Un’odissea mai cominciata. E sono felice così.

Dopo circa due anni di tentativi secondo Madre Natura, senza successo, il mio compagno mi ha convinta ad andare a fare una visita, per cercare di capire se la medicina poteva aiutarci a capire cosa non andava.

Ho 42 anni adesso, all’epoca ne avevo 40.

La prima cosa che ho fatto è stata andare dal medico di base, per farmi fare la ricetta. Mi dice “Guardi, qui in città c’è proprio un centro di ricerca specializzato in queste cose. Ma lei quanti anni ha?” “Quaranta” rispondo. “E non poteva pensarci prima?” risponde lui. (—)

No, non ci ho pensato prima, perché un uomo con cui valesse la pena fare progetti seri l’ho conosciuto solo adesso, perché prima sono stata impegnata a cercare di stabilizzare la mia sicurezza economica in 10 difficili anni di contratti a progetto, e perché, alla fine, sono affari miei, personali, o no?

Poi mi scrive la ricetta. Dice “Scrivo ‘per infertilità’, ma è così, giusto per capirci, non è che voglio dire….”

E torno a casa già un pò frustrata da quel dottore al quale, durante l’università, non hanno insegnato proprio niente sul rapporto umano col paziente.. ma vabbeh, vado avanti.

Ci rechiamo entrambi alla prima visita in questa clinica affollata da coppie in cerca di speranza.

Entriamo e il dottore ci fa un pò di domande. Quando gli dico che sono circa due anni che proviamo, così senza eccessivo impegno, ma insomma, di risultati proprio non se ne vedono, mi fa tutto il suo spiegone: dovrò fare all’incirca una decina di esami, tra cui alcuni molto invasivi, tipo farmi iniettare nelle tube del liquido in modo da verificare se per caso c’è ostruzione o altri impedimenti meccanici. Però devo stare attenta a non fare questo esame nel periodo successivo all’ovulazione, perché se per caso nel frattempo sono rimasta incinta, l’ovulo fecondato verrebbe spazzato via. Quindi no, non mi devo preoccupare, devo continuare a condurre una vita normale, come se non fosse niente, continuare ad avere rapporti magari anche calcolando i periodi di fertilità, se per caso già lo faccio. Solo che devo far coincidere questa ‘normalità’ con la prenotazione della visita, il tempo delle mie mestruazioni, il calcolo dei giorni fertili, e altre amenità del genere.
Mio marito no, lui deve solo fare un’analisi spermiometrica per vedere la salute della sua armata. Poca roba.

E fine, basta così. Venti minuti – che sono stati venti, non uno di più non uno di meno – e un pacco così di ricette per prenotare visite, di cui NESSUNA passata dal servizio sanitario nazionale. Una pesantissima sensazione umiliante di essere stata trattata come un assembramento di tubicini e parti meccaniche difettose, e la prospettiva di passare i prossimi mesi nella frustrazione più assoluta. Senza contare i circa 600 euro del costo complessivo delle visite grazie alle quali, FORSE, dice il medico, potremo solo CAPIRE  dove stà il problema, e quindi iniziare a TENTARE delle cure.

No grazie.

Ho posato le ricette sul tavolo.

Sono andata a dormire depressa.

E dopo forse una settimana le ho buttate a una a una nel cestino.

Se Madre Natura mi concederà questa gioia sarà grazie a Lei che avrò il dono di un figlio. Se non sarà così la mia vita e la mia identità saranno costruite su altre basi.

Se non sarà così forse Lei avrà le sue ragioni.

Trovo assurdo e profondamente egoistico accanirsi a volere un figlio a tutti i costi.

E trovo la nostra attuale medicina profondamente anti-umana.

 

La mia storia

La mia storia è cominciata un triste 14 febbraio del 2013. Ero felice di aspettare il mio secondo bambino, ero incinta di dodici settimane ed aspettavo ansiosa di fare l’esame della translucenza nucale in ospedale. Attorno a me tante mamme con il pancione, felici con i compagni, ed io li con mio marito, che non vedevo l’ora di vedere il nostro bambino sul monitor. Finalmente arrivò il mio turno, entrai traboccante di gioia e impazienza e mi ritrovai a fissare uno schermo vuoto. Ricordo il gelo nel cuore, la paura, la sensazione di irrealtà di quel momento. La dottoressa e mio marito che mi scuotevano perché improvvisamente ero sbiancata in volto, che mi dicevano, con parole come pugni in pieno volto che non mi dovevo sentire male, che non dovevo reagire cosi!!! Ricordo che non piansi, non dissi una sola parola, ero attonita incredula sotto shock. Non c’era battito, il mio bambino era morto e dovevo fare al più presto il raschiamento perché rischiavo una grave infezione. Aborto interno. Ho pianto per due giorni “interi”, un pianto silenzioso come pioggia fine,  smettendo solo in quei rari momenti in cui riuscivo ad appisolarmi. Il giorno del raschiamento un’infermiera mi disse queste parole “non piangere stellina mi si stringe il cuore a vederti così, vedrai che se lo vuoi cosi tanto Dio te l’ho darà un altro bambino”.

Sono passati quasi quattro anni e, o Dio se la sta prendendo comoda o ha proprio deciso che sono una persona indegna di diventare nuovamente madre. All’inizio abbiamo aspettato un paio di mesi, avevo paura che potesse risuccedere e non riuscivo ad accettarlo: tradita dal mio stesso corpo che non mi aveva dato neppure un’avvisaglia, neppure una perdita, un dolore, nulla. Poi ci abbiamo riprovato. Tutti ci dicevano siete giovani ci riprovate e arriverà … invece ogni mese puntale come una condanna a morte il ciclo. Ed ogni mese pianti, delusione, senso di fallimento….

Abbiamo provato di tutto, pillole per me e per mio marito, controlli, analisi, integratori, fino alla isterosalpingografia ma a cinque mesi da quest’ultima… nulla.

