I giorni della perdita – 2

È l’estate più calda degli ultimi decenni quando, per andare all’ospedale, usciamo nel sole che infuoca le strade.
Tentiamo di respirare questa aria rovente. Ci trasciniamo in una lotta che non pronuncia parola, una lotta appena disturbata dal profumo affilato, come un rasoio, della speranza.
Ci incamminiamo. Attraversiamo il muro freddo dell’aria condizionata, ci muoviamo tenendoci per mano fra ascensori e corridoi, ci muoviamo verso l’ennesimo e disumano verdetto delle macchine. Alla fine raggiungiamo la stanza dove nella penombra ci aspetta il medico.
Penso che Roberta ha trascorso le ultime tre settimane a letto, mentre si sdraia ancora e si prepara all’ecografia.
Il ginecologo è cambiato.
Questa volta i suoi occhi non sono di ghiaccio. È un uomo gentile e, mentre decifra le ombre e i segni, immagino che persino per lui non sia facile trovare le parole. Fuori l’estate scioglie l’asfalto delle strade e abbaglia i gatti che cercano rifugio nell’ombra degli alberi. Lui si attarda un istante di più, forse per sottolineare il proprio impegno, e poi si volta verso di noi.
Mi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire e, quando parla, sento arrivare dentro di me una sensazione già conosciuta. Prima è una coltellata che mi buca il ventre, una coltellata a tradimento, testimoniata da un dolore fitto e sottile, poi mi avvolge una strana calma. Una coperta che mi protegge da tutto ciò che potrei provare o pensare.
«Mi dispiace», mormora l’uomo nella penombra. «Non si vede l’embrione, ma io farei ancora un dosaggio delle BHCG, giusto per essere sicuri.»
Facciamo qualche domanda, chiediamo se c’è ancora qualche possibilità, ma la risposta è chiara e concisa, forse per evitarci ulteriori aspettative.
Usciamo dall’ospedale parlando di cose senza importanza, e io immagino che chiunque ci veda possa pensare a noi come a una spensierata coppia che cammina mano nella mano.
Cerco di scherzare e sdrammatizzo inventando nomi bizzarri per quella stanza da cui siamo usciti, più volte, storditi e impotenti. Mi dico che lo faccio per lei, che certamente soffre molto più di me, ma mi sento un attore, non molto abile, un attore che recita un dramma privo di bellezza.
«Non lo so…» dico. «Ma non me la sento proprio di andare a casa… Forse è meglio se usciamo, se ci distraiamo un po’…»
Mentre lei svanisce nel silenzio, la mia mente torna alla vacanza in Sardegna e ai discorsi sul risanamento dell’attenzione.
Tutto mi sembra una farsa. Il cielo, gli alberi, le mie mani, niente sembra più avere un significato.
«Forse hai ragione», dice lei, le mani vuote, perdute lungo i fianchi.
Più tardi vado a prendere la macchina, mentre lei mi aspetta a casa, ma la trovo senza una ruota. Noto, però, che il ladro ha avuto la gentilezza di appoggiare il mozzo a una pila di mattoni, sorrido e faccio una riverenza, rivolto all’accecante cielo azzurro, quindi telefono a Roberta.
«Sono io», dico, «ci hanno anche fottuto una ruota.»
«Molto bene», risponde lei. «E adesso?»
«Non lo so… Vedo di mettere quella di scorta e poi ti vengo a prendere. Potremmo andare da uno sfasciacarrozze… Così ne prendiamo un’altra e non ci pensiamo più.»
Quando lei si siede accanto a me, il suo volto è graffiato nella pietra. L’auto si muove mentre attorno scorrono palazzi, facce sconosciute e un intero universo di esistenze eteree come fantasmi.
Lei guarda fuori dal finestrino, accenna un lancinante sorriso e si prepara, forse senza saperlo, a dire una di quelle cose che mai nella vita si lasciano dimenticare.
«Credo», mormora rompendomi in due il cuore, «credo di non aver mai visto tante donne incinte come in questi giorni.»
Fuori il mondo insiste nel suo fluire, nessuno dei due parla, il silenzio ci avvolge e ci soffoca, ma semplicemente non ho nulla da dire. Non sento nulla e non provo nulla, posso solo continuare a pensare che devo essere forte per lei, e che devo proteggerla. (…)

 

