DENTRO

L’eco del battito

al primo vagito prelude

compagno del mio tempo

senza giorno e senza notte

Fluttuo nel liquido che mi nutre

Dormo protetto

Cieco guardo il buio nero

Aspetto

Tendo la mano

cerco l’abbraccio vero

nelle ginocchia rannicchiato

singhiozzo invano

Il ventunesimo giorno

Sono nella stanza rossa

salotto elegante

del pensiero moderno

Nato nel bianco io

nudo di sapore materno

guardo la bella gente che passa

evito il povero mendicante

claudicante nel buio

solitario tra la massa

Aspetto da cento anni

di sapere chi sei

di vedere il viso che hai

di strappare ai tuoi sedici anni

le lacrime che asciugai

L’assenza

La presenza

L’abbandono

Lo sterile perdono

Quel ventunesimo giorno

senza più ritorno

 

A Corrado

 

Il senso di Smilla per la neve

Salve,

questa non è la mia storia, ma è tratta da un mio romanzo inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, per il quale ho raccolto 151 testimonianze vere di donne infertili e mi sono concentrata sul lato oscuro della maternità, elaborando 12 racconti.

Io sono una donna con l’endometriosi, infertile e con una “collezione “di referti di “sine causa”, ma non ho riportato la mia esperienza nel libro: io sono in tutte le storie e tutte le storie sono in me. Vi dono questo specifico racconto del libro perchè, trattando l’endometriosi, ben si adatta alla mia decisione di devolvere l’intero ricavato dei diritti d’autore all’A.P.E. onlus (Associazione progetto Endometriosi).

 

 

Il senso di Smilla per la neve

 

La neve, così bianca, così fredda e io, così scura, così indomita. Eppure siamo legate.

 

«Nel mondo esterno non esisterà mai un cristallo di neve dalla forma perfetta. Ma nella nostra coscienza c’è l’idea scintillante e impeccabile del ghiaccio perfetto».

 

Ero incinta di poco più di due mesi, e mi toccavo il ventre ancora piatto, incredula.

Avevo concepito naturalmente con un’endometriosi al IV stadio, inaspettatamente, dopo una lunga serie di interventi.

Li ricordo tutti, i miei interventi, a ritmo ciclico. La malattia faceva il suo corso, io la mia corsa, ma restavo sempre indietro.

Mia madre mi comprava sovente camicie da notte bianche, in puro cotone, con balze in pizzo sangallo o piccoli ricami nel carré, non per serbarle, in un angolo dell’armadio, per il mio futuro da sposa, ma per le mie lune di miele in ospedale, dove non mi restava che pronunciare un sì e partire, con una valigia che non mi apparteneva, per una destinazione che non avevo scelto.

Ma avevo vinto la corsa stavolta, la linea rosa apparsa sul test, che stringevo fra le mani, irrorandolo di lacrime, era il traguardo tagliato, il segno, visibile, della mia vittoria.

Io non piango mai, sono stata educata a non cedere. Ho versato, in quei minuti, le lacrime custodite da una vita, dedicandole a mio figlio.

Feci un sogno particolare, la notte prima di eseguire il test rivelatore.

C’era neve, tanta neve, tutta la Piazza Rossa di Mosca piena di neve. Io indossavo un abito bianco candido, proprio io, che mi sono perfino sposata in nero, perché odio le convenzioni e perché non pretendo altro che di essere amata per come sono, nella mia natura oscura e silente, nei miei abissi senza luce, nei miei mille volti senza nome.

 

Apro gli occhi, ancora con l’immagine del sogno, ben nitida.

Mi cullo in un istante di pace. Qui, da noi, la neve è fredda e gelata, appena si poggia sull’asfalto si scioglie e scompare, come l’opera di un illusionista.

Scosto le tende, pesanti, in velluto viola, che mi schermano da tutto, quando voglio.

C’è la neve, oggi. Vado in bagno e, poco dopo, scopro che c’è anche il bimbo.

 

Ma la neve durò poco, il giorno seguente solo fanghiglia stava annidata ai lati delle strade.

Alcuni notti dopo sognai l’aborto: non vi era sangue, camici bianchi o rumore di ferri, solo una struggente sensazione di perdita che avvertivo nello stringere un dito minuscolo, che allentava la presa per consegnarmi il suo addio.

 

Mi sveglio come se mi fosse arrivata una pietra in piena faccia. Le tempie pulsano, il cuore e il respiro tradiscono l’affanno e la disperazione, tutto il mio corpo è gelido e marmoreo, ma il mio basso ventre è rovente, il calore divampa e si estende fino alle cosce, con rivoli di sangue.

Corro in ospedale. Non ricordo il percorso in auto, le voci, le persone: ho risparmiato alla prigione dell’oblio solo due labbra, color rosa pesca, che si muovono, rivolte al mio viso, per formulare una frase, di cui non ricordo le parole, ma solo il senso. È la conferma di quanto già sapevo: è morto. Cerco, fra le mie, la sua manina.

 

«I fiocchi sono come piccole piume, e la neve è così, non necessariamente fredda. Ciò che avviene in questo istante è che il cielo piange su Esajas, e le lacrime si trasformano in piume di ghiaccio che si posano su di lui. È l’universo che in questo modo gli stende sopra una trapunta affinché lui non debba mai più avere freddo».

 

Il giorno successivo al raschiamento, non appena varcai la soglia di casa, ricominciò a nevicare copiosamente, al punto che il paese restò bloccato per giorni. Neve da far piangere, ma io la scorta di lacrime la avevo esaurita, potevo solo sentire il gelo provenire da dentro la pancia. Ero un simulacro di ghiaccio.

Mi sovvenne quasi subito, non appena mi sdraiai sul divano, un ricordo della mia infanzia. Una manina di pelo bianco, orrendamente recisa.

Quando frequentavo ancora la scuola elementare, mio nonno mi faceva assistere ad un macabro rito, pensando che esso rientrasse nelle leggi di natura. Prendeva i conigli e li appendeva ad un albero per una zampetta, poi li lasciava ciondolare a testa in giù e li percuoteva fortissimo per ammazzarli… e loro piangevano. Piangevano davvero.

In seguito, li scuoiava quasi vivi e toglieva tutta la pelle, lasciando solo quella della zampetta attaccata al ramo, e mi diceva: «Vedi la scarpetta del coniglio?».

Il sangue dell’animale colava dal naso e rendeva rossa l’erba sottostante, che, poco dopo, in conseguenza dell’apertura del ventre, avrebbe accolto anche gli organi interni.

Restavo immobile, senza riuscire a scappare. Sapevo, fin da allora, diventare di ghiaccio e non versare lacrime.

 

Il bimbo lo ho chiamato Edward, senza saperne nemmeno il sesso.

Ricordate come esordisce il film Edward mani di forbice, il cui protagonista è un essere incompiuto, come mio figlio?