Quest’anno ho compiuto 40 anni e sebbene sappia che molte donne diventano mamme a questa età io ho pochissime speranze di farcela. Avendo tentato di tutto per quasi quattro anni la speranza è come la luce di un cerino. Le strutture sanitarie non aiutano: sono troppo vecchia e me ne fanno quasi una colpa. Avevo 36 anni quando mi è successo ed ho già una bambina di sette anni. Non ho aspettato, non mi sono goduta la vita per poi svegliarmi a 40 anni, come alcuni medici cinicamente mi hanno buttato in faccia.

Nessuno sa cosa non va ma tutti è come se, velatamente, dessero la colpa a me. Io ho un ciclo regolarissimo, potrei dire quasi l’ora esatta in cui mi verranno la prossima volta, mio marito ha un varicocele, ma il problema sono io!!! Tutti i medici e le strutture pubbliche a cui ci siamo rivolti mio marito non lo vedono neppure, si concentrano tutti su di me, analisi su analisi, ma perché??!!! Lui ha fatto gli esami del liquido seminale, non sono eccellenti ma nessuno si prende la briga di fare qualcosa per lui… il problema sono io.

Mi sento sola in questa battaglia contro il destino, mi sento colpevole di aver fatto crescere mia figlia da sola e di non essere capace di avere un altro bimbo. Non so cosa c’è che non va in me, in noi, nessuno ci sa dare una risposta.

E intanto intorno a me pancioni, passeggini, bimbi…

Non ho nessuno con cui parlare, mia mamma e mia sorella mi dicono rassegnati, le mie amiche che prima mi incoraggiavano ora di fronte all’evidenza fanno spallucce e dicono rassegnati, mio marito mi dice di rassegnarmi. Forse hanno ragione loro ma io fino a che ho anche una minima speranza non ce la faccio ad arrendermi al destino, me la merito la mia felicità, mia figlia merita di non dover restare sola e di avere una mamma felice.

Non so descrivere la mia angoscia è come se qualcuno fosse entrato dentro me è mi avesse portato via quanto di più prezioso e sacro avevo.

So di essere comunque fortunata, io una figlia in fondo ce l’ho ed oltretutto è una bambina bellissima che mi riempie ogni giorno di orgoglio e soddisfazioni ma è proprio verso di lei che mi sento maggiormente in colpa: l’ho lasciata sola.

Dentro di me so che forse questo bambino non arriverà mai, ma mi dico “non è finita fino a che non è finita” e continuo a sperare ancora, contro ogni logica.

Il mio angelo

Era il 2011 quando ho scoperto per caso di essere incinta, era successo davvero per caso, io e mio marito non cercavamo un bambino, ma non abbiamo mai avuto rapporti protetti, ben coscienti del fatto che se fosse arrivato saremmo stati felici di accoglierlo. Una mattina ho sentito disgusto verso la mia colazione, latte e biscotti, mai successo nemmeno col virus gastrointestinale, ma non ci ho dato peso. Qualche giorno dopo mi accorgo di essere in ritardo, test predictor negativo, rifatto due giorni dopo positivo. Subito non ce ne siamo resi conto, ma poi la gioia si è fatta incontenibile. Questo era un mercoledì, lo ricordo come fosse ieri. Corro da mia madre, che da diversi mesi era in coma a causa di uno stupido incidente. Col cuore in mano le confido che sarebbe diventata nonna, che il suo nipotino avrebbe dovuto conoscerla e le chiesi di tornare da me perchè avrei avuto bisogno del suo appoggio e del suo sostegno. Lei che scherzosamente diceva che nonna non voleva esserlo perchè non voleva invecchiare, dal letto scrutava il vuoto con i suoi occhi stanchi e le mie lacrime di gioia le bagnavano le sue mani rigide e delicate che stavo baciando e stringendo a me. Questo era di mercoledì.

Al sabato mattina mi alzo presto e vado a fare gli esami del sangue per controllare le beta. Al pomeriggio faccio un pisolo e ad un certo punto mi sveglio di soprassalto, gli slip sono macchiati di sangue. Presa dal panico con mio marito andiamo la sera al pronto soccorso ostetrico dove mi fanno un’ecografia interna. Non si vede nulla. Com’è possibile?! Potrebbe essere troppo presto, mi dicono e nel frattempo si fanno mandare l’esito delle beta. 34, sono bassissime. La dottoressa mi dice con schiettezza che quasi sicuramente si tratta di una gravidanza biochimica o una geu. Dovevo ripresentarmi dopo 3 giorni per vedere l’andamento e rifare le beta.

I giorni sono trascorsi con perdite, sempre leggere, ma costanti. L’esito delle beta pero’ è stato inequivocabile, 17. Al pronto soccorso la dottoressa, quando le dissi che a questo punto volevo chiudere il prima possibile, mi diede 3 pastiglie per provocare le contrazioni e pulirmi. Non ricordo di essere mai stata così male, fuori, ma sopratutto dentro. Avevo perso mio padre, nel 2004, mio nonno nel 2008, mia madre nel 2009 è entrata in coma e io nel 2011 ho avuto per un attimo l’illusione di poter generare vita dopo tanta morte intorno e invece no. Non ho neanche visto questo “cucciolo”, forse non è mai neanche realmente esistito, ma per me è stato ed è un lutto, l’ennesimo.

Anche mio marito ha accusato il colpo, anche se ha fatto l’impossibile per cercare di tirarmi su il morale, quando dentro stava malissimo. Poi abbiamo preso la decisione di cercare seriamente un figlio, ci sentivamo pronti ed eravamo determinati a provare la gioia di diventare genitori. I mesi pero’ passavano, coi miei cicli irregolari e lunghissimi era una pena arrivare alla fine del ciclo con un clearblue negativo e subito dopo le mestruazioni. La testa vagava tra la paura di non riuscire a procreare e le condizioni di mia madre che inesorabilmente peggioravano. Nella mia testa, l’unica cosa che poteva portare ad una svolta il coma di mia madre era  farla diventare nonna. Erano due pensieri indissolubili e per 11 mesi mi sono sentita una fallita perchè non riuscivo a rimanere incinta. E tutte intorno a me mi annunciavano gravidanze, colleghe, amiche….tutte senza alcun tipo di problemi e io immersa tra stick, termometri e siti internet specializzati sull’argomento.