Il secondo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

I giorni della perdita

Luglio 2003

Genova

Un altro impercettibile anno di attesa ci spazza via, lasciandoci soltanto un pugno di tristezza stretto attorno ai pensieri.
Succede che scrivo molto e che, in qualche modo, i viaggi dei miei personaggi curano la mia irrequietezza. Ma i mesi continuano a sparire, uno dopo l’altro, mesi scanditi dalle date in cui lei dovrebbe essere fertile, date in cui anche la gioia della nostra intimità rischia di divenire un esercizio perduto fra dovere e speranza.
Poi, al consumarsi delle lune, lei scopre che non è successo niente e allora scappa via, scappa oltre una porta chiusa, e mi nasconde il suo pianto.
Ma io non piango.
Non piango anche se non riesco più a provare gioia, anche se la sua sofferenza mi impedisce di dimenticare la mia, anche se, troppo spesso, penso al nostro figlio mancato.
Sono giorni in cui tento di sdrammatizzare con sorrisi che però mi escono fuori storti e infuriati; sono giorni in cui preferisco non parlarle del mio dolore, credo le basti già il suo; sono giorni in cui non le dico dei miei incubi, del mio timore di perdermi e di non esistere più.
Mi capita di rivedere il Buddha che sorride.
È sempre un Buddha avvolto, imperturbabile, dalle liane che pendono dagli alberi, ed è sempre illuminato da quello stesso maledetto e magico sorriso che avevo visto in Roberta, forse migliaia di anni fa, a Briançon, durante quella giornata di sole. Allora mi pesa addosso la consapevolezza che a quella premessa non è succeduto un verificarsi di eventi, che non è arrivato il figlio che quel sorriso mi aveva promesso, e che non è arrivato quel futuro.
Ogni giorno, al risveglio, è ancora il giorno prima, ogni giorno è lo stesso giorno in cui non accade nulla, lo stesso giorno in cui, in silenzio, mi spengo, e smetto di esistere.
Spesso mi chiedo se lo stesso sta accadendo anche a lei, ma a volte non mi chiedo più nemmeno questo, perché un vuoto si sta aprendo fra noi, un distacco indefinibile, un silenzio che raramente rompo per ritrovarla, accorgendomi, però, che lei preferisce l’esercizio solitario della riservatezza alle mie parole di falsa speranza.
Poi ci arriva addosso una novità, la novità che lei è incinta.
Le consigliano di restare a casa, di non lavorare e di riposare.
Sperando che la sfortuna si dimentichi di noi, alla mattina la saluto e vado via nella città, a lavorare, vado via lasciandola sdraiata sul letto. Abbiamo paura. Nessuno di noi due può accettare altre perdite, e comunque io non penso a questo mentre mi chiudo la porta alle spalle. Mentre lei ancora dorme io già mi affido all’abbraccio di un’intera giornata di istanti che mi porteranno altrove. Istanti in cui scappo, istanti meno dolorosi e sferzati dalla solitudine, rispetto a quelli che mi aspettano a casa.
Mi capitano giornate dove interpreto un personaggio in cui inizio a riconoscermi, ed è un personaggio che ride e scherza, un personaggio che sa come suscitare lo stupore per costruirsi un’apparenza e dimenticare se stesso.
Quel giorno, quando torno a casa, lei è davanti ai fuochi della cucina, e mentre chiudo la porta d’ingresso, da dove sono scappato alla mattina, mi accorgo che l’aria che respiro ha un sapore disperato, un sapore che risveglia tutto ciò che ho voluto dimenticare.
«È quasi pronto», dice lei senza voltarsi.
«Come stai?» dico.
«Come vuoi che vada», pronuncia senza intonazione.
Vorrei che fuori, sui lastricati di pietra del centro storico e sui tetti di ardesia, precipitasse un nubifragio. Vorrei che fiumi in piena frantumassero gli ormai folli argini di questa città.
So che dovrei abbracciarla, so che è tutto il giorno che non ci sentiamo, so che avrei dovuto chiamarla, so anche che è lei che paga, nel corpo oltre che nella mente, il prezzo di questi giorni, ma dentro di me qualcosa si ribella. Forse è il dolore che nascondo a me e soprattutto a lei, forse è il mio dolore che vuole essere ascoltato.
«Qualcosa non va?» le chiedo.
«No. Niente», risponde senza guardarmi.
«A vederti, non direi», insisto.
Aspetto ma lei non si volta neppure, continua a smuovere le verdure che cuociono in padella e lo fa con uno sguardo vuoto e assente.
Penso che potrei dirle cento parole diverse, potrei dirle della mia paura, ma quello che mi esce è solo il suo nome, pronunciato con un tono distaccato e che non mi appartiene. Quasi un tono di rimprovero.
«Roberta…» dico.
Allora lei si volta, con lentezza, verso di me. E lascia cadere giù una frase pesante come pietra.
«Non mi chiami mai.»
La tristezza delle sue parole spezzerebbe le certezze di chiunque. Non so cosa dire, ha ragione, ma l’enorme vuoto che ci circonda sta uccidendo la nostra consapevolezza e la nostra capacità di vivere. Capisco che una parte di me tenta di fuggire lontano da tutto questo, allora faccio due passi attraverso la stanza, la avvicino e cerco di starle accanto, ma sto troppo male per farlo con grazia e lei vibra come una lama piantata nel legno e la sua è una forza rabbiosa, che sta per esplodere, una forza simile alla mia, una forza maltrattata da troppi giorni di attesa per esprimere tolleranza.
Non vedo chi è che inizia a urlare per primo, ma vedo lei che mi viene sotto e mi frusta con frasi di odio e disperazione. Sento in me una rabbia capace di frantumare per semplice sbadataggine. La mia voce è quella roca dell’orco e la spinge in un angolo, poi mi ritraggo, ma lei ancora mi viene sotto urlandomi il suo dolore.
Non posso più trattenermi e una sedia si spezza fra le mie mani.
Più tardi torno in casa, dopo aver lasciato svanire, nell’aria aperta del terrazzo, i miei inutili pensieri.
Lei ora è seduta sul letto e i nostri occhi sono cambiati. Tutti e due abbiamo bisogno di ritrovarci, tutti e due vogliamo essere di un passo più grandi dell’immensità che ci schiaccia.
Pronunciamo delle parole, ci abbracciamo e speriamo che il sonno venga a salvarci, speriamo che il sonno venga a portarci via. (…)