Inizia con una vocina che chiede: «Perché c’è la neve?» e con una nonna che risponde raccontando una fiaba della buonanotte: tanto tempo fa c’era un ragazzo che aveva, al posto delle mani, le forbici e che, grazie ad esse, realizzava meravigliose sculture di ghiaccio, ma, mentre le sue idee prendevano forma, scendevano, dalle opere in fieri, minuscoli pezzetti… e così si è formata la neve.
Ancora oggi, quando nevica, io sono felice.

È l’unico elemento bianco che mi riporta a casa, dove sento, sulla mia pelle di ghiaccio, il calore delle dita minuscole di mio figlio, che mi plasmano, e le carezze morbide di conigli, intatti e saltellanti, che mi invitano a seguirli.

 

«Forse già allora avevo cominciato a desiderare di capire il ghiaccio. Voler capire significa provare a riconquistare qualcosa che abbiamo perso».

 

Citazioni tratte da: Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve.

tratto da: Emma Fenu, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, Echos Edizioni, 2015.

Mentre ti aspetto…

Non so spiegare il perché, ma nel profondo del mio cuore ho sempre saputo che avrei faticato ad avere un figlio.

Ho sempre sognato una famiglia numerosa. Io, che non ho mai avuto una famiglia. Ho sempre sognato di poter donare tanto amore… Io, che amore non ho mai ricevuto.

Il mondo mi è crollato addosso il 13 gennaio del 2012. Avevo 25 anni. Dopo un anno e tre mesi di matrimonio, otto di fidanzamento, e uno e mezzo speso alla ricerca di un bambino, io e mio marito ci siamo decisi a fare delle analisi per capire se ci fosse qualcosa che “non andava”… C’era. Decisamente. E lo scoprii quel giorno, quando la ginecologa, osservando le nostre analisi, mi comunicò brutalmente che non avremmo mai potuto avere un figlio in modo “naturale”.

Non mi importava. Non mi rassegnai. Ero pronta a tutto per realizzare il mio sogno. Non sono una che perde tempo. Insieme a mio marito mi sono messa subito in moto per contattare un centro PMA. PMA… Non sapevo neanche cosa volesse dire questa strana sigla, e in pochi giorni mi sono fatta una cultura! Non mi importava se mio figlio sarebbe stato concepito in una sterile provetta. Mi interessava solo poter donare tutto il mio amore a quel figlio…

Dopo tre tentativi, un aborto precoce e due fallimenti totali, un’iperstimolazione che mi ha fatto patire le pene dell’inferno, mille dolori, analisi, iniezioni e umiliazioni, mi sono decisa a dire basta. In quegli anni sono riuscita a sopravvivere solo grazie al mio blog che mi sono decisa ad aprire per poter avere il conforto di altre “guerriere”.

Ed è stato allora che ho capito che la solidarietà tra noi donne, tra noi aspiranti mamme, è fondamentale e vitale!

Io e mio marito abbiamo deciso di intraprendere la dura strada dell’adozione. Ne eravamo molto convinti. Abbiamo affrontato l’istruttoria, i colloqui con gli assistenti sociali e la psicologa, e infine con i giudici. Ci è stato detto che avremmo dovuto aspettare anni e anni per avere in adozione un bambino… Nonostante il giudizio favorevole dei servizi sociali.

Le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare. Avevo solo ventisette anni. Volevo veramente rinunciare ad una gravidanza? Ero così giovane…

Ho passato giorni duri, colmi di ansia, di indecisione, di paure, di sensi di colpa.

Finché, un anno dopo l’ultimo tentativo, io e mio marito non ci siamo decisi a provare, per un’ultima volta, con la PMA, in un nuovo ospedale.

La stimolazione ormonale non è andata benissimo, nonostante la mia giovane età. Solo tre ovociti, i medici sono riusciti a fecondarne solo uno. Un solo embrioncino… Il più tenace.

Non ci speravamo più di tanto, ma subito dopo il trasferimento embrionale io mi sono sentita… Diversa.

E la ero davvero.

Il 29 novembre 2014 è nato il mio bambino. Ed essere la sua mamma è la cosa più bella del mondo, per me.

Ora siamo alla ricerca di un altro figlio. Non sarà facile. Pare che i nostri corpi non vogliano collaborare. Che la situazione sia addirittura peggiore di due anni fa. Ma non importa. Ce la faremo, ritenteremo altre mille volte, se sarà necessario, perché sappiamo che ne vale la pena.

E ho anche intenzione, un giorno spero non troppo lontano, di riprendere la strada dell’adozione, questa volta cercando di portarla a termine.

Nessuno mi potrà impedire di avere la famiglia numerosa che ho sempre desiderato, di donare il mio cuore ai miei bambini che mi aspettano, non importa se mi aspettano in Cielo o se in un Paese sperduto del mondo…

Io voglio solo donare il mio amore.