A maggio 2012 però mia madre peggiora rapidamente, le sue vene sono diventate di carta velina, è stanca e si vede dai suoi occhi, l’unico mezzo con cui mi pareva di riuscire a raggiungerla e la notte del 23, dopo diverse ore di agonia, mi lascia sola. Lei è diventata un angelo, non era più legata a tubi per nutrirsi o per respirare, ora aveva un paio d’ali ed era libera di andarsene dal ricovero, da quel luogo di dolore. Non ho pianto per questo, o almeno ho pianto molto poco, di lacrime ne avevo versate in precedenza, mentre inconsciamente realizzavo che l’avrei persa senza più poter parlare con lei, niente più discussioni e sigarette riapacificatorie, niente ricco ereditiero texano che l’avrebbe sposata, niente viaggio in Australia insieme a vedere i canguri, niente più lei che mi diceva che eravamo rimaste solo io e lei della famiglia e che dovevamo fare fronte unito e niente nipote, proprio come diceva lei. Non sapeva che sarebbe morta così giovane.

Eravamo rimaste sole sì, ma al suo funerale vennero tante persone, che non stavano nemmeno in chiesa.

Quel mese e nei giorni successivi ovviamente pensavo a tutt’altro, purtroppo la morte di una persona si trascina per i parenti anche tempo dopo la morte effettiva, ad esempio quando la burocrazia gira il coltello nella piaga più e più volte. Però il fatto di sapere che non soffriva più mi alleggeriva il cuore, è brutto da dire, ma quando parlavo della morte di mia madre lo facevo con tenerezza pensando che non soffriva più e che era libera. Che magari stava con mio padre e con i nonni ed erano sereni, e lo sarebbero stati di più vedendo che andavo avanti. Non sentivo nemmeno più l’impulso di svegliarmi la mattina e controllarmi, ma con mio marito avevamo rapporti solo quando avevamo voglia. Poi è arrivato un mattino, il 7 di luglio e la sensazione di rigetto verso il latte coi biscotti. Al pomeriggio faccio un test. Positivo. Io e mio marito rimaniamo calmi e aspettiamo l’esito delle beta avendo già subito uno smacco. 342 le prime e più di 800 le seconde a due giorni di distanza. O questo bimbo era fortemente determinato ad attaccarsi o erano 2 gemelli. Sentivamo che potevamo permetterci un timido salto di gioia. E invece all’ottava settimana di nuovo perdite, di nuovo. Corsa al pronto soccorso questa volta vediamo un piccolo fagiolino scalpitante. Il cuore batteva all’impazzata, ma di fianco una macchia grande il doppio di lui incombeva, distacco in atto. Comincio a pensare a cosa avevo fatto per causare questo distacco. Jeans stretti, l’auto, le scale, il cane, lo stress….tutti mi dicono che succede spesso, ma io mi sento enormemente responsabile e prego, prego mia mamma di non lasciarmi sola. Vado dal mio ginecologo del consultorio e mi sento dire che devo aspettare, se devo perderlo lo perderò purtroppo capita. Posso capire questo discorso nel primo caso, quando non si vedeva nemmeno uno straccio di camera gestazionale, ma con un embrione vivo, con un cuore che si faceva sentire in quella maniera e quelle beta che io leggevo come un tentativo di dire “Ci sono e voglio vivere!!!”, no, non lo potevo accettare. Cambiai ginecologo e andai da una dottoressa privata che devo ringraziare con tutta me stessa. Progefikk e 6 settimane a riposo. Ma alla fine del primo trimestre l’embrione combattivo c’era ed era una lei, la mia piccola Aurora. Le ho dato questo nome perchè lei è la luce della mia rinascita. E’ nata il 4 aprile 2013, ariete (e ci sta tutto, lo ha dimostrato fin dal principio di essere una “capa tosta”)e quando la vedo o quando altri conoscenti la guardano il primo commento è che assomiglia tremendamente a mia madre, non solo come fisionomia, ma come espressioni. E’ vero e sono convinta che mia madre da lassù mi abbia mandato questo angelo perchè eravamo rimaste io e lei e dovevamo fare fronte unito. Non poteva lasciarmi sola e ora la mia cucciola riempie la mia vita e mi rende felice come non mai.

se riesci a non pensarci.. vedrai che arriva..

abbiamo iniziato con l’idea di un figlio,io ed il mio compagno, nel 2008.. giusto per gioco… nel frattempo molte amiche rimanevano incinta come se nulla fosse.. allora abbiamo iniziato a metterci d’impegno ed a controllare i giorni fertili..ed intanto il tempo passava.. io ero entrata nel vortice… si deve fare nei giorni prestabiliti..nelle ore prestabilite..

ogni volta che una mia amica mi comunicava la bella notizia.. io con il sorriso tra i denti cercavo di gioire per la bella notizia.. e il tempo passa ed arriviamo nel 2009

presa dallo sconforto provo a non pensare alla cosa, o meglio così faccio credere, ma nel frattempo mi perdo in chat e notizie su internet.. ed ogni mese sempre la stessa cosa.. a volte compro dei test.. ovviamente il risultato è sempre negativo…

un giorno, il mio compagno, mi porta sul lago di Como, me lo ricordo ancora.. 5 dicembre 2009..e mi chiede di sposarlo… io felicissima inizio a pensare ai preparativi per maggio 2010..

vado a fare la prima prova dell’abito da sposa e capisco che c’è qualche cosa di strano..al sabato mattino ( ore 06.00) mi metto in bagno con i miei gatti e faccio con loro il test di gravidanza… non ci posso credere.. il risultato è positivo…

vado a letto guardo il mio compagno e gli dico: in questo letto siamo in tre… è stato il momento più bello della mia vita, abbiamo anticipato il matrimonio a marzo ( altrimenti non ci sarei più stata nell’abito) e mi sono sposata con il grembo il mio bimbo… penso che non si possa chiedere di più..

quindi consiglio veramente a tutte quelle donne che sono in cerca.. non fissatevi ed iniziate ad intraprendere qualche obbiettivo diverso