 

 

 

L’estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

 

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

Lettera a un bambino che è nato

Potrei raccontarti che sei stato concepito lungo le sponde di un fiume africano, in mezzo alle radici annodate di una foresta cambogiana, tra le terminazioni al cielo delle torri di Angkor, sotto gli sguardi dolci delle apsara, spiriti femmina delle nubi e delle acque.
Potrei sussurrarti che le stelle stavano a guardare mentre la luce di una luna crescente illuminava il tuo ingresso alla vita donandoti la sua energia, o che una vecchia chiromante
dalla folta capigliatura e dagli occhi obliqui più scuri della notte lesse il nostro futuro nelle righe della mia mano annunciandomi il tuo arrivo. Ma, piccolo mio, nessuna storia, nessuna magia, fiaba o favola che io possa inventare per te può contenere più amore di quello che mamma e papà hanno impiegato nel loro viaggio per venirti a cercare.
Prendo il tuo visino tra le mani mentre le tue, piccole e soffici nuvole di primavera, mi toccano il volto. Allora, come una barca di carta tra le onde, mi perdo nella grandezza dell’amore smisurato che provo per te.
Allora tutto si ferma, il tempo, lo spazio, le bussole dei nostri cuori e mi rendo conto che sono tua madre: per sempre e nonostante tutto.
Ti porterò lontano, piccolo uomo. Cambierò la realtà con un solo gesto e, solleticandoti la pancia, inventerò posti e luoghi che solo la nostra immaginazione
ci farà raggiungere. Saremo re, soldati, draghi e principesse. Raggiungeremo
il vento e il sole, spinti di là dall’infinito mare, oltre i tuoni e le saette e guarderemo ciò che gli altri non potranno mai vedere. Andremo su, più su, dove il vero non è vero, oltre ciò
che si chiama fantasia. Oltre i nostri limiti. Ti stringerò, bisbigliandoti all’orecchio che nessun posto ha confini che non si possono solcare,ti regalerò sogni che cambieranno il tuo mondo, rendendoti ogni giorno più forte.
Da dove mi sia nata l’idea di amarti in questo modo bizzarro, io proprio non lo so.
Forse, facevi già parte di me prima ancora che tu nascessi e il lungo viaggio verso te ha solo reso più ampi i confini del mio amore.

Per circa due anni, giorno dopo giorno, mama e papà hanno spostato i loro confini un pò più il là, fino a quando la volgia di te è diventata così grande, ma così grande che i nostri cuori, non potendoti più contenere, si sono messi in viaggio verso te.
La chiamano Pma, procreazione medicalmente
assistita.
Io preferisco pensare che tutte le procedure chirurgiche, ormonali, farmacologiche, tutti i metodi
impiegati per aiutarci a procreare, siano stati solo le fasi di un lungo, fantastico, faticoso, viaggio verso te.
Profumi di lavanda, di bucato appena steso.
Mi ricordi l’emozione di certe giornate di primavera,
quando il cielo è così limpido che trattieni il fiato perchè un solo respiro potrebbe offuscarlo, svanendo improvvisamente, per sempre. Mi sento fiera e orgogliosa, sono stata brava. Ho retto difronte alle delusioni, al senso di inadeguatezza e  a quello di colpa, a quel misto di vergogna e colpevolezza che solo chi ha problemi d’infertilità conosce.
Occorre aver intrapreso il viaggio verso un figlio per capire che l’infertilità è la malattia del vuoto; l’assenza di quel bambino tanto desiderato ti lacera come un lutto e con essa perdi la proiezione di te nel futuro. Se sei donna, sei difettata, non sai procreare, non sei idonea a fare quello per cui biologicamente sei stata programmata, e il male è fisico oltre che mentale. Se sei uomo, il male è forse più mentale.
Indipendentemente dalle cause, l’infertilità è un male di entrambi e accettarlo è doloroso. Devi accettare che quello che per altri è così naturale,
quasi ovvio, per te è solo una lontana possibilità, quello che per altri è gioia, per te è dolore. E nessun supporto psicologico, nessun consiglio lenisce
il senso di devastante inadeguatezza. Anche se a volte può aiutare ad arginarlo.
Occorre essere stati là, nella terra dell’infertilità per capire quanto ci si possa sentire, fieri e coraggiosi e, contemporaneamente, fragili e persi. Ognuno di noi, viaggiatore in quella terra, almeno una volta, si è sentito sia in paradiso sia all’inferno.