Non perdere mai la speranza

Mi sposo a 27 anni e mio marito ha già una figlia di otto. Irrequieta, dal carattere difficile, molto impegnativa, innamorata del suo papà come lo sono tutte le bambine. Vive con la mamma che per lavoro ha orari complicati e per questo è spesso a dormire da noi. Decidiamo di non avere fretta di mettere al mondo dei figli, almeno finchè la situazione non si stabilizza dandole il tempo di “digerire” la nuova formazione famigliare. Tanto io sono giovane e il mio istinto materno viene proiettato su di lei. Credendo di fare il bene della bambina e quello della coppia, io smetto di lavorare e inizio a farle da babysitter. Riprese da scuola, dentista, festicciole, shopping… Dopo un paio d’anni non prendiamo più precauzioni ma nessuna gravidanza si manifesta. Ne passano sei, di anni, e non solo io non rimango incinta ma la situazione con la ormai ragazzina è sempre più ingestibile: più io mi occupo di lei, più lei mi tratta male; a volte mi insulta malamente e il peggio è che viene sempre giustificata dal padre. La situazione in casa è spesso difficile. Nonostante io e mio marito ci amiamo sempre di più, ogni occasione è buona per litigare per “colpa” di sua figlia. Esausta, mi rivolgo ad una psicologa che mi spiega che per tutto quel tempo io e mio marito abbiamo sbagliato completamente. Occupandomi io della ragazzina, le proponevamo un modello famigiare a tre sbagliato, formato da un padre, una figlia e io che, in pratica, mi sostituivo alla madre. Ma lei, una madre, ce l’aveva eccome! Ma così facendo, ai suoi occhi le mostravo tutto quello che, in cuor suo, avrebbe voluto che sua madre facesse per lei e che invece non faceva. E così si sfogava con me. Imparo quindi che la ragazzina mi deve vedere soltanto in quanto moglie di suo padre e quindi in sua presenza. D’ora in poi se ha bisogno di qualcuno correranno prima il papà e la mamma, poi i nonni, gli zii, i cugini o una vera babysitter. Io no. E da quel momento riprendo finalmente in mano la mia vita. Realizzo che ormai sono anni che cerco una gravidanza che non arriva e che lo stress può sì aver fatto la sua parte ma fino ad un certo punto. Ogni mese, quando arriva il ciclo è una tortura. Inizio a fare delle analisi. Il famoso TSH che controllano è sballato e inizio a girare per endocrinologi. Chi mi dice che sono ipertiroidea e chi mi dice Una cosa, chi me ne dice un’altra. Alla fine vado a Pisa dal prof. Pinchera, nel centro più accreditato d’Italia e mi confermano che si tratta davvero di tiroidite di Hashimoto. Comincio la profilassi. E così penso di poter restare incinta. Ma niente. Come un angelo custode, una mia cara amica che aveva avuto delle splendide gemelle, mi indica il Centro Diagnostico del prof. Ermini qui a Roma. Mi fido dei suoi consigli e prendiamo appuntamento.  Lui e il suo staff fantastici, sicuri dell’iter che devo seguire. Inizio la solita trafila di analisi stordita e in balia degli eventi. Anche mio marito. Il tempo non passa mai, finché si ferma definitivamente il giorno che mi fanno la isterosalpingografia: ho le tube chiuse. Sono distrutta. Sto male perchè l’esame è piuttosto invasivo e sto male perchè psicologicamente sono a pezzi. Inizio a pensare che sia un segno del destino e che forse Dio non vuole che io abbia dei figli. Mi faccio confondere da quello che la Chiesa dice in materia e non so se la fecondazione in vitro sia la cosa più giusta da fare. E poi c’è il tema del congelamento degli embrioni. Oddio siamo nel panico! Poi parlo con dei medici che mi dicono che con quasi certezza io ho le tube chiuse per colpa di quel macellaio che mi ha operato di appendicite quando avevo solo 17 anni. Tre ore di intervento, tutte le budella tirate fuori e poi rimesse dentro perchè, dicevano, non trovavano l’appendice e, in più, bei 1o cm di squarcio sulla pancia. Sono ancora più distrutta. Oltre al danno, la beffa. Mi arrabbio, mi arrabbio moltissimo. Non è giusto! Non è giusto che per colpa di un inetto io non possa diventare madre. Mai, per tutta la vita. E penso anche che non sono fatta per l’adozione: non ritengo che adottare un figlio sia il surrogato dell’avere un figlio naturale. Penso invece che si tratti di un immenso atto d’amore verso una creatura che decidi di accompagnare nella vita, trattandolo come un figlio. E io già stavo accompagnando la figlia di mio marito… Decidiamo quindi di procedere con la Fivet. Quando inizi, non sai mai come va a finire. Magari si potesse sapere: ti toglieresti di dosso tutta l’ansia che sono anni che accumuli e affronteresti con gioia il percorso, sapendo che è la soluzione a tutti i tuoi problemi. E invece no. Vivo tutto con grande stress e autocommiserazione. Il sentimento peggiore. D’altronde sono bombardata dagli ormoni che devo prendere e che devo iniettarmi. Mi faccio le punture sulla pancia negli orari prescritti e, siccome è estate, mi capita persino di farlo nei bagni dell’aeroporto. Mi sento come se fossi una eroinomane che deve farsi le dosi. Il mio umore è in balia delle onde. Passo da momenti di calma a scatti d’ira. Piango per ogni cosa, anche davanti ad uno spot pubblicitario. Cerco di non leggere il bugiardino dei farmaci per non vedere che gli ormoni sono cancerogeni. Ma poi penso: fosse pure l’ultima cosa che faccio, voglio mettere al mondo una mia creatura. Finita la stimolazione si procede con la raccolta degli ovuli. Ho rischiato l’iperovulazione. Procedono con la fecondazione in vitro. Mi dicono che devono congelare e che non possono impiantarmi subito gli embrioni perchè potrei rischiare anche la vita. Devo aspettare qualche mese. Un incubo. Ma poi, finalmente la luce. Faccio l’inseminazione e l’embrione si attacca! È fatta, mi dico! E’ fatta! Ma il beta hcg cresce poco. Lo controllo ogni 10/15 gg e ogni volta, invece di vedere un valore che cresce in modo esponenziale, vedo un numero sì più alto ma di poco. Mi dicono che forse non serve a niente ma che se rimango a letto è meglio. Una infermiera gentilissima un giorno, per consolarmi, mi dice: “tenga duro, signora, vedrà che è un maschio. E lo sa come sono i maschi, no?! Ci arrivano, ma ci arrivano dopo!” Beh, aveva ragione lei! Sono stata a letto quattro mesi con continue contrazioni. Mio marito è stato meraviglioso, sempre. Amorevole e comprensivo. Senza il suo appoggio non ce l’avrei fatta. Al quinto, finalmente tutto si è normalizzato e ho potuto urlare al mondo la nostra felicitá: “È un maschio!” È stata dura, è vero ma ne valeva mille volte la pena. Ora ha quattordici anni ed è la luce dei nostri occhi e della sorella!

Over 40…fuori tempo massimo?

“Signora, lei ha una riserva ovarica in.. riserva”. Ero seduta nello studio di un professorone e, questa volta, avevo portato il mio compagno. Neanche avessi avuto il presentimento che qualcosa sarebbe accaduto, che ci sarebbe stato un aneddoto da raccontare e nessuno mi avrebbe creduto. Non fossero state parole tristi da ascoltare, almeno per una donna, almeno per me, avrei trovato questa frase davvero comica. “Riserva ovarica in riserva”… Ma tant’è, ormai l’aveva detta e io mi sono domandata: “Cosa diavolo ci faccio qui?”. Poi ho guardato lui che mi era accanto, quasi a chiedere “Ma ho immaginato tutto?”. Ma lui non poteva capire, ha cercato di rincuorarmi, era sereno o forse fingeva di esserlo. Io, invece, ho provato solo tanta tristezza e rabbia.
Ho superato da qualche anno i 40, sono una donna appagata sul lavoro, guadagno discretamente bene, la mia vita mi piace così com’è. Allora perchè ora, solo ora, ho sentito il desiderio di avere un figlio? Sorridevo quando sentivo parlare dell’orologio biologico, neanche li guardavo, io, i bambini. E adesso, invece, ci ero caduta in pieno.
E così, dopo due inutili anni di tentativi, ho deciso… Mi sono rivolta a specialisti per capire se ci fossero reali possibilità. Sono stata rivoltata come un calzino … Esami costosi, a volte dolorosi, spesso umilianti… non è bello sentirsi dire: “Eh signora, alla sua età… Perchè si è decisa solo ora?”. Isterosalpingografia, post coital test, progesterone, estradiolo … Dopo mesi ero così preparata che avrebbero potuto darmi una laurea ad honorem in medicina, specializzazione ginecologia.
Poi, l’incontro decisivo: Mister G.
Meridionale, alla nostra prima conversazione telefonica mi è piaciuto all’istante. Aveva un modo di fare affabile, simpatico. E, in questi casi, l’empatia con i medici è tutto. Ti devi fidare ma, soprattutto, ti devono piacere perché, molto probabilmente, avrai a che fare con loro per giorni, settimane, mesi… Così, è iniziata la mia avventura nel mondo della fecondazione assistita. Un mondo fatto di mille punture e mille monitoraggi, grandi speranze e grandi frustrazioni.
Dopo un mese ero così esausta che, quando mi sono sottoposta al mio primo transfer, ho giurato a me stessa “O va questa volta, o mai più”
Ero così poco fiduciosa, ma anche allegramente serena. Finalmente l’incubo era finito!Finalmente mi riappropriavo della mia vita! Finalmente non sarei più andata tutti i giorni in quello studio medico ad aspettare il mio turno tra mamme pancione e coppie con lo sguardo basso e speranzoso allo stesso tempo! E, così, sono tornata a casa e ho organizzato su internet un viaggio per l’estate negli Stati Uniti. Ma quel viaggio, evidentemente, non era ancora nel mio destino… Forse, un giorno, lo farò con lui che ora è accanto a me e dorme tranquillo nel passeggino. Forse ci andrà lui e mi racconterà i cieli, gli odori, la gente che incontrerà. Ma questa è un’altra storia…

