendo in giro. Ma io non volevo arrendermi. Raccolsi tutte le mie forze e cercai di andare avanti lavorando, facendo progetti e continuando a vivere la mia vita come avevo sempre fatto, nel miglior modo possibile. L’unico che mi capiva era sempre stato lui, mio marito, e anche in quella occasione rimanemmo uniti come non mai. Insieme avevamo superato tante difficoltà, avremmo superato anche quello. Dopo cinque mesetti, rimasi nuovamente incinta. L’ansia mi veniva sempre appresso, prima con l’ossessione di non riuscire a rimanere di nuovo incinta, poi con il pensiero di perdere nuovamente il bambino. Il primo bambino l’avevo perso senza avere alcun segno fisico particolare, avevo avuto solo la strana sensazione che qualcosa non stesse andando bene. Ed avevo avuto ragione. Durante questa seconda gravidanza, se avessi avuto un ecografo a portata di mano, mi sarei fatta una ecografia ogni giorno. Mi osservavo ogni giorno per controllare se tutti i segni della gravidanza fossero sempre ben presenti. Non riuscii a tranquillizzarmi con la prima ecografia, nemmeno con la seconda. Con la terza cominciai un pochino a rilassarmi.

Ora sono entrata nel quarto mese di gravidanza. L’amarezza di aver perso il mio primo bambino è passata, ma non lo dimenticherò mai. Rimarrà sempre vicino alla nostra famiglia come il nostro piccolo angioletto custode, gli vorrò sempre tanto bene anche se non è mai riuscito a nascere. Ora cerco di essere il più serena possibile, di tenere lontano tutti i pensieri brutti da me e il mio piccolino, di stare tranquilla, cosa molto difficile per un tipo ansioso come me. Le ecografie sono il mio spauracchio, ogni volta che mi siedo su quella sedia temo che possa ripetersi ciò che successe in uno dei giorno più brutti della mia vita. Fortunatamente, a differenza di me, mio marito è una persona molto ottimista e compensa il mio pessimismo.

Questa è la mia piccola storia, simile a quella di tante donne che, purtroppo, hanno vissuto la mia stessa esperienza. Buona giornata a tutti 🙂

la speranza non muore mai

Ciao a tutte quelle donne che come me stanno provando sulla loro pelle la costante e quotidiana aspirazione di voler diventare madre.

Io sto cercando il mio bambino da quasi sei anni; i primi tre sono stati sereni con mio marito, non ci eravamo rivolti a nessun centro di pma perchè il mio desiderio non era realmente esploso e quello di mia marito era praticamente assente.Poi succede, mi faccio promotrice di una ricerca più attiva, inizio ad esprimere chiaramente che il mio desiderio è qualcosa di più, molto di più, cresce in fretta e purtroppo non all’unisono e la coppia va in crisi.

Vi assicuro che ho fatto di tutto per accompagnare dolcemente mio marito in questo percorso doloroso , perchè di certo sono sicura che nessuna donna sceglierebbe, se potesse, di avere un figlio in vitro piuttosto che secondo natura , ma lui purtroppo non c’è mai stato in questa ricerca, sino all’epilogo più assurdo che mai avrei potuto immaginare, perchè lo ripeto, ho sempre cercato di non fargli mai pesare i rapporti mirati (lui tanto era talmente disinteressato alla ricerca), di non piangere e di cercare di fargli vedere una persona cmq sorridente .Ma lui , un bel giorno, ad un mese dalla nostra prima fivet (dopo un anno di lista d’attesa) mi lascia, accusandomi di averlo trascurato e di aver anteposto la ricerca di un figlio alla serenità e tranquillità della nostra vita di coppia (sposati felicemente da 12 anni, io 39 anni,lui 37).

Inutile dirvi quello che ho provato.

Ma poi lui torna, dopo aver sperimentato altre situazioni con donne separate con figli, mi dice che ha capito solo ora cosa vuol dire desiderare una famiglia, che ha capito di voler provare ad avere figli suoi e non a fare il compagno/padre surrogato dei figli di qualcun altro, e che l’unica donna con cui sogna adesso una famiglia, sono io.