Una fra tante

Mai come oggi sono donna. Con questo sangue che mi scorre fra le gambe a tradimento e mi ricorda che ho fallito. Anche questa volta. Ho 36 anni da due mesi e sono una di quelle donne che ha aspettato “il momento giusto”, una di quelle che ha desiderato la certezza di una casa con due camere da letto, un mutuo accordato, una storia d’amore che potesse diventare una storia di vita, un lavoro a cui dedicare più ore del dovuto, quasi in cerca di una legittimazione, di un’autorizzazione a nove mesi di stand by. Sono una di quelle donne che all’inizio pensava bastasse sospendere la pillola e abbandonarsi ad una passione libera negata troppo a lungo, una di quelle che si è messa in fila in farmacia, sperando di chiudere la coda,ed ha sussurrato imbarazzata “mi consiglia uno sticker per monitorare l’ovulazione?”.

Sono una di quelle donne. E ora so che sono una fra tante.

Ci è voluto un anno per capire che non bastavano i consigli, i “non ci pensare e vedrai che arriva”, non bastavano memo sul calendario e post-it colorati attaccati al frigorifero, le vacanze per rilassarsi, le posizioni acrobatiche facilitatrici. Un anno per capire che alla fine non bastavamo noi.

Mi sono tornati alla memoria i 18 anni, le paure tra i banchi delle superiori, i consigli di quella che “l’ha fatto a 16 anni e lei sì che può dirti come non restare incinta…” Se solo me l’avessero spiegato allora che non correvo alcun rischio, che potevo risparmiarmeli le dieci mila lire spese per il test di gravidanza fatto con le mani che tremavano nel bagno di Ragioneria. Se solo me l’avessero detto a 22 anni, quando la luce del giorno mi ha portato alla memoria una notte sbagliata e, mano nella mano con una di quelle amiche che ti scegli per queste cose, mi sono seduta di fronte ad un’operatrice di un consultorio a chiedere con un filo di voce la pillola del giorno dopo…

Non me l’hanno detto. Me lo sono sentita dire a 35 anni che avevo probabilità pressoché nulle di avere un figlio naturalmente. Lo ha fatto un ginecologo in uno studio completamente bianco dove mi sembrava di sentire l’eco di numeri e statistiche. Stava seduto alla scrivania, col sorriso di chi vuole farti capire che sei al cospetto della scienza assoluta. Per qualche istante mi sono sentita lontana da lì. Ho sentito la mano di Simone sulla mia, quel suo “non preoccuparti, andrà tutto bene, ci penso io a te” che passa dal calore del suo palmo e mi si tuffa dritto nell’anima. L’ho guardato e, per la prima volta da quando mi sta accanto, ho pensato “questa volta tu non puoi farci nulla”.

Abbiamo iniziato così. Nove prescrizioni: sei per me e tre per Simone. Esami del sangue, indagini genetiche, visite più o meno invasive, test con nomi impronunciabili, quasi da farci dell’ironia… E poi monitoraggi, costanti, cadenzati, altri post-it al frigorifero, altre memo nel calendario… Alla fine sono arrivati i farmaci, quelli che appena comprati devi buttare il bugiardino nel cestino per non fare un passo indietro. Quelli che ti ripeti “è per un buon motivo, poi faccio sport e mi disintossico” e giù un’altra pillola. Le punture di ormoni nella pancia arrivano verso la fine: la prima me l’ha fatta Nico, non perché è infermiera, ma perché di lei avevo bisogno. E non solo per capire che l’ago lo devi infilare di sbieco. Alla terza sono riuscita a non fare uscire più il sangue, sono diventata brava. L’ombelico quasi scompare in quel quadro a schizzi e pois neri, che ti ricordano il lato della dose del mattino quando chiusa in bagno, seduta sul water, inietti la dose della sera.

Ci ho fatto un fine settimana ad Amsterdam con i farmaci nel bagaglio a mano. Al check-in ho parlato piano “sto facendo una fecondazione assistita, sono delle medicine che mi devo somministrare ogni giorno”. Non mi hanno chiesto altro, non ricordo ci fosse una donna alle ispezioni, so per certo che ho pensato che meritavo rispetto, che avevo coraggio, fosse anche solo per quell’andirivieni di pianti e risate che stravolgono l’umore, mentre ormoni impazziti governano nel modo più innaturale che esista i ritmi di un involucro di donna.

Ho portato a termine sei PMA: procreazioni medicalmente assistite. Gli embrioni erano sempre buoni, reattivi, pieni di speranza, proprio come noi, dalla prima alla sesta. Nessuna di queste è diventata una gravidanza. Dal giorno dell’impianto degli embrioni al test di gravidanza passano due settimane. In mezzo a uno spazio di vita così breve ci sono emozioni che io credo non si possano nemmeno raccontare. O forse non riesco a raccontarle io. Non riesco a farlo oggi, oggi che a muso duro affronto la mia sesta sconfitta.

Sono anche tornata in chiesa in questi ultimi quattordici interminabili giorni d’attesa, quasi ogni mattina alle 8 e 10 prima di andare in ufficio, in una cappella a pochi passi dal lago. Ci entravo di nascosto, come ci si vergogna di un ritorno negato troppo a lungo.  Un sacerdote nordafricano celebrava la messa del mattino, lo faceva col sorriso. Avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa e qualsiasi credo mi sembrava più saldo dei miei nervi. Pensavo che le sue preghiere – perché io le mie non riuscivo a recitarle – la sua serenità, la sua fede avrebbero chetato i miei dubbi, la mia mancanza di fiducia e le mie scarse probabilità. Ho fatto un baratto con Dio: “ti riguadagni una fedele, anzi due! Porto qui anche il bambino. Lo battezzo di domenica mattina mentre suonano a festa le campane, lo vesto di bianco col pizzo, faccio un ricevimento di quelli che per un giorno riuniscono tutti i parenti. Metto pace fra tutti. Faccio pace io con te”.