Nato vivo

nato vivo copertinaSiamo giunti in fondo.
Il 20 dicembre è stata una giornata di grande pace interiore, sia per me che per Giacomo.
Siamo arrivati puntuali in ospedale, mano nella mano.
Sorridenti e sereni. Dovevamo solo andare in contro al nostro destino, nulla più dipendeva da noi.
Abbiamo atteso molto prima di poter dare il via al nostro momento, almeno cinque ore… e si sa che le attese siano la parte peggiore.
Siamo stati attenti a non svegliare i nostri demoni. Abbiamo discusso dei dettagli della ristrutturazione di casa nostra, come se la nostra vita non fosse in pericolo.
Mi ero ripromessa di avvisarlo che c’era un documento in cui gli lasciavo detto ciò che non gli avevo mai detto… ma non ce l’ho fatta. Con un po’ di scaramanzia ho voluto pensare che se avessi taciuto sarei sopravvissuta per forza.
Nello stesso tempo ero certa che avrebbe cercato un documento se mi fosse accaduto il peggio.
Sono stata accompagnata in sala operatoria dopo aver salutato Giacomo e il nonno Domenico. Un saluto che non ho voluto avesse il sapore dell’ultimo.
Ho portato con me un fazzoletto di carta, perché sapevo che avrei pianto: in ogni caso avrei pianto.
Poi mi sono affidata, senza alcuna altra scelta possibile, alle mani che hanno manipolato, infilzato e rimestato il mio corpo.
C’erano un sacco di mani… diversi volti, parole, discorsi, battute e sorrisi.
Una buona atmosfera che non ho saputo cogliere del tutto, mentre cercavano una vena, mentre non riuscivano ad infilarmi il catetere, mentre mi ruotavano di qua e di là per infilarmi un ago nella schiena che non voleva trovare la via giusta.
Voltata su un fianco, ancora col bruciore lancinante del catetere e stringendo in mano il mio fazzoletto di carta, lo sguardo si è posato su un aggeggio che dovrebbe servire per
aspirare fluidi. Aveva un contenitore trasparente macchiato di rosso, sembrava sangue, ma immagino non lo fosse… Mi sono detta che quella sarebbe stata davvero l’ultima volta e ho temuto di non reggere.
A me toccavano i tubi, i tubicini, gli aghi e un mucchio di sconosciuti che rivoltavano il mio corpo nudo su un tavolo ferroso, nel mezzo di una grande stanza, sotto una luce puntata su ciò che non potevo vedere da dietro il telo verde, che puzzava di plastica, cui era stato nascosto il mio volto.
Ho tenuto duro e stretto il mio fazzoletto di carta.
Quindi il viso familiare della dottoressa M., nel camice di un colore indefinito vicino al vinaccia, sorridente e sollevato perché finalmente quasi al traguardo, poi il secondo viso
familiare, il dottor C.. Mi sono sentita rassicurata: sarei stata operata dai due medici di cui mi fidavo di più, non potevo sperare di meglio.
Mentre mi sentivo soffocare e a tratti svenire, mentre combattevo il panico di non sentire il pianto di mio figlio e di morire, ho sentito la dottoressa M. esclamare: «Eh no! Due giri di cordone serrati intorno al collo!».
È stato un attimo di vuoto, la mia mente non ha saputo mettere insieme alcun pensiero, finché ho sentito un pianto… il suo pianto… e ho pianto.
Ho pensato che, contrariamente al solito, il suo pianto fosse addirittura gradevole!
L’anestesista ha esultato, esclamando che mio figlio «aveva due palle così!».
L’hanno portato via per le prime cure, ma dopo un tempo ragionevole ancora nessuno era venuto a mostrarmelo. Ho chiesto se andasse tutto bene, l’anestesista mi ha rassicurata, ma ancora nessuno me lo portava.
«Io non lo vedo… non lo vedo…»
Sull’ingresso della sala operatoria hanno portato l’estremità dell’incubatrice in cui era stato messo e mi hanno mostrato i piedini… solo i piedini.
Poi l’hanno portato via.
Sapevamo che nascere con un paio di settimane di anticipo poteva significare una maggiore difficoltà di adattamento per i polmoni, era nel conto l’opzione dell’incubatrice, ma non l’avevo realmente fatta mia.
Lui non era su di me. Non l’avevo con me.
Poco dopo mi hanno riportato in camera e i primi momenti sono stati di puro assestamento: l’anestesia che dava tremori terribili, le gambe immobilizzate, il pannolone, il catetere, l’ago canula uscito di vena, un altro buco… la flebo, la morfina… e lui che non c’era e non accennava ad arrivare.
Giacomo ha avuto una cura per me, una delicatezza e una calma nello spiegarmi che lo stavano aiutando a respirare perché da solo faceva fatica. Lo avevano alimentato per cercare di calmarlo, ma era talmente vorace che gli era andato di traverso, così gli avevano messo una flebo…
Sulla flebo sono definitivamente crollata: lo hanno infilzato, anche lui è stato infilzato… lo so che fa male, lo so bene! Io non ero con lui, io non c’ero… io non sapevo nemmeno ancora che volto avesse.
Non era importante che non fosse gravemente in pericolo, né che fosse a pochi passi da me: nella realtà dei fatti io, ancora una volta, ero svuotata nel ventre e con le braccia vuote.
Era un dolore incontenibile, ho pianto fino a farmi gonfiare gli occhi, tanto da farmi sgridare dall’ostetrica, tanto da chiamare la neonatologa e farmi rassicurare, ma non c’erano parole adatte… L’unica cosa in grado di lenire il mio dolore era darmi mio figlio fra le braccia.
Hanno mandato via Giacomo, anche se ero disperata, anche se ero uscita dalla sala operatoria da tre ore o poco più, anche se nostro figlio non stava bene.
Mi sono trovata sola, nella stanzetta vuota, nel buio della notte, senza potermi alzare e col pulsante delle chiamate disinserito dalla spina.
È stata una lunga notte, una notte difficile.
Finché mi sono data un obiettivo: andare io da lui il mattino seguente.