I giorni della perdita – 3

Lo sfasciacarrozze è fuori città, è alla fine di un viaggio, nella polvere, un viaggio assediato dai rovi e accecato dal frastuono delle cicale. Varchiamo un grande cancello arrugginito e ci addentriamo fra le carcasse bollenti delle macchine, nella luce abbagliante di un sole sempre più invadente, fino a quando scorgiamo un uomo che si aggira, come un monarca sopravvissuto a un’esplosione nucleare, in quel grottesco cimitero.
Quando scendo dall’auto, il calore che sale a vampate dal terreno è quasi intollerabile.
Io e l’uomo parliamo.
È una strana conversazione. La seguo dall’esterno, come se vedessi me stesso e quest’uomo mentre muoviamo la bocca e pronunciamo delle parole.
Come se tutto questo non stesse avvenendo realmente.
Anche la sua voce ha qualcosa di strano, forse, è troppo lenta e profonda. Sembra immune al caldo, veste una tuta da lavoro blu e una camicia e, mentre avverto ancora questa sensazione di irrealtà, noto che non sembra infastidito dalle gocce di sudore che gli scivolano lungo il viso.
Il calore continua a salire a vampate dal terreno, ed è sempre un calore intollerabile, e io e quest’uomo continuiamo a parlare, lui dice che forse c’è quello che cerchiamo, dice di tornare più tardi e poi scompare nel ventre arrugginito del suo labirinto.
Risalgo in macchina.
Sono sfinito, fradicio di sudore.
Pensiamo di azzardare un giro per le strade di campagna che ci stanno attorno.
Giusto per lasciare che questo tempo passi via.
Trascorre quasi un’ora e nessuno dei due parla, io continuo a guidare, ma ormai i miei pensieri guizzano frenetici qui e là simili a pesci in una pozzanghera asciutta.
Penso che è l’estate più calda degli ultimi venti anni, pen­so che è un’estate rovente, un’estate che ferma il cuore, ma mi ripeto, non smetto di ripetermi, che prima o poi tornerà l’inverno.
Mi volto verso Roberta per rivolgerle un sorriso e vedo che sta piangendo, lo fa in silenzio, senza distogliere lo sguar­do dalla strada.
Poi si gira verso di me e mi guarda in modo strano.
«Non piangere», mi dice.
Io mi scuoto.
Non so da quanto tempo le lacrime sono sul mio volto e tento, inutilmente, di riprendere il controllo. Devo reggere per lei, mi dico, ma so bene che, arrivati a questo punto, è impossibile.
Fermo la macchina. Ci prendiamo per mano e ci guardia­mo a lungo. Non posso più lasciarle la mano, e capisco che questo istante mi resterà aggrappato alla memoria per sempre.
«Sai», le dico in un sospiro, «ho sempre pensato di dover ignorare e nascondere il mio dolore per poter pensare a te.»
Lei mi guarda e mi sorride, anche se è stremata.
«Ma ora capisco», aggiungo, «che così ci lasceremmo da soli, ognuno solo, con il suo dolore.»
Passano i giorni.
Parliamo a lungo, ci raccontiamo quello che succede, non ci stanchiamo di farlo e in qualche modo ci sentiamo più for­ti. Io, raccontando la mia fragilità, ho la sensazione di essermi liberato da una prigione che portavo dentro di me.
Poi il medico ci chiama, i dosaggi danno una speranza.
Guardo Roberta e decido di non restare in silenzio.
«Ho paura», le dico. «Avrei preferito un’altra notizia, adesso un’altra perdita non so come potrei reggerla, sono sta­te troppe.»
Lei annuisce.
«È quello che penso anche io.»
I giorni scivolano via uno dopo l’altro, e non ci portano buone notizie. Roberta deve lasciare che, con lame e attrezzi di metallo, ripuliscano l’interno del suo corpo da ogni traccia della vita che stava nascendo. L’operazione viene eseguita, ma capita qualcosa di sbagliato e, dopo qualche settimana, lei deve entrare in sala operatoria per subire un altro, uguale, intervento.
Ora gli infermieri spingono nella camera la barella e io poso il quaderno su cui stavo scrivendo. La guardo. Si sta svegliando dall’anestesia, dice qualcosa, ma ancora non la capisco, perché la sua voce è impastata, e i suoi occhi ancora vedono un mondo tessuto di sogni. La accarezzo e le parlo piano, la accompagno come posso, le racconto quello che succede, e lei mi sorride, forse per chiedermi scusa delle nostre sventure.
Il suo volto, rilassato dai farmaci, sembra più giovane, i suoi occhi sono tranquilli, come lavati dalla pioggia.
«Devo dire che l’anestesia ti dona, potresti farla più spesso», dico. «Sei davvero bellissima.»
Un sorriso tenta di mostrarsi sul suo viso, ma, mentre appare, si disperde in cento rivoli di stanchezza.
«Non è vero. Devo essere orribile.»
La bacio. L’odore dei farmaci è forte, e non posso fare a meno di pensare a quello che sta sopportando il suo corpo.
«No», sussurro. «Tu non sarai mai orribile.»
Mi siedo accanto a lei e ci prendiamo per mano. Dopo qualche istante lei si addormenta e io inizio a leggere, aspettando che si svegli. Fuori, intanto, questa estate, che brucia via l’anima, prima o poi si dimenticherà di noi. Fuori, mi dico, prima o poi qualcosa cambierà, e tornerà l’inverno.