Ho un angolo del cuore che conosce poche e rare intimità, dove non trova spazio nemmeno l’invidia ma la viva speranza di sapere “che se ce l’ha fatta lei magari ce la faccio anch’io”. In quest’angolo oggi si consumano parole che finiscono in domane, e tra queste non riesco a non chiedermi a intermittenza “perché a me?”. Negare la vita a chi la sogna è come fermarti il respiro, lasciare che ti chiudano naso e bocca premendoci forte la mano, trovarti a corto di forze e con la testa sott’acqua, muta e senza fiato, a guardare con gli occhi spalancati quello che ti scorre intorno mentre a te non accade niente. “Niente”: sei lettere che a fine corsa quasi sembrano il tuo nome. Perché chi non ha conosciuto i corridoi che portano a questa scelta non sa che alla fine ti senti così: niente. Un contenitore vuoto, un serbatoio gonfio di intrugli che hanno stravolto umori, coppie, sonni… E tutto per niente. Quando le tue braccia vorrebbero solo stringere il tutto di un’esistenza.

Oggi è di nuovo il turno mio. Guardo il foglio e scandisco sulle labbra secche “N E G A T I V O”. Te lo dovrebbero dire in un altro modo che non ce l’hai fatta a diventare madre. Ti dovrebbero aspettare sulla porta con un abbraccio, tenerti le mani, ricordarti che hai ancora tempo, anche se nemmeno più tu ci credi. Mi alzo in piedi e apro le braccia a un dolore che arriva piano e che poco dopo mi si scaraventa addosso con una potenza che nemmeno pensavo sarei stata in grado di reggere.

Questa sera mi cullo sola sul fianco su cui avrei voluto sentire pulsare la vita. E lo faccio a pezzi questo dolore. Ne strappo a morsi un brandello per volta, questa notte e ogni notte a venire, lasciando che il mattino scopra la fodera del mio cuscino umida e la mia anima di qualche grammo più leggera. Prima o poi uscirà del tutto. Prima o poi l’avrò dimenticato e penserò che per me la vita aveva dipinto un disegno diverso. Penserò da dove ricominciare, come ricominciare, quando ricominciare…

E penserò ancora una volta che non sono sola, perché ora so per certo che sono una fra tante.

 

Mamma: un cammino fatto di attenzione, passione, pazienza !

Ormai sono 25 anni che sono diventata mamma, d’apprima di un bambino nato durante una giornata autunnale di pieno e caldo sole, poi di un bimbo che dopo qualche settimana in primavera nel mio grembo è sfumato, è tornato ad essere fatto di sogno e speranze, che si sono nuovamente concretizzate dopo diversi anni in una notte estiva di agosto con l’arrivo di una bambina.

Ognuno di questi percorsi è stato un cammino fatto di attesa, fortunatamente condivisa insieme a mio marito, ai miei genitori ed a tanti amiche.

Riuscire a stemperare con le persone che ti amano i tanti sentimenti ed emozioni che accompagnano il desiderio, l’attesa, l’arrivo, la crescita di un figlio è una cosa molto importante, a patto che permetta di sostenere e mantenere la propria autonomia in termini di rispetto e libertà delle proprie sensibilità, competenze e responsabilità. Io ci sono riuscita, non sempre facilmente, alcune volte puntando i piedi, altre volte tirando per i capelli …

Le preoccupazioni sono state molte, come sempre accade quando si affronta un qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di misterioso. I dubbi, spesso legati ai tanti approfondimenti medici di routine, e che fanno sentire il percorso della gravidanza e del parto come fossero una malattia, nascevano spontanei nei giardino della mia fantasia, a volte un po’ negativa.

Ho trovato in entrambi i percorsi grande giovamento e beneficio a seguire i corsi yoga per e con le mamme in attesa e poi ad affrontare il parto in maniera cosciente e partecipata, ma avendo imparato e messo in atto le tecniche dell’ipnosi per gestire e controllare il dolore delle contrazioni.

Ora che i figli sono grandi, si è mamma in maniera diversa, non più tenendo per mano i tuoi piccoli in modo da insegnare a stare in piedi e camminare, pronta a rialzarli e consolarli in caso di caduta, ma adesso aprendo quella stessa mano ed attendendo che intraprendano il loro volo verso l’autonomia della vita.

Sempre presente e disponibile, consapevole delle difficoltà che incontreranno ma anche della bellezze che non mancheranno.

Domani la mamma….spero possa diventare nonna !