Così mi sono imposta di smettere di piangere, ho imbevuto due fazzolettini d’acqua e me li sono piazzati sugli occhi: non potevo presentarmi a mio figlio gonfia come una zampogna!
In un mondo perfetto le cose sarebbero andate diversamente, ma questo è il mondo reale e le cose vanno come vanno.
Dovevo reggere ancora un pochino, ancora fino all’indomani.
E l’indomani, appena estratto il catetere, su una sedia a rotelle sono andata a vedere mio figlio.
Ancora una volta con un fazzoletto di carta stretto in mano.
Giacomo mi ha accompagnato fino all’incubatrice ed io dalla sedia mi sono sporta fino a guardare il viso del mio bambino da dietro il vetro che ci separava.
Ho tenuto. Ho tenuto tutto, talmente tutto che non è uscita nessuna emozione. Ho pensato che poteva anche non appartenermi, che non lo riconoscevo davvero, che non sapevo
se era davvero lui dentro di me… che non dovevo piangere perché non potevo ancora toccarlo, annusarlo, stringerlo, baciarlo e sentirlo mio, quindi dovevo tenere, ancora un
pezzetto, finché l’avessi avuto fra le braccia e nessuno sapeva dirmi quanto avrei dovuto aspettare.
Nel pomeriggio siamo tornati da lui, io sulle mie gambe.
Inaspettatamente mi hanno chiesto di scoprire il seno, me lo avrebbero fatto toccare, accarezzare, stringere e annusare… me lo avrebbero posato sul cuore.
È arrivato sulla mia pelle, sotto il mio naso e vicino ai miei occhi. Così piccolo… così profumato, così bello.
Me lo hanno posato sul petto e ancora era forte la sensazione che non mi appartenesse davvero, io non sapevo riconoscere il suo volto, ma riconoscevo gli scatti delle gambette, la cadenza dei movimenti che faceva dentro la pancia: in fondo riscontravo una certa familiarità.
Lui su di me era a suo agio, dormiva tranquillo mentre gli accarezzavo la testolina, così come ero solita accarezzare la pancia.
Ho capito che non importava che fossi io a riconoscere lui, perché era lui a riconoscere me.
Ho saputo d’essere sua madre perché lui mi ha mostrato che ero sua madre.
Ho capito che ci sarebbe voluto tempo perché riuscissi ad entrare in contatto con lui.
Mi sono affidata a lui, certa che se lo avessi ascoltato, mi avrebbe guidato.
Mi sono assopita insieme a lui, sulla poltrona in patologia neonatale, mentre Giacomo ci guardava.
Ho trovato un momento di pace, ho potuto cedere parte della tensione.
Ancora lo guardo e non mi capacito che sia qui, che siamo tutti qui. Che siamo vivi, che stiamo bene che lo abbiamo con noi: ce l’abbiamo davvero. Abbiamo tenuto quest’immagine talmente lontana che ci sembra inverosimile che si sia realizzata.
A lui basta la mia mano. Io gli poso la mano sul capo e lui si rasserena… continua a dirmi che sono sua, io gli appartengo e in virtù di questo lui mi appartiene.
Spesso mi fermo a fissarlo, ci guardiamo, occhi negli occhi: è bello, è un bel bambino dai lineamenti fini. Non so dire a chi somigli, trovo che non somigli a nessuno di noi, è troppo bello.
Gli ho promesso che mi sarei presa cura di lui: l’ho guardato e gliel’ho promesso pronunciando quelle parole ad alta voce.
Così ho ceduto un’altra piccola parte di quelle emozioni trattenute.
Lo tengo stretto, molto spesso lo tengo solo per il piacere di tenerlo stretto.
Gli piace stare fra le mie braccia, mi osserva, mi scruta… si fida di me. Mi riconosce sempre.
Molto spesso gli poso una mano sul petto, o un dito sotto al naso e aspetto di sentire il suo respiro. Giacomo fa lo stesso e quando ci accorgiamo dell’apprensione dell’altro, sorridiamo consapevoli che una certa paura non ci passerà mai, non la perderemo più.
Non riesco ancora a chiamarlo per nome: non posso credere d’avere quel figlio che aspettavo, non riesco a capacitarmi che quel nome corrisponda a questo piccolo volto così unico.
Tristano…
Volevamo un lottatore, virile e solido, una personalità carismatica… volevamo che combattesse, di più e fino in fondo.
Speravamo che un nome così fosse capace di regalargli tutta la grinta di cui avesse bisogno.
Lui ha lottato. Ha lottato coi due giri di cordone che aveva serrati intorno al collo, ha lottato perché i suoi polmoni si adattassero alla vita fuori da me, ha combattuto chi lo ha manipolato.
Ha talmente combattuto le mani sconosciute da rompersi un polmone. Si è procurato un pneumotorace per quanto ha pianto, per quanto si è opposto alle cure che gli hanno imposto.
Hanno ventilato l’ipotesi che se lo avessimo lasciato al suo posto fino al termine della gravidanza, non avrebbe avuto quel distress respiratorio evolutosi in pneumotorace… ma se avessimo atteso e i due giri di cordone si fossero serrati irrimediabilmente?
Noi siamo convinti di aver fatto ciò che era meglio, anzi, ringraziamo di avere insistito per anticipare la sua nascita e siamo convinti che sia davvero stato più al sicuro fuori con un distress respiratorio, che dentro con due giri di cordone intorno al collo.
Giacomo ed io ci guardiamo e in silenzio i nostri occhi ci dicono che l’abbiamo scampata bella, questa volta abbiamo avuto fortuna… per un soffio l’abbiamo fra noi… un altro soffio e sarebbe stato anche il suo un nome inciso su una targa di marmo.
In un momento di quiete ho letto attentamente il documento che l’ospedale ci ha fornito per poter registrare in comune la nascita di nostro figlio.
La frase riportata sul documento è:
Erika Zerbini
[…]
ha partorito un figlio nato vivo di sesso maschile.
Ho annuito fra le lacrime…
Questa volta ho partorito.
Questa volta ho partorito un figlio NATO VIVO.