Dopo otto mesi di separazione di fatto ed a qualche settimana dalla separazione legale, io vado in crisi profonda e decido di dargli una possibilità; i sentimenti per lui non sono mai cessati ma sicuramente la ferita è stata dolorosa.

Quello di cui pero’ mi sono resa conto è che fino a quando non faro’ tutti i tentativi che mi sentiro’ di fare per realizzare il sogno non sarò in grado di poter avviare quel processo di accettazione di una vita senza figli, necessario per proseguire nella propria vita senza l’angoscia del “ma ho fatto tutto quello potevo fare??”

Io non so come andrà a finire, non so se riuscirò mai a diventare madre, quello di cui sono certa però è che l’amore immenso per una vita che ancora deve nascere mi porta ad impegnarmi nuovamente per rimettere le cose a posto con mio marito, un uomo che soltanto ora mi parla del nome che vorrebbe dargli , un uomo che soltanto ora dice che è pronto a starmi accanto in questo percorso e ad asciugarmi le lacrime…purtroppo bisogna fare i conti con un dolore per la mancanza di un figlio che in una donna ha un peso ed una consistenza totalmente diversa da un uomo…per carità…non voglio dire che non esistano uomini che non desiderano fortemente avere dei figli …so che ci sono…ma io mi sono innamorata di un altro genere d’uomo…

mi sento di dare soltanto un consiglio a tutte noi donne ….sforzatevi di non trasformate l’amore per il sogno più bello in sentimenti negativi per quello che la sorte ci ha riservato…mio marito è sempre stato una persona stupenda ma non era pronto ad affrontare questo percorso ed io non ho colpe per desiderare qualcosa che è nella natura delle cose ….quindi cio’ che resta è la speranza che la vita ci regali vita e la speranza che, comunque vada, ci sia qualcuno che desideri tenerti per mano e non prechè lo deve fare ma perchè si sente di farlo.

Un in bocca al lupo a tutte quante

Passeggiando nell’orto, la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno..

inbeccoallacicogna “Che cos’è volere un figlio e desiderarlo tanto? Un desiderio autentico e profondo o una stupida ostinazione? È un’ossessione? O, peggio, solo un capriccio? Esiste forse un diritto ad avere i figli?”

Premesso che ho una particolare avversione per l’espressione “diritto ad avere figli” e preferisco il più giusto, sobrio e realistico “diritto a tentare di avere figli”, in senso stretto no, non esiste un diritto del genere, visto che la dichiara- zione universale dei diritti dell’uomo del 1948 sancisce solo quello di fondare una famiglia, così come gli articoli 2, 29 e 31 della nostra costituzione. Nondimeno le persone sterili o infertili, vale a dire incapaci di procreare senza assistenza, e che vorrebbero farlo, forse hanno titolo per aspettarsi che sia fornito loro l’aiuto medico di cui hanno bisogno, per completare la loro idea di famiglia. Ecco. Io parlerei allora piuttosto fin dall’inizio di bisogno. Ho bisogno di un figlio più che ho diritto a un figlio. Le persone hanno bisogno di avere figli? Sì, ce l’hanno. Perché se alcune coppie riescono a superare il dolore di questa mancanza, per altre la vita è devastata. Letteralmente devastata.

Come testimonia una delle tantissime lettere che ho ricevuto dopo la pubblicazione del mio romanzo “Le difettose” (Einaudi 2012). Me l’ha scritta Claudia e mi ha colpito al cuore, per l’asciuttezza e contemporaneamente per l’intensità della pena: ‘Spero di trovare conforto perché sto male, tanto da prendere psicofarmaci. Questo figlio è diventato un’ossessione e mi ha distrutta. Sono a pezzi, piango, ho l’ansia, non riesco a lavorare, sto andando da un’analista. Ogni volta che arriva il ciclo è un lutto, così dopo tre anni sono a terra. Ogni giorno devo lottare con me stessa, perché oggi il problema sono io, oggi non saprei neanche prendermi cura di un bambino. È dura, a volte mi dico che sarebbe più semplice se tutto finisse. Se hai un consiglio per me, scrivimi, ti prego.’