 

 

La mia piccola storia

Salve a tutti! Mi chiamo Pamela, ho trentacinque anni e la mia è una storia molto semplice, comune a tante  ad altre tante donne. Sono sposata da quasi quattro anni e, d’accordo con mio marito, avevamo deciso di aspettare un paio di anni prima di provare ad avere il nostro primo figlio, soprattutto a causa di diversi problemi economici. Per tre anni dovetti sopportare tutta la gente curiosa che, non appena ingrassavo di qualche chilo, mi chiedeva se fossi incinta. Era seccante, io mi sono sempre fatta i fatti miei, perché loro non si facevano i loro? E dove è scritto che ero obbligata a fare un figlio immediatamente dopo il matrimonio? Ognuno è libero di fare quel che vuole, io ero libera di scegliere io (insieme a mio marito ovviamente) quando avere un bambino. Un bambino è un impegno imponente, sia dal punto di vista emotivo che economico. Io volevo essere pronta per mio figlio, volevo che mio figlio avesse una mamma serena e soddisfatta di se stessa. Così per tre anni mi dedicai al lavoro e a ciò che volevo fare prima di avere un figlio. Dopo tre anni, ci sentivamo pronti. I problemi economici non erano affatto risolti, ma il mio orologio biologico cominciò a ticchettare facendoci capire che era ora di deciderci. Mentre noi ci provavamo, tutti quanti intorno a me decisero di fare un figlio, tutti senza problemi, tutti al primo tentativo, tutti perfetti e meravigliosi, tutti bravissimi e felicissimi. In realtà noi ci riuscimmo dopo tre mesetti, tutto sommato un ottimo risultato, ma io all’epoca mi stavo cominciando a fare mille paranoie, mi ero già fatta mille film mentali di problematiche assurde o situazioni di grave sterilità. Avendo avuto sempre il ciclo super puntuale, ero sempre stata sicura di rimanere subito incinta. Ma alla fine ci riuscimmo senza particolari problemi, ma alla prima ecografia ci furono i primi reali problemi. Alla gioia di vedere per la prima volta il nostro bambino si associò l’ansia per uno distaccamento della placenta. Dovevo riposare, non resi malattia per non dare problemi alle mie titolari, che non ricambiarono in maniera così carina come la mia perché facevano fare comunque tutti gli straordinari a me e non alla collega più giovane e senza una gravidanza a rischio.  E purtroppo all’ecografia successiva il cuoricino del bambino non batteva più. Avrei dovuto fare un raschiamento. Mi crollò il mondo addosso, ero arrabbiatissima perché tutto ciò fosse capitato proprio a me. Ne avevo passate così tante negli ultimi anni, situazioni che tutte le coppiettine felici con i loro bambini avuti senza problemi nemmeno potevano immaginare che esistessero. Ero stanca, stremata, amareggiata, nessuno che poteva capire come mi sentissi, mi sembrava che la vita si divertisse a prendermi a calci nel sedere. Smisi persino di credere all’esistenza di un qualsiasi dio. Tutti a dirmi che non mi dovevo abbattere, che era solo un feto, che dovevo reputarmi fortunata perché non eravamo sterili e avremmo potuto provare ad averne un altro. In quel periodo io odiavo a morte tutte le donne incinte. non quelle con bimbi, solo quelle incinte. Sapevo che era un odio inconsistente, stupido ed  irrazionale, che non era colpa loro se io avevo perso il mio bambino. Ma io le odiavo e basta. E, ovviamente, quello fu un periodo in cui chiunque rimase incinta, persino gente che non era nemmeno sposata e che era capitato così, per caso. Si, la vita mi stava proprio prendendo in giro. Ma io non volevo arrendermi. Raccolsi tutte le mie forze e cercai di andare avanti lavorando, facendo progetti e continuando a vivere la mia vita come avevo sempre fatto, nel miglior modo possibile. L’unico che mi capiva era sempre stato lui, mio marito, e anche in quella occasione rimanemmo uniti come non mai. Insieme avevamo superato tante difficoltà, avremmo superato anche quello. Dopo cinque mesetti, rimasi nuovamente incinta. L’ansia mi veniva sempre appresso, prima con l’ossessione di non riuscire a rimanere di nuovo incinta, poi con il pensiero di perdere nuovamente il bambino. Il primo bambino l’avevo perso senza avere alcun segno fisico particolare, avevo avuto solo la strana sensazione che qualcosa non stesse andando bene. Ed avevo avuto ragione. Durante questa seconda gravidanza, se avessi avuto un ecografo a portata di mano, mi sarei fatta una ecografia ogni giorno. Mi osservavo ogni giorno per controllare se tutti i segni della gravidanza fossero sempre ben presenti. Non riuscii a tranquillizzarmi con la prima ecografia, nemmeno con la seconda. Con la terza cominciai un pochino a rilassarmi.

Ora sono entrata nel quarto mese di gravidanza. L’amarezza di aver perso il mio primo bambino è passata, ma non lo dimenticherò mai. Rimarrà sempre vicino alla nostra famiglia come il nostro piccolo angioletto custode, gli vorrò sempre tanto bene anche se non è mai riuscito a nascere. Ora cerco di essere il più serena possibile, di tenere lontano tutti i pensieri brutti da me e il mio piccolino, di stare tranquilla, cosa molto difficile per un tipo ansioso come me. Le ecografie sono il mio spauracchio, ogni volta che mi siedo su quella sedia temo che possa ripetersi ciò che successe in uno dei giorno più brutti della mia vita. Fortunatamente, a differenza di me, mio marito è una persona molto ottimista e compensa il mio pessimismo.