 

 

 

Il terzo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita – 2

È l’estate più calda degli ultimi decenni quando, per andare all’ospedale, usciamo nel sole che infuoca le strade.
Tentiamo di respirare questa aria rovente. Ci trasciniamo in una lotta che non pronuncia parola, una lotta appena disturbata dal profumo affilato, come un rasoio, della speranza.
Ci incamminiamo. Attraversiamo il muro freddo dell’aria condizionata, ci muoviamo tenendoci per mano fra ascensori e corridoi, ci muoviamo verso l’ennesimo e disumano verdetto delle macchine. Alla fine raggiungiamo la stanza dove nella penombra ci aspetta il medico.
Penso che Roberta ha trascorso le ultime tre settimane a letto, mentre si sdraia ancora e si prepara all’ecografia.
Il ginecologo è cambiato.
Questa volta i suoi occhi non sono di ghiaccio. È un uomo gentile e, mentre decifra le ombre e i segni, immagino che persino per lui non sia facile trovare le parole. Fuori l’estate scioglie l’asfalto delle strade e abbaglia i gatti che cercano rifugio nell’ombra degli alberi. Lui si attarda un istante di più, forse per sottolineare il proprio impegno, e poi si volta verso di noi.
Mi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire e, quando parla, sento arrivare dentro di me una sensazione già conosciuta. Prima è una coltellata che mi buca il ventre, una coltellata a tradimento, testimoniata da un dolore fitto e sottile, poi mi avvolge una strana calma. Una coperta che mi protegge da tutto ciò che potrei provare o pensare.
«Mi dispiace», mormora l’uomo nella penombra. «Non si vede l’embrione, ma io farei ancora un dosaggio delle BHCG, giusto per essere sicuri.»
Facciamo qualche domanda, chiediamo se c’è ancora qualche possibilità, ma la risposta è chiara e concisa, forse per evitarci ulteriori aspettative.
Usciamo dall’ospedale parlando di cose senza importanza, e io immagino che chiunque ci veda possa pensare a noi come a una spensierata coppia che cammina mano nella mano.
Cerco di scherzare e sdrammatizzo inventando nomi bizzarri per quella stanza da cui siamo usciti, più volte, storditi e impotenti. Mi dico che lo faccio per lei, che certamente soffre molto più di me, ma mi sento un attore, non molto abile, un attore che recita un dramma privo di bellezza.
«Non lo so…» dico. «Ma non me la sento proprio di andare a casa… Forse è meglio se usciamo, se ci distraiamo un po’…»
Mentre lei svanisce nel silenzio, la mia mente torna alla vacanza in Sardegna e ai discorsi sul risanamento dell’attenzione.
Tutto mi sembra una farsa. Il cielo, gli alberi, le mie mani, niente sembra più avere un significato.
«Forse hai ragione», dice lei, le mani vuote, perdute lungo i fianchi.
Più tardi vado a prendere la macchina, mentre lei mi aspetta a casa, ma la trovo senza una ruota. Noto, però, che il ladro ha avuto la gentilezza di appoggiare il mozzo a una pila di mattoni, sorrido e faccio una riverenza, rivolto all’accecante cielo azzurro, quindi telefono a Roberta.
«Sono io», dico, «ci hanno anche fottuto una ruota.»
«Molto bene», risponde lei. «E adesso?»
«Non lo so… Vedo di mettere quella di scorta e poi ti vengo a prendere. Potremmo andare da uno sfasciacarrozze… Così ne prendiamo un’altra e non ci pensiamo più.»
Quando lei si siede accanto a me, il suo volto è graffiato nella pietra. L’auto si muove mentre attorno scorrono palazzi, facce sconosciute e un intero universo di esistenze eteree come fantasmi.
Lei guarda fuori dal finestrino, accenna un lancinante sorriso e si prepara, forse senza saperlo, a dire una di quelle cose che mai nella vita si lasciano dimenticare.
«Credo», mormora rompendomi in due il cuore, «credo di non aver mai visto tante donne incinte come in questi giorni.»
Fuori il mondo insiste nel suo fluire, nessuno dei due parla, il silenzio ci avvolge e ci soffoca, ma semplicemente non ho nulla da dire. Non sento nulla e non provo nulla, posso solo continuare a pensare che devo essere forte per lei, e che devo proteggerla. (…)

 