Il brano è tratto da “Nato vivo” (PM edizioni).

Pezzi di vetro

Marta Verna fotoPrima di tutto ci fu lo stupore. Il giorno in cui io e Fabio facemmo l’amore senza preservativo ci guardammo con incredulità. A pensarci ora sorrido di quella emozione, dell’irripetibile vertigine di quando ci si affida al destino. Da allora sono trascorse innumerevoli delusioni, una ogni maledettissimo mese. Eppure a ripensare a quella prima volta provo una immensa tenerezza per tutta quella ingenuità. Mi ero preparata a lungo a quel momento. Fin da bambina chissà perché avevo paura di non potere avere figli. Quando la mia relazione con Fabio cominciò a diventare importante ricordo benissimo che gli chiesi preventivamente se un giorno avrebbe voluto avere figli, poiché in caso contrario avrei voluto saperlo subito. A ripensarci ora fu un colloquio assurdo, così come assurda è la sensazione di “profezia che si auto-avvera” che mi porto dietro. Un anno se ne andò così, senza rumore. Nulla accadde ma ci sembrava che tutto potesse ancora accadere. Poi decidemmo che con l’inizio dell’anno nuovo avremmo fatto qualche accertamento, ma lo dicemmo a bassa voce, per non essere spaventati dalle nostre stesse parole. Le luci natalizie erano ancora tutte accese e il dolore ancora tutto di là da venire. Istruzioni per l’esecuzione di uno spermiogramma perfetto: lo sperma va raccolto sterilmente, sono controindicati la presenza di saliva o altri liquidi biologici, bisogna centrare con il getto il barattolino e poi correre, ma correre davvero, al laboratorio. Durante il tragitto tale barattolino deve essere tenuto al caldo e in posizione verticale, altrimenti gli spermatozoi si stressano. Ore sette e cinquanta del mattino. Fabio si chiuse in bagno. Alla radio stavano trasmettendo Risponde Zucconi. Non saremo mai più in grado di ascoltare quella trasmissione senza ridere di noi; quello era solo il primo delle decine di spermiogrammi che Fabio avrebbe dovuto eseguire, e tutti i campioni sarebbero stati raccolti alle sette e cinquanta mentre Vittorio Zucconi rispondeva alle domande degli ascoltatori. Abbiamo anche pensato di scrivergli per raccontarglielo, sono sicura che gli regaleremmo una bella risata. Io aspettavo fuori con la giacca già chiusa e le chiavi della bicicletta in mano. Era febbraio. Presi dal cassetto un calzino di lana per tenere al caldo gli spermatozoi di mio marito. Mi misi a passeggiare lungo il corridoio, non volevo dare l’impressione a Fabio di essere in attesa fuori dalla porta. Aspettavo in silenzio e mi auguravo che tutto andasse bene. La porta finalmente si aprì. Lui mi guardò con dolcezza e io avrei voluto abbracciarlo e dirgli va tutto bene, non è niente, e invece sorrisi goffamente, presi in consegna il barattolino, lo infilai nel calzino e lo tenni dritto nella mano. Ci guardammo, il calzino tra noi. La giornata era già talmente schifosa che avremmo voluto fosse ora di andare a dormire e invece era appena cominciata. Presi la bicicletta, il calzino con una mano e il manubrio con l’altra. Pedalavo il più velocemente possibile. Mi guardavo intorno come se tutti fossero maledettamente interessati a quel calzino che tenevo stretto come fosse un pulcino appena nato. Arrivai in ospedale e il barattolo cadde a terra. Merda. Altro che stressati, pensai, gli spermatozoi si saranno tutti suicidati. Cercai il laboratorio, mi indicarono uno scantinato. Suonai il campanello, mi aprì un uomo che mi chiese nome e cognome dell’eiaculatore, ora esatta della raccolta e tempo trascorso dall’ultimo rapporto. Uscii alla luce del sole, stressatissima, ed erano solo le otto e venti del mattino. Mi accesi una sigaretta. Mai fumare prima di pranzo. ‘Fanculo. Ritirai gli esami di Fabio, i suoi spermatozoi erano pochi, tozzi e lenti. Nei momenti migliori dei mesi a venire avremmo ironizzato su di loro creandoci un immaginario dolcissimo di buffi e confusi brutti anatroccoli che sbattevano continuamente contro le pareti del mio utero o gli uni contro gli altri nel tentativo di compiere la propria missione. Sarebbero stati i momenti di maggiore forza, quelli in cui eravamo ancora in grado di ridere di noi. Le settimane successive a quel primo esame furono di completo disordine. Non ero in grado di razionalizzare né di utilizzare le mie competenze mediche per capire cosa ci stesse accadendo. Non trovavo strumenti per codificare l’irruzione di tutto quel mondo esterno nella privatissima vita sessuale mia e di mio marito. La prima visita che facemmo dall’andrologo fu un disastro. Era stato un mio professore all’università e io provai un grande imbarazzo a trovarmi nel suo ambulatorio in quel contesto.  Naturalmente non ti darà fastidio se eseguo l’esame della prostata a tuo marito senza farti uscire. Del resto sei un medico. E a tuo marito farà piacere sapere che ho le dita delle mani molto sottili. Io rimasi muta. Sbigottita. Ho impresso nella mente lo sguardo di Fabio, a gattoni sul lettino, i pantaloni abbassati mentre il medico si infila i guanti. Un misto di umiliazione, dolore e paura. Allora qui tutto bene. Si rivesta pure. Dunque cara dottoressa, come sa ci sono molti dati in letteratura sulle possibilità di procreazione nei casi di oligo-terato-asteno-spermia. Certo, nel vostro caso la fecondazione assistita è un percorso direi obbligato, non penserete certo che un po’ di antiossidanti siano sufficienti. Dunque vi scrivo gli esami che dovete fare. Feci uno sforzo incredibile per non iniziare a singhiozzare, avvertivo chiaramente le lacrime che scendevano da sole mentre cercavo di mantenere un contegno. Vedevo la scena da fuori e ne ero completamente estranea, due colleghi che parlano di qualcuno che non può avere figli. Fabio al mio fianco taceva, immagino volesse solamente uscire il prima possibile da quella stanza. Finalmente ci congedammo e ci ritrovammo all’aria aperta. Erano solo le otto del mattino ed era già un’altra giornata finita. Ci accendemmo una sigaretta. Il mio piano di contare le sigarette era completamente saltato. Fabio era pallido, gli occhi piccoli e spauriti.  Che cosa ha detto? Io non ci ho capito nulla, ho bisogno che qualcuno mi spieghi cosa sta succedendo… Avrei voluto prenderlo con me e portarlo via, dirgli che tutto si sarebbe sistemato. E invece gli dissi solo frasi sbagliate, lasciandolo solo con tutta quella nuova realtà da metabolizzare. È un problema molto comune, non devi sentirti in difetto proprio di nulla. Vedrai che tutto si sistema. Era già chiaro allora che i problemi sarebbero stati enormi e che ciascuno ne avrebbe dovuta portare una parte che era assolutamente personale e non cedibile. Io non mi sarei mai potuta fare carico di come lui avrebbe dovuto fare i conti con se stesso e con quel nuovo problema che lo aveva investito. Né lui sarebbe mai potuto entrare nella crudele lotta interiore che di lì in poi avrei dovuto sostenere con me stessa per non incolparlo di tutto quel dolore che ci si era riversato addosso. Quella mattina fredda, in piedi su un viale dell’ospedale, si delinearono nettissime tre strade: la sua, la mia e la nostra. Con un senso di vertigine avvertii la concreta possibilità che quelle strade avrebbero potuto anche prendere direzioni diverse. Lasciai scivolare via il pensiero e ci separammo. Io andai verso il mio reparto e lui verso la macchina. In mezzo mille minuscoli pezzettini di vetro rotti.

Il capitolo Pezzi di vetro è tratto dal memoir “Nessuno esca piangendo” (Utet).
Leggi la mia intervista su la 27 ora

Il sine causa non esiste. Un cammino lungo la diagnosi.