Questa è la mia piccola storia, simile a quella di tante donne che, purtroppo, hanno vissuto la mia stessa esperienza. Buona giornata a tutti 🙂

la speranza non muore mai

Ciao a tutte quelle donne che come me stanno provando sulla loro pelle la costante e quotidiana aspirazione di voler diventare madre.

Io sto cercando il mio bambino da quasi sei anni; i primi tre sono stati sereni con mio marito, non ci eravamo rivolti a nessun centro di pma perchè il mio desiderio non era realmente esploso e quello di mia marito era praticamente assente.Poi succede, mi faccio promotrice di una ricerca più attiva, inizio ad esprimere chiaramente che il mio desiderio è qualcosa di più, molto di più, cresce in fretta e purtroppo non all’unisono e la coppia va in crisi.

Vi assicuro che ho fatto di tutto per accompagnare dolcemente mio marito in questo percorso doloroso , perchè di certo sono sicura che nessuna donna sceglierebbe, se potesse, di avere un figlio in vitro piuttosto che secondo natura , ma lui purtroppo non c’è mai stato in questa ricerca, sino all’epilogo più assurdo che mai avrei potuto immaginare, perchè lo ripeto, ho sempre cercato di non fargli mai pesare i rapporti mirati (lui tanto era talmente disinteressato alla ricerca), di non piangere e di cercare di fargli vedere una persona cmq sorridente .Ma lui , un bel giorno, ad un mese dalla nostra prima fivet (dopo un anno di lista d’attesa) mi lascia, accusandomi di averlo trascurato e di aver anteposto la ricerca di un figlio alla serenità e tranquillità della nostra vita di coppia (sposati felicemente da 12 anni, io 39 anni,lui 37).

Inutile dirvi quello che ho provato.

Ma poi lui torna, dopo aver sperimentato altre situazioni con donne separate con figli, mi dice che ha capito solo ora cosa vuol dire desiderare una famiglia, che ha capito di voler provare ad avere figli suoi e non a fare il compagno/padre surrogato dei figli di qualcun altro, e che l’unica donna con cui sogna adesso una famiglia, sono io.

Dopo otto mesi di separazione di fatto ed a qualche settimana dalla separazione legale, io vado in crisi profonda e decido di dargli una possibilità; i sentimenti per lui non sono mai cessati ma sicuramente la ferita è stata dolorosa.

Quello di cui pero’ mi sono resa conto è che fino a quando non faro’ tutti i tentativi che mi sentiro’ di fare per realizzare il sogno non sarò in grado di poter avviare quel processo di accettazione di una vita senza figli, necessario per proseguire nella propria vita senza l’angoscia del “ma ho fatto tutto quello potevo fare??”

Io non so come andrà a finire, non so se riuscirò mai a diventare madre, quello di cui sono certa però è che l’amore immenso per una vita che ancora deve nascere mi porta ad impegnarmi nuovamente per rimettere le cose a posto con mio marito, un uomo che soltanto ora mi parla del nome che vorrebbe dargli , un uomo che soltanto ora dice che è pronto a starmi accanto in questo percorso e ad asciugarmi le lacrime…purtroppo bisogna fare i conti con un dolore per la mancanza di un figlio che in una donna ha un peso ed una consistenza totalmente diversa da un uomo…per carità…non voglio dire che non esistano uomini che non desiderano fortemente avere dei figli …so che ci sono…ma io mi sono innamorata di un altro genere d’uomo…

mi sento di dare soltanto un consiglio a tutte noi donne ….sforzatevi di non trasformate l’amore per il sogno più bello in sentimenti negativi per quello che la sorte ci ha riservato…mio marito è sempre stato una persona stupenda ma non era pronto ad affrontare questo percorso ed io non ho colpe per desiderare qualcosa che è nella natura delle cose ….quindi cio’ che resta è la speranza che la vita ci regali vita e la speranza che, comunque vada, ci sia qualcuno che desideri tenerti per mano e non prechè lo deve fare ma perchè si sente di farlo.

Un in bocca al lupo a tutte quante

Passeggiando nell’orto, la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno..

inbeccoallacicogna “Che cos’è volere un figlio e desiderarlo tanto? Un desiderio autentico e profondo o una stupida ostinazione? È un’ossessione? O, peggio, solo un capriccio? Esiste forse un diritto ad avere i figli?”

Premesso che ho una particolare avversione per l’espressione “diritto ad avere figli” e preferisco il più giusto, sobrio e realistico “diritto a tentare di avere figli”, in senso stretto no, non esiste un diritto del genere, visto che la dichiara- zione universale dei diritti dell’uomo del 1948 sancisce solo quello di fondare una famiglia, così come gli articoli 2, 29 e 31 della nostra costituzione. Nondimeno le persone sterili o infertili, vale a dire incapaci di procreare senza assistenza, e che vorrebbero farlo, forse hanno titolo per aspettarsi che sia fornito loro l’aiuto medico di cui hanno bisogno, per completare la loro idea di famiglia. Ecco. Io parlerei allora piuttosto fin dall’inizio di bisogno. Ho bisogno di un figlio più che ho diritto a un figlio. Le persone hanno bisogno di avere figli? Sì, ce l’hanno. Perché se alcune coppie riescono a superare il dolore di questa mancanza, per altre la vita è devastata. Letteralmente devastata.