Il secondo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita

Luglio 2003

Genova

Un altro impercettibile anno di attesa ci spazza via, lasciandoci soltanto un pugno di tristezza stretto attorno ai pensieri.
Succede che scrivo molto e che, in qualche modo, i viaggi dei miei personaggi curano la mia irrequietezza. Ma i mesi continuano a sparire, uno dopo l’altro, mesi scanditi dalle date in cui lei dovrebbe essere fertile, date in cui anche la gioia della nostra intimità rischia di divenire un esercizio perduto fra dovere e speranza.
Poi, al consumarsi delle lune, lei scopre che non è successo niente e allora scappa via, scappa oltre una porta chiusa, e mi nasconde il suo pianto.
Ma io non piango.
Non piango anche se non riesco più a provare gioia, anche se la sua sofferenza mi impedisce di dimenticare la mia, anche se, troppo spesso, penso al nostro figlio mancato.
Sono giorni in cui tento di sdrammatizzare con sorrisi che però mi escono fuori storti e infuriati; sono giorni in cui preferisco non parlarle del mio dolore, credo le basti già il suo; sono giorni in cui non le dico dei miei incubi, del mio timore di perdermi e di non esistere più.
Mi capita di rivedere il Buddha che sorride.
È sempre un Buddha avvolto, imperturbabile, dalle liane che pendono dagli alberi, ed è sempre illuminato da quello stesso maledetto e magico sorriso che avevo visto in Roberta, forse migliaia di anni fa, a Briançon, durante quella giornata di sole. Allora mi pesa addosso la consapevolezza che a quella premessa non è succeduto un verificarsi di eventi, che non è arrivato il figlio che quel sorriso mi aveva promesso, e che non è arrivato quel futuro.
Ogni giorno, al risveglio, è ancora il giorno prima, ogni giorno è lo stesso giorno in cui non accade nulla, lo stesso giorno in cui, in silenzio, mi spengo, e smetto di esistere.
Spesso mi chiedo se lo stesso sta accadendo anche a lei, ma a volte non mi chiedo più nemmeno questo, perché un vuoto si sta aprendo fra noi, un distacco indefinibile, un silenzio che raramente rompo per ritrovarla, accorgendomi, però, che lei preferisce l’esercizio solitario della riservatezza alle mie parole di falsa speranza.
Poi ci arriva addosso una novità, la novità che lei è incinta.
Le consigliano di restare a casa, di non lavorare e di riposare.
Sperando che la sfortuna si dimentichi di noi, alla mattina la saluto e vado via nella città, a lavorare, vado via lasciandola sdraiata sul letto. Abbiamo paura. Nessuno di noi due può accettare altre perdite, e comunque io non penso a questo mentre mi chiudo la porta alle spalle. Mentre lei ancora dorme io già mi affido all’abbraccio di un’intera giornata di istanti che mi porteranno altrove. Istanti in cui scappo, istanti meno dolorosi e sferzati dalla solitudine, rispetto a quelli che mi aspettano a casa.
Mi capitano giornate dove interpreto un personaggio in cui inizio a riconoscermi, ed è un personaggio che ride e scherza, un personaggio che sa come suscitare lo stupore per costruirsi un’apparenza e dimenticare se stesso.
Quel giorno, quando torno a casa, lei è davanti ai fuochi della cucina, e mentre chiudo la porta d’ingresso, da dove sono scappato alla mattina, mi accorgo che l’aria che respiro ha un sapore disperato, un sapore che risveglia tutto ciò che ho voluto dimenticare.
«È quasi pronto», dice lei senza voltarsi.
«Come stai?» dico.
«Come vuoi che vada», pronuncia senza intonazione.
Vorrei che fuori, sui lastricati di pietra del centro storico e sui tetti di ardesia, precipitasse un nubifragio. Vorrei che fiumi in piena frantumassero gli ormai folli argini di questa città.
So che dovrei abbracciarla, so che è tutto il giorno che non ci sentiamo, so che avrei dovuto chiamarla, so anche che è lei che paga, nel corpo oltre che nella mente, il prezzo di questi giorni, ma dentro di me qualcosa si ribella. Forse è il dolore che nascondo a me e soprattutto a lei, forse è il mio dolore che vuole essere ascoltato.
«Qualcosa non va?» le chiedo.
«No. Niente», risponde senza guardarmi.
«A vederti, non direi», insisto.
Aspetto ma lei non si volta neppure, continua a smuovere le verdure che cuociono in padella e lo fa con uno sguardo vuoto e assente.
Penso che potrei dirle cento parole diverse, potrei dirle della mia paura, ma quello che mi esce è solo il suo nome, pronunciato con un tono distaccato e che non mi appartiene. Quasi un tono di rimprovero.
«Roberta…» dico.
Allora lei si volta, con lentezza, verso di me. E lascia cadere giù una frase pesante come pietra.
«Non mi chiami mai.»
La tristezza delle sue parole spezzerebbe le certezze di chiunque. Non so cosa dire, ha ragione, ma l’enorme vuoto che ci circonda sta uccidendo la nostra consapevolezza e la nostra capacità di vivere. Capisco che una parte di me tenta di fuggire lontano da tutto questo, allora faccio due passi attraverso la stanza, la avvicino e cerco di starle accanto, ma sto troppo male per farlo con grazia e lei vibra come una lama piantata nel legno e la sua è una forza rabbiosa, che sta per esplodere, una forza simile alla mia, una forza maltrattata da troppi giorni di attesa per esprimere tolleranza.
Non vedo chi è che inizia a urlare per primo, ma vedo lei che mi viene sotto e mi frusta con frasi di odio e disperazione. Sento in me una rabbia capace di frantumare per semplice sbadataggine. La mia voce è quella roca dell’orco e la spinge in un angolo, poi mi ritraggo, ma lei ancora mi viene sotto urlandomi il suo dolore.
Non posso più trattenermi e una sedia si spezza fra le mie mani.
Più tardi torno in casa, dopo aver lasciato svanire, nell’aria aperta del terrazzo, i miei inutili pensieri.
Lei ora è seduta sul letto e i nostri occhi sono cambiati. Tutti e due abbiamo bisogno di ritrovarci, tutti e due vogliamo essere di un passo più grandi dell’immensità che ci schiaccia.
Pronunciamo delle parole, ci abbracciamo e speriamo che il sonno venga a salvarci, speriamo che il sonno venga a portarci via. (…)

 

 

 

L’estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

Lettera a un bambino che è nato

Potrei raccontarti che sei stato concepito lungo le sponde di un fiume africano, in mezzo alle radici annodate di una foresta cambogiana, tra le terminazioni al cielo delle torri di Angkor, sotto gli sguardi dolci delle apsara, spiriti femmina delle nubi e delle acque.
Potrei sussurrarti che le stelle stavano a guardare mentre la luce di una luna crescente illuminava il tuo ingresso alla vita donandoti la sua energia, o che una vecchia chiromante
dalla folta capigliatura e dagli occhi obliqui più scuri della notte lesse il nostro futuro nelle righe della mia mano annunciandomi il tuo arrivo. Ma, piccolo mio, nessuna storia, nessuna magia, fiaba o favola che io possa inventare per te può contenere più amore di quello che mamma e papà hanno impiegato nel loro viaggio per venirti a cercare.
Prendo il tuo visino tra le mani mentre le tue, piccole e soffici nuvole di primavera, mi toccano il volto. Allora, come una barca di carta tra le onde, mi perdo nella grandezza dell’amore smisurato che provo per te.
Allora tutto si ferma, il tempo, lo spazio, le bussole dei nostri cuori e mi rendo conto che sono tua madre: per sempre e nonostante tutto.
Ti porterò lontano, piccolo uomo. Cambierò la realtà con un solo gesto e, solleticandoti la pancia, inventerò posti e luoghi che solo la nostra immaginazione
ci farà raggiungere. Saremo re, soldati, draghi e principesse. Raggiungeremo
il vento e il sole, spinti di là dall’infinito mare, oltre i tuoni e le saette e guarderemo ciò che gli altri non potranno mai vedere. Andremo su, più su, dove il vero non è vero, oltre ciò
che si chiama fantasia. Oltre i nostri limiti. Ti stringerò, bisbigliandoti all’orecchio che nessun posto ha confini che non si possono solcare,ti regalerò sogni che cambieranno il tuo mondo, rendendoti ogni giorno più forte.
Da dove mi sia nata l’idea di amarti in questo modo bizzarro, io proprio non lo so.
Forse, facevi già parte di me prima ancora che tu nascessi e il lungo viaggio verso te ha solo reso più ampi i confini del mio amore.