Il desiderio di un figlio è sempre complesso e ambivalente, contiene una componente narcisistica e utilitaristica (un tempo per i nobili gli eredi erano un modo di perpetuare la specie, per i poveri di avere un aiuto economico), racchiude la voglia di lasciare una traccia nel mondo, di riparare qualcosa della propria precedente situazione familiare, rappresenta il conformismo e l’adesione alle tradizioni, a volte contiene la speranza di salvare una relazione. Insomma, si fanno figli per amore, per noia, per abitudine, per paura della morte. E tutte le motivazioni sono infinitamente più oscure e confuse di quello che si ammette.

Una cosa abbastanza chiara è che volere un figlio all’inizio è un atto intriso di egoismo. Dopo, solo dopo essere nato, il figlio ti educa all’alterità.

Un’altra cosa indubbia è che questo desiderio non sia un desiderio come un altro. Anche se non credo che la maternità sia necessaria per sentirsi pienamente donne, anche se il desiderio di un figlio non è universale, appartiene alla maggioranza delle donne, forse, ma non a tutte, anche se si è madri in tanti modi e la maternità non si esaurisce nel fare i figli (Anna Maria Ortese diceva che «creare è una forma di maternità, educa, rende felici e adulti in senso buono»), tuttavia un figlio rappresenta un’esperienza enorme e unica, non surrogabile, irreversibile, che va a toccare profondamente l’identità femminile, costituendone una delle espressioni più vaste e articolate.

Di conseguenza non riuscire a realizzare questo desiderio non è come non realizzare un altro desiderio. La diagnosi di sterilità giunge ad incrinare profondamente la progettualità che riguarda sia il corpo che l’anima di una coppia, è una ferita che apre le porte ad angosce di svuotamento, che espone a un vissuto di vergogna, che evoca il fantasma dell’invidia nei confronti delle madri. In tutte le epoche, in tutte le civiltà e in tutte le religioni non avere figli è stata considerata una disgrazia. Anzi, peggio, una punizione divina. Che relegava ai margini della società e metteva nelle condizioni di poter essere ripudiata.

Una donna sterile sente di mancare di uno dei requisiti principali della sua femminilità, non certo accessorio. Defraudata di un diritto elementare, si percepisce l’anello mancante di una catena millenaria. Le ricerche di Carol Baumann dimostrano che donne incinte tendono a sognare, con una frequenza sorprendente, l’atto di intrecciare fili e di tessere. Ecco. La donna sterile si sente esclusa dalla trama della vita e dal tessuto della società.

Sterile è sinonimo di improduttivo, inutile. Incapace. Inferiore. È un aggettivo che suona come un’accusa. Introduce sospetti. Un tempo, per sottrarsi a questo stigma, si era disposti a comprare neonati. Addirittura a rubarli. E anche se oggi restare senza figli è diventato più accettabile che in passato, il problema in fondo a se stessi rimane. E non smetterà di ritornare anche con l’avanzare dell’età, quando si ritiene ormai di averlo superato. A volte basta poco per far riemergere la lacerazioni di un lutto. Il morto non c’è, è vero. Perché il figlio non c’è. Ma l’intensità del dolore è pari a quello provocato dalla scomparsa di un parente stretto. La lacuna filiale diventa dunque una lesione che non conoscerà mai definitiva sutura. E che può portare addirittura a un pensiero di suicidio. Come anche Claudia lascia intendere nella sua lettera.