Non ebbi reazioni quando lessi per la prima volta quella parola su una prescrizione medica, perché quella condizione non si addiceva a nessuna delle mie personalità multiple da donna in balia di montagne russe ormonali. Il rifiuto si tradusse in pensieri poco lusinghieri per il mio medico curante: infertile a chi? Maledetto iettatore!

Come nelle peggiori favole, quelle che non subiscono il revisionismo melenso della Disney, venne fuori che infertile lo ero davvero e che le cause alla base della mia infertilità erano molte.

Le tube, innanzitutto. Dotate di un inappropriato senso dell’umorismo. Nel settembre 2013 mi sottoposi ad un impronunciabile esame, che inaugurò, di fatto, la lunghissima trafila di visite, prelievi, invasioni barbare di intimità. L’isterosalpingografia. Il referto fu confortante: tube pervie. Due anni più tardi, marzo 2015, il medico (diverso) del centro specializzato in problemi di fertilità a cui decisi, finalmente, di rivolgermi, mi consigliò una laparoscopia. La sua parola di capo indiscusso delle vagine difettose contro il mio scetticismo di fronte alla prospettiva di dover affrontare un vero e proprio intervento, in una vera sala operatoria, sotto anestesia totale.

Le tube furono ricontrollare solo per scrupolo. Per un eccesso di zelo, quasi paranoia.

Erano chiuse. Così intasate da richiedere un massiccio intervento ostetrico.

Nonostante l’idraulica applicata all’apparato riproduttivo avesse dato i suoi frutti, sturando di prepotenza quei sottili affarini, i sei mesi di free sex che seguirono furono infruttuosi.

Scoprii così che il sillogismo le tube sono pervie perciò funzionano presenta, in realtà, una sorta di vizio di forma. Nel mio caso, ad esempio, l’intervento avrebbe potuto essere risolutivo per un verso, distruttivo per l’altro. Nello specifico le ciglia che coadiuvano il passaggio dei prodi soldatini all’interno del tunnel della Manica avrebbero potuto rovinarsi a causa del prepotente intervento del Mr Muscolo idraulico gel, col risultato di avere un varco aperto si, ma impraticabile.

Il sangue. Una mutazione genetica mi predispone al rischio di aborto spontaneo. Il pericolo si chiama iperomocisteinemia. Un valore, l’omocisteina, sconosciuto ai più e tristemente noto alle donne che hanno perso il primo figlio, spesso pure il secondo, perché ignare della sua alterazione. Io? Beh, ho fatto le cose in grande. Ce l’avevo a palla. Così alto che avrebbe potuto creare problemi persino nella primissima fase della gravidanza: l’impianto.

Infine lo zucchero. Sono insulinoresistente. Causa banale d’infertilità, molto diffusa e relativamente semplice da scoprire e tenere a bada. Basta una curva glicemica da carico di glucosio, la cura, invece, è farmacologica e alimentare. L’insulina in eccesso provoca, nel migliore dei casi tra cui il mio, un’ovulazione incompleta ma difficile da individuare perché nascosta da cicli regolari, nel peggiore dei casi  un ovaio policistico. Oltre, ovvio, al rischio di diabete di tipo due.

Ho scoperto questa condizione solo dopo tre anni di ricerca e solo grazie alla professionalità di un medico che non s’è mai fermato all’apparenza e che al primo appuntamento, quando in mano non avevo altro che una diagnosi d’aria fritta e un pacco di non ci devi pensare che gravava come un macigno sul mio equilibrio psichico, ha semplicemente detto: il sine causa? Ma per favore, il sine causa non esiste.

Dopo tante peregrinazioni, referti e cure ho finalmente, da poco, intrapreso il percorso più difficile: la fecondazione in vitro.

La mia storia è la storia di un viaggio negli inferi, di dantesca memoria. Una sorta di Divina Commedia 2.0 con un paradiso, per ora, solo ambito.

La mia storia è una storia comune. E’ la storia di Anna, di Silvia, di Michela, di Valentina, di Maria.

La mia storia è poliedrica, è un paradosso infarcito di qualche presa per il culo, è una punta di sfiga e malasanità. E’ una storia di istinto e di speranza.

Soprattutto, di tenacia e pazienza.

L’ho condivisa per passione, per esorcizzare la paura, per mettere in riga pensieri sparsi. E poi l’ho fatto per altruismo, perché spero un giorno possa essere un appiglio, una speranza, un motivo di sprono, una dedica a tutte quelle meravigliose donne che lottano indefesse e fiere, che donano se stesse per il proprio figlio prima ancora che venga procreato, quando il suo alito di vita è solo una speranza di dono.

Metterci la faccia

Non è facile parlare di infertilità.

Chè non è solo elencare quanti tentativi di fecondazione assistita hai fatto, in quale città o paese li hai fatti, quante punture di ormoni, ecografie, visite mediche, analisi del sangue hai fatto.

Non è facile parlare di infertilità.

Chè non è che siccome ci sono tanti modi per sentirsi donna, allora puoi accettare di non aver avuto voce in capitolo nella scelta di essere o meno una madre. Chi è che si è permesso di prendere questa decisione per me?

Non è facile parlare di infertilità.

Chi può capire cosa fa ad una donna il trovarsi ripetutamente, per mesi, anni, sdraiata su un lettino sterile e con le gambe aperte, come mancasse di pudore, lasciare che degli estranei in camice bianco sotto impietose luci al neon gestiscano e controllino un atto che dovrebbe essere il più sensuale e amorevole e intimo di una coppia, quale quello del concepimento?

Solo ora dopo tanti anni, posso avere la chiarezza e la lucidità per capire cosa mi è successo, per elaborarlo ed esprimerlo pienamente. Mentre mi barcamenavo tra ginecologi, embriologi, infermieri e tecnici di laboratorio ho faticato a capire, a trovare il senso, il significato nascosto, l’insegnamento preziosi che mi veniva impartito dalla sorte. Quello che capivo era che soffrivo per un desiderio legittimo e basilare, come respirare. Soffrivo per una cosa che ritenevo un diritto ed invece si è rivelata un privilegio e un onore non concesso a tutti.Soffrivo per un desiderio che ogni mese veniva disatteso, infranto in mille pezzi. Puntualmente.

E ho dovuto trovare una strategia per non perdermi, per rimettere insieme quei mille pezzi ogni volta. E ogni volta ripartire ottimista e piena di speranza. Anche se poi i problemi di infertilità mi hanno inevitabilmente cambiata, ho sempre cercato di non trasformarmi in una persona lamentosa, negativa e dolente.

Facendo un passo indietro, fu nel 2010, quando la nostra vita cominciava ad essere stabile e la nostra sussistenza economica migliorava e lasciava il livello “studenti lavoratori più o meno squattrinati”, che decidemmo di provare ad avere figli.

Dopo due anni di tentativi di procreare naturalmente, decidemmo che avevamo bisogno di una visita medica e forse qualche “aiutino”. I quattro anni che seguirono sono difficilmente sintetizzabili, ma ci provo.