Per circa due anni, giorno dopo giorno, mama e papà hanno spostato i loro confini un pò più il là, fino a quando la volgia di te è diventata così grande, ma così grande che i nostri cuori, non potendoti più contenere, si sono messi in viaggio verso te.
La chiamano Pma, procreazione medicalmente
assistita.
Io preferisco pensare che tutte le procedure chirurgiche, ormonali, farmacologiche, tutti i metodi
impiegati per aiutarci a procreare, siano stati solo le fasi di un lungo, fantastico, faticoso, viaggio verso te.
Profumi di lavanda, di bucato appena steso.
Mi ricordi l’emozione di certe giornate di primavera,
quando il cielo è così limpido che trattieni il fiato perchè un solo respiro potrebbe offuscarlo, svanendo improvvisamente, per sempre. Mi sento fiera e orgogliosa, sono stata brava. Ho retto difronte alle delusioni, al senso di inadeguatezza e  a quello di colpa, a quel misto di vergogna e colpevolezza che solo chi ha problemi d’infertilità conosce.
Occorre aver intrapreso il viaggio verso un figlio per capire che l’infertilità è la malattia del vuoto; l’assenza di quel bambino tanto desiderato ti lacera come un lutto e con essa perdi la proiezione di te nel futuro. Se sei donna, sei difettata, non sai procreare, non sei idonea a fare quello per cui biologicamente sei stata programmata, e il male è fisico oltre che mentale. Se sei uomo, il male è forse più mentale.
Indipendentemente dalle cause, l’infertilità è un male di entrambi e accettarlo è doloroso. Devi accettare che quello che per altri è così naturale,
quasi ovvio, per te è solo una lontana possibilità, quello che per altri è gioia, per te è dolore. E nessun supporto psicologico, nessun consiglio lenisce
il senso di devastante inadeguatezza. Anche se a volte può aiutare ad arginarlo.
Occorre essere stati là, nella terra dell’infertilità per capire quanto ci si possa sentire, fieri e coraggiosi e, contemporaneamente, fragili e persi. Ognuno di noi, viaggiatore in quella terra, almeno una volta, si è sentito sia in paradiso sia all’inferno.

Una fra tante

Mai come oggi sono donna. Con questo sangue che mi scorre fra le gambe a tradimento e mi ricorda che ho fallito. Anche questa volta. Ho 36 anni da due mesi e sono una di quelle donne che ha aspettato “il momento giusto”, una di quelle che ha desiderato la certezza di una casa con due camere da letto, un mutuo accordato, una storia d’amore che potesse diventare una storia di vita, un lavoro a cui dedicare più ore del dovuto, quasi in cerca di una legittimazione, di un’autorizzazione a nove mesi di stand by. Sono una di quelle donne che all’inizio pensava bastasse sospendere la pillola e abbandonarsi ad una passione libera negata troppo a lungo, una di quelle che si è messa in fila in farmacia, sperando di chiudere la coda,ed ha sussurrato imbarazzata “mi consiglia uno sticker per monitorare l’ovulazione?”.

Sono una di quelle donne. E ora so che sono una fra tante.

Ci è voluto un anno per capire che non bastavano i consigli, i “non ci pensare e vedrai che arriva”, non bastavano memo sul calendario e post-it colorati attaccati al frigorifero, le vacanze per rilassarsi, le posizioni acrobatiche facilitatrici. Un anno per capire che alla fine non bastavamo noi.

Mi sono tornati alla memoria i 18 anni, le paure tra i banchi delle superiori, i consigli di quella che “l’ha fatto a 16 anni e lei sì che può dirti come non restare incinta…” Se solo me l’avessero spiegato allora che non correvo alcun rischio, che potevo risparmiarmeli le dieci mila lire spese per il test di gravidanza fatto con le mani che tremavano nel bagno di Ragioneria. Se solo me l’avessero detto a 22 anni, quando la luce del giorno mi ha portato alla memoria una notte sbagliata e, mano nella mano con una di quelle amiche che ti scegli per queste cose, mi sono seduta di fronte ad un’operatrice di un consultorio a chiedere con un filo di voce la pillola del giorno dopo…

Non me l’hanno detto. Me lo sono sentita dire a 35 anni che avevo probabilità pressoché nulle di avere un figlio naturalmente. Lo ha fatto un ginecologo in uno studio completamente bianco dove mi sembrava di sentire l’eco di numeri e statistiche. Stava seduto alla scrivania, col sorriso di chi vuole farti capire che sei al cospetto della scienza assoluta. Per qualche istante mi sono sentita lontana da lì. Ho sentito la mano di Simone sulla mia, quel suo “non preoccuparti, andrà tutto bene, ci penso io a te” che passa dal calore del suo palmo e mi si tuffa dritto nell’anima. L’ho guardato e, per la prima volta da quando mi sta accanto, ho pensato “questa volta tu non puoi farci nulla”.

Abbiamo iniziato così. Nove prescrizioni: sei per me e tre per Simone. Esami del sangue, indagini genetiche, visite più o meno invasive, test con nomi impronunciabili, quasi da farci dell’ironia… E poi monitoraggi, costanti, cadenzati, altri post-it al frigorifero, altre memo nel calendario… Alla fine sono arrivati i farmaci, quelli che appena comprati devi buttare il bugiardino nel cestino per non fare un passo indietro. Quelli che ti ripeti “è per un buon motivo, poi faccio sport e mi disintossico” e giù un’altra pillola. Le punture di ormoni nella pancia arrivano verso la fine: la prima me l’ha fatta Nico, non perché è infermiera, ma perché di lei avevo bisogno. E non solo per capire che l’ago lo devi infilare di sbieco. Alla terza sono riuscita a non fare uscire più il sangue, sono diventata brava. L’ombelico quasi scompare in quel quadro a schizzi e pois neri, che ti ricordano il lato della dose del mattino quando chiusa in bagno, seduta sul water, inietti la dose della sera.

Ci ho fatto un fine settimana ad Amsterdam con i farmaci nel bagaglio a mano. Al check-in ho parlato piano “sto facendo una fecondazione assistita, sono delle medicine che mi devo somministrare ogni giorno”. Non mi hanno chiesto altro, non ricordo ci fosse una donna alle ispezioni, so per certo che ho pensato che meritavo rispetto, che avevo coraggio, fosse anche solo per quell’andirivieni di pianti e risate che stravolgono l’umore, mentre ormoni impazziti governano nel modo più innaturale che esista i ritmi di un involucro di donna.