A questo buco esistenzial-ontologico si aggiunge la riprovazione sociale e il mancato riconoscimento della donna sterile. Ancora oggi c’è la tendenza a considerare la donna senza figli come una fallita, da biasimare o compatire. Soprattutto ora che, dopo anni in cui era caduta nel dimenticatoio, la maternità è tornata di gran moda. Attualmente la pressione ad avere almeno un figlio, altrimenti si è donne a metà, è ritornata più forte che mai. Basti pensare alla realtà oceanica delle blogger mamme, che coinvolge tre milioni di donne attive sul web, addirittura otto se si contano pure le lettrici, che, in uno stile generalmente ironico, raccontano equilibrismi e difficoltà a conciliare casa, amicizie e lavoro, ma in modo sotterraneo e conservatore vanno ad alimentare l’idea della super donna-madre-moglie-amica-lavoratrice quasi perfetta e molto competitiva. E se manca un tassello, quello dei figli, appunto, tutto il castello crolla.

Questo contesto “immaginario” produce una difficoltà a parlare della propria sterilità. Con amici, colleghi, parenti, addirittura con la propria madre. Per cui il lutto e la disperazione non conoscono neppure la catarsi di un lutto normale, col funerale, le lacrime, le condoglianze. E questa solitudine può essere devastante, aggiunge dolore a dolore.

Per questo ci si butta in rete. Ed è nei tantissimi forum di coppie infertili, che affiora la disperazione e il dolore per la propria condizione di non madri. Disperazione e dolore puri, non capricci. Lo stesso dolore e la stessa disperazione che contiene il grido di Rachele, moglie di Giacobbe, nella Bibbia: «Dammi dei figli sennò muoio». Il suo grido, così forte e nitido, attraversa i secoli, accomuna le donne di tutte le razze e culture, e, arrivando fino a noi, s’intrufola nelle numerosissime chat in cui ci s’incontra per sfogarsi e cercare consigli, consapevoli che solo un’altra donna con lo stesso tipo di desiderio e difficoltà potrà comprendere.

Ed è lo stesso dolore e la stessa disperazione che si scorgono nelle favole di tutti i tempi e di tutte le nazioni: La bella addormentata nel bosco, Raperonzolo, Rosaspina. Sono solo le più famose. Ma sono tantissime le favole che raccontano regine e re intristiti per l’incapacità di avere figli. Re e regine. Che quindi avrebbero tutto per essere felici. Eppure manca loro qualcosa di essenziale.

E allora può accadere che una regina debba prima far uccidere un drago e, solo dopo averne mangiato il cuore cucinato da una vergine, resterà incinta, come ne Lo cunto de li cunti. O che, ne La principessa nera, una donna, disperata davanti alla propria pancia vuota, preghi sia Dio che il Diavolo per avere aiuto. Oppure che, come in una favola veneziana, un mago offra a una coppia senza prole una mela, dicendo alla moglie di mangiarne la polpa, da cui nascerà Pomo, mentre dalla buccia, mangiata dalla fantesca, verrà fuori Scorzo, allevato come un vero e proprio fratello del primo. Percorsi lunghi e complicati, quindi, conflittuali e fuori norma: ogni procreazione non standard origina rotture. Come la procreazione assistita, che sradica un assetto secolare di relazioni, ci costringe a rivisitare il significato profondo dell’essere genitore, figlio, fratello. Anche in Rosmarina i protagonisti sono un re e una regina. «Passeggiando nell’orto la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno. E disse: “Guarda un po’: quella lì che è pianta di rosmarino ha tanti figlioli, e io che sono regina non ne ho neanche uno!”» E la frase non nasce da un eccesso di cupidigia ma dalla perplessità nei confronti di un’incomprensibile ingiustizia.

In una fiaba dell’Estonia una regina, sofferente per la mancanza di prole, incontra una vecchia zoppa che le regala un piccolo uovo. Lei lo tiene accanto al suo seno, proteggendolo con la massima cura e, nel momento preciso in cui ne uscirà fuori una piccola bambina in miniatura, la regina scoprirà di essere incinta. Dopo aver partorito il figlio biologico, crescerà entrambi come fratelli, anche se la figlia nata dall’uovo conserverà un forte legame con la presenza misteriosa della vecchia zoppa, nel frattempo diventata una splendida fanciulla. E qui, in quest’ovetto regalato, non si sa bene per quale motivo, in questa specie di altra donna e altra madre, che non si sa bene chi è – strega agli occhi del mondo, bellissima ragazza per chi riceve il dono – è possibile vedere un riferimento inconscio e ante litteram alla fecondazione eterologa.