Per reazione istintiva, di difesa, all’inizio mi sono concentrata sull’aspetto pratico della questione. Parlavo del mio corpo e della sua disfunzionalità senza accennare, se non marginalmente, agli sconvolgimenti che accadevano ad un livello più profondo. Non pensavo molto alla ricaduta psicologica ed emotiva che i lunghi mesi (poi diventati lunghi anni) di ricerca di maternità stavano avendo su di me. Su di noi. Trattavo la situazione come una questione di problem solving: identificare il problema e trovare il modo migliore per risolverlo. Puro lavoro mentale, razionale, niente di più. Scartato un percorso, ecco che se ne apriva un altro. Prima due anni di tentativi naturali, poi qualche intervento meno invasivo, punture di ormoni, identificazione del periodo fertile e sesso a comando. Quando questi fallirono, un’altra serie di esami seguì e da lì la sentenza più dura: “dovrebbe cominciare a fare i conti con il fatto che potrebbe non diventare mai madre”.

Rabbrividii per quella frase, pronunciata dalla ginecologa con l’intento di evitarmi inutili sofferenze, ma terribilmente insensibile, e detta senza che avessi avuto modo di abituarmi all’idea. Un secondo dopo il mio corpo esplodeva di calore nelle guance e di lacrime ingiuste. Quello è stato forse uno dei momenti più brutti della mia vita.

Avevo appena iniziato il percorso e non ero pronta a mollare così presto. Così decisi che la medicina è limitata, e che i miracoli esistono. E iniziai la FIVET: due tentativi di omologa e due di eterologa seguirono quella decisione.

Nel tempo ho capito che non sempre la vita è giusta, anzi quasi mai lo è. Ha questa magistrale capacità di metterti i bastoni fra le ruote proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto, e di farlo indipendentemente che tu sia una persona in gamba e con saldi valori umanistici oppure l’ultimo disperato, cinico, insulso essere umano sulla faccia della Terra.

Avendo però affrontato sempre tutto con una grande fede (buddista), la filosofia che mi ha sempre animato è che ogni cosa nella vita ha un senso, e se non ce l’ha siamo noi a dovercelo creare. Se questo senso è costruttivo, cresciamo, altrimenti veniamo distrutti dalle sofferenze e dalle difficoltà. La mindfulness è arrivata proprio nel mezzo di tutto questo, ad aiutarmi a vivere il presente senza perdermi nel vortice dei pensieri negativi, dei rimpianti, delle recriminazioni e dell’odio per me stessa e per il mondo.

Non essendo mai stata una persona forte, almeno non nel senso classico del termine, ho dovuto lottare con le unghie e con i denti per ritrovare me stessa, per amarmi con i miei difetti e per amare la vita, così stronza e ingiusta.

Guardando ai sei anni di tentativi di rimanere incinta, capisco di essere sopravvissuta proprio grazie al voler sempre guardare avanti, accettando anche i miei aspetti più distruttivi e negativi, ma senza rimanere troppo tempo ad ascoltare la me stessa sofferente e arrabbiata. Andare avanti sempre, questo era il mio imperativo.

Ho sempre pensato che prima o poi sarei diventata mamma. Così ho semplicemente cercato di considerare tutte le difficoltà come occasioni per tirare fuori la forza, la pazienza e la perseveranza necessarie per essere madre. Mi sono detta: ecco questa è la tua occasione per crescere come madre, prima di doverlo fare tutto in un botto quando avrai un pargolo in carne ed ossa tra le tue braccia.

Non è stato facile, e sono caduta spesso nella trappola dei “perchè”, arrivando sempre a conclusioni dolorose, inaccettabili e il più delle volte proiettando colpe, e la rabbia conseguente, verso me stessa o, peggio, verso mio marito.

Ho visto in quale baratro sarei caduta se avessi ceduto alla mia mente razionale, al mio cuore sofferente per essere stato privato di una cosa che è invece naturale e semplice per altri. Mi sono più volte vista risucchiare in un buco nero di frustrazione, senso di impotenza e odio verso il mio corpo inutile e improduttivo. Ma mi sono rifiutata di essere assorbita da quelle sensazioni, ho desiderato di trovare il modo per vivere una vita fertile, sempre e comunque, anche a dispetto della mia infertilità.

Dirlo ora, in poche righe, non rende l’idea di quali paludi emotive e quali montagne di dolore si affrontino, insieme ai mille ostacoli pratici, e alle trasformazioni cui la tua vita va incontro, quando diventi una paziente in cerca di cura. Per lo più ci si sente sole, isolate, senza nessuno che ci possa dare conforto. Nessun sostegno psicologico, a parte i forum online dove la comunità delle donne ti offre un sorriso, un abbraccio e tanta delicatezza. Anche il rapporto di coppia ne ha risentito, ma per fortuna, o per determinazione, abbiamo trovato il modo di essere ancora più uniti.

Ho deciso poi ad un certo punto di metterci la faccia, di aprire un blog (LaVitaFertile), con foto, nome e tanti post positivi accanto alle mie storie di infertilità. Là scavo nelle mie memorie, riapro le mie ferite e lascio che la scrittura le guarisca, sperando che questo sia di incoraggiamento per le altre donne che affrontano problemi simili. Scrivere si è rivelato catartico: scrivo e lascio che la mie sensazioni confluiscano nelle parole, mentre mi libero del fardello delle cose non dette che annebbiano la mia mente.

Il semplice atto di parlare di infertilità e di noi mamme-non-mamme, mamme di testa e di cuore, è terapeutico. Non ho problemi, non più, a descrivere cosa significa essere infertile, ad andare a fondo nella dimensione emotiva di una donna alle prese con la fecondazione artificiale. E scrivo perchè, se le parole che riceviamo da chi ci sta intorno spesso non sono di incoraggiamento, la condivisione delle esperienze lo sia. Siamo tutte diverse, e ognuna di noi ha un suo modo di affrontare le difficoltà, ma tutte abbiamo bisogno di rispetto, amore e una parola dolce.

Le donne che come me affrontano la lotta contro l’infertilità sono donne guerriere. Non sono “poverine” o “da aggiustare”, nè deboli nè ossessionate, non più di qualunque altra donna alle prese con i propri problemi.Siamo donne che affrontano tutti i giorni un processo di ricostruzione di se stesse, della propria identità. Private di un pezzo di cuore, che vorremmo riempire con l’esperienza della maternità, a volte ci sembra di non poter essere mai complete. Ma nel cercare di riempire quel vuoto scopriamo che non siamo sole, che altre lottano come noi e che possiamo, se non colmarlo, almeno renderlo costruttivo.

Come finisce la mia storia?

Non è ancora finita; non stringo ancora un figlio tra le braccia. Ma ho deciso che ho chiuso con la fecondazione artificiale. Abbiamo intrapreso il percorso adottivo, che avremmo sempre voluto fare e che oggi abbiamo la maturità e la chiarezza per poter intraprendere.

Auguro ad ogni donna di non perdere mai se stessa, di usare le piccole-grandi difficoltà per migliorarsi, di non identificarsi mai esclusivamente con la propria infertilità, e di nutrire sempre fiducia nelle proprie capacità, fisiche, mentali e spirituali.