Ho portato a termine sei PMA: procreazioni medicalmente assistite. Gli embrioni erano sempre buoni, reattivi, pieni di speranza, proprio come noi, dalla prima alla sesta. Nessuna di queste è diventata una gravidanza. Dal giorno dell’impianto degli embrioni al test di gravidanza passano due settimane. In mezzo a uno spazio di vita così breve ci sono emozioni che io credo non si possano nemmeno raccontare. O forse non riesco a raccontarle io. Non riesco a farlo oggi, oggi che a muso duro affronto la mia sesta sconfitta.

Sono anche tornata in chiesa in questi ultimi quattordici interminabili giorni d’attesa, quasi ogni mattina alle 8 e 10 prima di andare in ufficio, in una cappella a pochi passi dal lago. Ci entravo di nascosto, come ci si vergogna di un ritorno negato troppo a lungo.  Un sacerdote nordafricano celebrava la messa del mattino, lo faceva col sorriso. Avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa e qualsiasi credo mi sembrava più saldo dei miei nervi. Pensavo che le sue preghiere – perché io le mie non riuscivo a recitarle – la sua serenità, la sua fede avrebbero chetato i miei dubbi, la mia mancanza di fiducia e le mie scarse probabilità. Ho fatto un baratto con Dio: “ti riguadagni una fedele, anzi due! Porto qui anche il bambino. Lo battezzo di domenica mattina mentre suonano a festa le campane, lo vesto di bianco col pizzo, faccio un ricevimento di quelli che per un giorno riuniscono tutti i parenti. Metto pace fra tutti. Faccio pace io con te”.

Ho un angolo del cuore che conosce poche e rare intimità, dove non trova spazio nemmeno l’invidia ma la viva speranza di sapere “che se ce l’ha fatta lei magari ce la faccio anch’io”. In quest’angolo oggi si consumano parole che finiscono in domane, e tra queste non riesco a non chiedermi a intermittenza “perché a me?”. Negare la vita a chi la sogna è come fermarti il respiro, lasciare che ti chiudano naso e bocca premendoci forte la mano, trovarti a corto di forze e con la testa sott’acqua, muta e senza fiato, a guardare con gli occhi spalancati quello che ti scorre intorno mentre a te non accade niente. “Niente”: sei lettere che a fine corsa quasi sembrano il tuo nome. Perché chi non ha conosciuto i corridoi che portano a questa scelta non sa che alla fine ti senti così: niente. Un contenitore vuoto, un serbatoio gonfio di intrugli che hanno stravolto umori, coppie, sonni… E tutto per niente. Quando le tue braccia vorrebbero solo stringere il tutto di un’esistenza.

Oggi è di nuovo il turno mio. Guardo il foglio e scandisco sulle labbra secche “N E G A T I V O”. Te lo dovrebbero dire in un altro modo che non ce l’hai fatta a diventare madre. Ti dovrebbero aspettare sulla porta con un abbraccio, tenerti le mani, ricordarti che hai ancora tempo, anche se nemmeno più tu ci credi. Mi alzo in piedi e apro le braccia a un dolore che arriva piano e che poco dopo mi si scaraventa addosso con una potenza che nemmeno pensavo sarei stata in grado di reggere.

Questa sera mi cullo sola sul fianco su cui avrei voluto sentire pulsare la vita. E lo faccio a pezzi questo dolore. Ne strappo a morsi un brandello per volta, questa notte e ogni notte a venire, lasciando che il mattino scopra la fodera del mio cuscino umida e la mia anima di qualche grammo più leggera. Prima o poi uscirà del tutto. Prima o poi l’avrò dimenticato e penserò che per me la vita aveva dipinto un disegno diverso. Penserò da dove ricominciare, come ricominciare, quando ricominciare…

E penserò ancora una volta che non sono sola, perché ora so per certo che sono una fra tante.

 

Mamma: un cammino fatto di attenzione, passione, pazienza !

Ormai sono 25 anni che sono diventata mamma, d’apprima di un bambino nato durante una giornata autunnale di pieno e caldo sole, poi di un bimbo che dopo qualche settimana in primavera nel mio grembo è sfumato, è tornato ad essere fatto di sogno e speranze, che si sono nuovamente concretizzate dopo diversi anni in una notte estiva di agosto con l’arrivo di una bambina.

Ognuno di questi percorsi è stato un cammino fatto di attesa, fortunatamente condivisa insieme a mio marito, ai miei genitori ed a tanti amiche.

Riuscire a stemperare con le persone che ti amano i tanti sentimenti ed emozioni che accompagnano il desiderio, l’attesa, l’arrivo, la crescita di un figlio è una cosa molto importante, a patto che permetta di sostenere e mantenere la propria autonomia in termini di rispetto e libertà delle proprie sensibilità, competenze e responsabilità. Io ci sono riuscita, non sempre facilmente, alcune volte puntando i piedi, altre volte tirando per i capelli …

Le preoccupazioni sono state molte, come sempre accade quando si affronta un qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di misterioso. I dubbi, spesso legati ai tanti approfondimenti medici di routine, e che fanno sentire il percorso della gravidanza e del parto come fossero una malattia, nascevano spontanei nei giardino della mia fantasia, a volte un po’ negativa.

Ho trovato in entrambi i percorsi grande giovamento e beneficio a seguire i corsi yoga per e con le mamme in attesa e poi ad affrontare il parto in maniera cosciente e partecipata, ma avendo imparato e messo in atto le tecniche dell’ipnosi per gestire e controllare il dolore delle contrazioni.

Ora che i figli sono grandi, si è mamma in maniera diversa, non più tenendo per mano i tuoi piccoli in modo da insegnare a stare in piedi e camminare, pronta a rialzarli e consolarli in caso di caduta, ma adesso aprendo quella stessa mano ed attendendo che intraprendano il loro volo verso l’autonomia della vita.

Sempre presente e disponibile, consapevole delle difficoltà che incontreranno ma anche della bellezze che non mancheranno.

Domani la mamma….spero possa diventare nonna !