Come un sogno profetico. Come un lampo che di notte per un attimo fa apparire cielo e terra. Come certe visioni rivelatrici che accompagnano l’immaginazione degli uomini attraverso i secoli.”

 

Aspettando un miracolo…

Quando mi sono sposata nel 2002 avevo solo 27 anni e voglia solo di vivere il matrimonio non per formare una famiglia ma per essere finalmente libera con il mio ragazzo di fare quello che volevo visto che avevo avuto un infanzia ricca di privazioni. Un figlio era l’ultimo dei miei pensieri finché passato un anno senza che fossi rimasta incinta iniziai a chiedermi se c’era qualcosa che non andava. Decisi di togliermi il dubbio parlandone con il ginecologo che a parte farmi una semplice visita mi disse di non preoccuparmi. Passano mesi. Nulla. Iniziamo ad informarci per fare una IUI in ospedale pubblico. Fra esami e lista d’attesa passano altri 2 anni. Nel frattempo nelle ecografie si nota una ciste in ovaio destro. Sentivo che c’era qualcosa che non andava ma i medici continuavano a darmi medicinali per intraprendere la IUI. Alla fine Fallita. Decidiamo di cambiare medico. Finalmente una svolta. Avevo una ciste endometriosica di 3 cm e aderenze. Vengo operata in larapascopia il mese dopo il mio primo test positivo.  Avevo 33 anni. La felicità duró 8 sett perché prima che sentissi battare il suo cuoricino si era fermato, aborto interno.  Raschiamento. 2 anni passati fra crisi di ansia, panico e ginecologi cercando di avere un altro figlio che arrivo per farmi lo stesso regalo del primo.  Da allora sono passati 4 anni. Sono stata operata di nuovo per una nuova ciste endometriosi ho 40 anni e i valori ormonali indicano una menopausa precoce. Si parla di ovodonazione ma sinceramente non cè la faccio. Ho deciso di chiudere tutto e aspettare. La fede mi ha salvata e forse un giorno succederà un miracolo.

Tutti mi chiedono quando diventerò mamma….

Ho 31 anni e sono sposata da 3 anni con un uomo stupendo che è anche il mio migliore amico.

Ci siamo conosciuti 10 anni fa tramite un’amica in comune e ho capito subito che sarebbe stato l’uomo della mia vita.

Il primo anno non abbiamo cercato figli perchè avevamo bisogno della nostra intimità, di viverci e crescere come coppia.

Provengo da una famiglia cattolica fortemente credente e praticante per cui per tutto il periodo che io e mio marito siamo stati assieme come fidanzati ci è stato impedito di fare anche solo un week end da soli pena dover andare contro i miei e perdere la loro stima, per cui è più che normale che il primo anno di matrimonio sia stato dedicato solo a noi.

I miei genitori e quelli di mio marito iniziavano già a storcere il naso perchè desideravano un nipotino e già cominciavano a fare confronti con mia cognata che ha donato a loro il primo nipote…Quanto è brava, quanto li ha resi felici ecc…

Il secondo anno avevamo deciso che era giunto il momento di avere un bambino ma, a sorpresa, sono andata di ruolo (sono un’insegnante di sostegno di scuola primaria) e per guadagnarmi il tanto sospirato posto fisso dovevo fare almeno 182 giorni di servizio per cui ho dovuto rinunciare a diventare mamma e rimandare.

Quest’anno finalmente abbiamo iniziato a provarci.

Non credevo sarebbe stato difficile visto che siamo entrambi giovani e senza problemi….e invece….

Essendo la più giovane di tutte le insegnanti, mi è stato affidato il bambino più grave dell’intero istituto comprensivo.

Amo molto il mio lavoro e do tutta me stessa ma l’apprensione e lo stress accumulati si sono fatti sentire….

Il ciclo, che è sempre stato regolare, ha cominciato ad essere irregolare e a venire quando vuole lui.

Una volta è arrivato con 15 giorni di ritardo, pensavo di avercela fatta, di essere incinta, immaginate la mia delusione quando ho scoperto che era solo un ritardo!

Per farla breve, sono 10 mesi che ci proviamo senza risultati.

Ho acquistato anche i test di ovulazione (che sono costosissimi), facciamo il nostro “dovere” nei giorni stabiliti, stanchi o non stanchi, voglia o non voglia, senza saltare nemmeno un giorno.

E intanto tutte le persone intorno a me restano incinte con una facilità estrema, molte anche per sbaglio.

Mi sale una rabbia tremenda e ogni volta che arriva il ciclo sono giorni di pianto.

Sono andata dalla ginecologa che ha detto che è solo colpa dello stress, il che mi preoccupa visto che dovrò seguire questo bambino per altri 4 anni visto che, ovviamente, essendo autolesionista e aggressivo nei confronti di compagni ed insegnanti, nessuno vuole farsene carico.

I miei genitori, i miei suoceri e i parenti non fanno altro che chiedere e ormai mi vedono come l’egoista che non vuole avere figli.

E’ uno stress infinito, un tunnel senza mai fine.

 

 

I bambini mai nati

Io e mio marito siamo insieme da 10 anni…anzi 11 già ! Passati veloci veloci caspiterina! Quando si sta bene passa in fretta !
Circa 5 anni fa abbiamo cominciato a pensare che avremmo potuto cercare un figlio, come tanti , pianifichi la tua vita, pensi e’ arrivato il momento, dai fino ad ora ci siamo divertiti : è invece non arriva, ti dicono non ci pensare , ti dicono sarà lo stress, ti dicono ma si siete giovani , altri ti dicono che invece l’orologio gira, forse sei tu che vuoi fare carriera, Bla ..Bla …e il tempo passa;
Cominciamo a informarci, esami,esami,visite….scopri una grave infertilità’ maschile .
Iniziamo percorso PMA , ci danno delle percentuali molto basse , ci parlano di percorso appunto …e in effetti è un percorso in salita, sotto il sole, senza acqua …ho dato l’idea?
Nel frattempo c’è’ sempre la stessa gente che ti dice, ti dà consigli, ti fa battute, ma non è più come prima, adesso non rido più, ma loro non capiscono, continuano e continuano….ti dicono che magari non ci proviamo come si deve, che forse bisognerebbe cambiare partner , o che dovrei fare un figlio con un altro senza dirglielo…….
Il percorse si ripete e si ripete, senza successo, con esami che peggiorano sempre di più, e ci si mettono anche i miei Di esami ad andare male.
E allora cominciò a capire io: capisco che la forza viene da dentro, che l’amore tra noi Due e’ talmente forte che il ns amore ci basta , che ci siamo e ci vogliamo bene sempre di più, che ci siamo sostenuti alla grande senza bisogno degli altri.
Mi si apre la mente , comincio a rispondere a idiozie con idiozie, giusto per essere a pari armi, cominciamo a viaggiare anche con la mente e ……abbiamo appena cominciato!!!!!!! Nuove amicizie, nuovi interessi,nuova vita!!!!! 🙂

Pink Project

Nasco il 5 aprile del 1975.  Il vestito rosa di mia madre è il primo ricordo della mia vita. In tante foto indossa quell’abito con me piccolissima in braccio.
A trentuno anni scopro di avere un cancro al seno. Mi operano d’urgenza, poi la chemioterapia mi fa cadere tutti i capelli. Mi regalano una parrucca rosa. La indosso e mi piace.
Da quel momento inizio a fotografare e sperimentare l’autoritratto. Le parrucche diventano il filo conduttore di tanti miei lavori e performance.

Oggi sto bene, sono sopravvissuta alla malattia. In soffitta ho ritrovato l’abito di mia madre e ho deciso di indossarlo con la parrucca rosa per testimoniare la mia guarigione e quella di tutte le donne che ce l’hanno fatta. Rosa, come il colore della lotta al cancro al seno.

Aldilà di ogni previsione medica, sono diventata mamma di una bambina. Si chiama Dora, come mia nonna. Ora anche lei entra nello scatto.
La nascita di una nuova donna è il femminile che si rinnova attraverso la maternità.
È la speranza per tutte quelle che hanno lottato e lotteranno contro la malattia.

PINK PROJECT sono io, Dora, ogni donna. Ovunque.

LA FERTILITA’

Una mia amica, credente convinta, dopo 4 anni di matrimonio ancora non aspettava: sarà stata colpa della sua alimentazione sbagliata, fatta di cene a suon di cioccolata…
Mi stressava con la sua fede elevata e poi, alla prima fatica, si è fatta inseminare: ora ha due bei bebè, figli della scienza artificiale e non pensa a tutti quelli che non son nati, stessi fratelli dei figli suoi, che è risaputo solo il 10% del materiale genetico viene alla luce, il resto son bambini che vengon buttati.
Suo fratello invece, non era tipo da far lezioni sulla morale cristiana, comunque quando si è sposato e non riusciva ad avere un bambino, ha fatto un viaggio a Sotto il Monte paese di Papa Giovanni XXIII, e poco dopo è arrivato il piccolo Edoardo, bambino sano figlio di Dio e non della fecondazione artificiale; Edoardo è nato alla vecchia maniera, e i suoi genitori ringraziano il Papa.
Un’amica mi ha raccontato che una sua conoscente ha avuto una bimba dalla fecondazione artificiale, la bimba è stata bene da subito, ma lei per più di un anno ha avuto la pelle gialla e problemi di salute; forse alla mia amica non interessa, che lei la pelle gialla l’aveva di già per la sua alimentazione tutta sballata!
Il fratello di una mia amica, in procinto di sposarsi, la sera prima del matrimonio aveva litigato con la sua fidanzata medico; i due giovani a questo punto non volevano più maritarsi, che si guardavano in cagnesco, ma i genitori li hanno obbligati che ormai avevano pagato tutta la festa. E così alla fine i due giovani si sono sposati, e ora ci sono tanto di foto ricordo con loro arrabbiati, che non sorridono nemmeno una volta; dopo poco la moglie ha suggerito la fecondazione artificiale, e ora stringono tre bambini non mandati da Dio; e così hanno risolto il problema di dover consumare il matrimonio!
I due riservano amore ai loro bambini, ma tra loro continuano a guardarsi in cagnesco, i genitori poi non li vogliono più vedere, sarà perché li hanno obbligati a sposarsi!
W la felicità, ed i figli mandati da Dio (fatti alla vecchia maniera: più semplice e meno costosa).

Cercare Atlantide è come cercare la maternità

Cos’è Atlantide?
Atlantide è grande e complessa come un continente.
Atlantide è fiorente e ricca.
Atlantide ha rigogliosi giardini e terra fertile.
Atlantide è sommersa e inabissata.
Atlantide è profonda come il mare.
Atlantide è difficile da trovare.
Eppure è dove i marinai che navigano a vele spiegate, senza guardare le stelle, si trovano per caso, senza volerlo.
Ma Atlantide esiste davvero?
Atlantide è un mito.
Eppure di Atlantide tutti parlano, su Atlantide tutti hanno una teoria.
Atlantide è un mistero.
Trovare Atlantide è il sogno.
Trovare Atlantide è impossibile.
Trovare Atlantide è il caso.
Trovare Atlantide è destino di pochi.
Trovare Atlantide non si può.
Eppure è là da qualche parte in mezzo al mare.
Cercare Atlantide porta alla follia, eppure cercarla è l’unica speranza che muove il cuore.
Flower nella pancia
Dedicato alle donne che stanno nuotando in mare aperto, perché sanno che Atlantide è là.

 

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