Come testimonia una delle tantissime lettere che ho ricevuto dopo la pubblicazione del mio romanzo “Le difettose” (Einaudi 2012). Me l’ha scritta Claudia e mi ha colpito al cuore, per l’asciuttezza e contemporaneamente per l’intensità della pena: ‘Spero di trovare conforto perché sto male, tanto da prendere psicofarmaci. Questo figlio è diventato un’ossessione e mi ha distrutta. Sono a pezzi, piango, ho l’ansia, non riesco a lavorare, sto andando da un’analista. Ogni volta che arriva il ciclo è un lutto, così dopo tre anni sono a terra. Ogni giorno devo lottare con me stessa, perché oggi il problema sono io, oggi non saprei neanche prendermi cura di un bambino. È dura, a volte mi dico che sarebbe più semplice se tutto finisse. Se hai un consiglio per me, scrivimi, ti prego.’

Il desiderio di un figlio è sempre complesso e ambivalente, contiene una componente narcisistica e utilitaristica (un tempo per i nobili gli eredi erano un modo di perpetuare la specie, per i poveri di avere un aiuto economico), racchiude la voglia di lasciare una traccia nel mondo, di riparare qualcosa della propria precedente situazione familiare, rappresenta il conformismo e l’adesione alle tradizioni, a volte contiene la speranza di salvare una relazione. Insomma, si fanno figli per amore, per noia, per abitudine, per paura della morte. E tutte le motivazioni sono infinitamente più oscure e confuse di quello che si ammette.

Una cosa abbastanza chiara è che volere un figlio all’inizio è un atto intriso di egoismo. Dopo, solo dopo essere nato, il figlio ti educa all’alterità.

Un’altra cosa indubbia è che questo desiderio non sia un desiderio come un altro. Anche se non credo che la maternità sia necessaria per sentirsi pienamente donne, anche se il desiderio di un figlio non è universale, appartiene alla maggioranza delle donne, forse, ma non a tutte, anche se si è madri in tanti modi e la maternità non si esaurisce nel fare i figli (Anna Maria Ortese diceva che «creare è una forma di maternità, educa, rende felici e adulti in senso buono»), tuttavia un figlio rappresenta un’esperienza enorme e unica, non surrogabile, irreversibile, che va a toccare profondamente l’identità femminile, costituendone una delle espressioni più vaste e articolate.

Di conseguenza non riuscire a realizzare questo desiderio non è come non realizzare un altro desiderio. La diagnosi di sterilità giunge ad incrinare profondamente la progettualità che riguarda sia il corpo che l’anima di una coppia, è una ferita che apre le porte ad angosce di svuotamento, che espone a un vissuto di vergogna, che evoca il fantasma dell’invidia nei confronti delle madri. In tutte le epoche, in tutte le civiltà e in tutte le religioni non avere figli è stata considerata una disgrazia. Anzi, peggio, una punizione divina. Che relegava ai margini della società e metteva nelle condizioni di poter essere ripudiata.

Una donna sterile sente di mancare di uno dei requisiti principali della sua femminilità, non certo accessorio. Defraudata di un diritto elementare, si percepisce l’anello mancante di una catena millenaria. Le ricerche di Carol Baumann dimostrano che donne incinte tendono a sognare, con una frequenza sorprendente, l’atto di intrecciare fili e di tessere. Ecco. La donna sterile si sente esclusa dalla trama della vita e dal tessuto della società.

Sterile è sinonimo di improduttivo, inutile. Incapace. Inferiore. È un aggettivo che suona come un’accusa. Introduce sospetti. Un tempo, per sottrarsi a questo stigma, si era disposti a comprare neonati. Addirittura a rubarli. E anche se oggi restare senza figli è diventato più accettabile che in passato, il problema in fondo a se stessi rimane. E non smetterà di ritornare anche con l’avanzare dell’età, quando si ritiene ormai di averlo superato. A volte basta poco per far riemergere la lacerazioni di un lutto. Il morto non c’è, è vero. Perché il figlio non c’è. Ma l’intensità del dolore è pari a quello provocato dalla scomparsa di un parente stretto. La lacuna filiale diventa dunque una lesione che non conoscerà mai definitiva sutura. E che può portare addirittura a un pensiero di suicidio. Come anche Claudia lascia intendere nella sua lettera.

A questo buco esistenzial-ontologico si aggiunge la riprovazione sociale e il mancato riconoscimento della donna sterile. Ancora oggi c’è la tendenza a considerare la donna senza figli come una fallita, da biasimare o compatire. Soprattutto ora che, dopo anni in cui era caduta nel dimenticatoio, la maternità è tornata di gran moda. Attualmente la pressione ad avere almeno un figlio, altrimenti si è donne a metà, è ritornata più forte che mai. Basti pensare alla realtà oceanica delle blogger mamme, che coinvolge tre milioni di donne attive sul web, addirittura otto se si contano pure le lettrici, che, in uno stile generalmente ironico, raccontano equilibrismi e difficoltà a conciliare casa, amicizie e lavoro, ma in modo sotterraneo e conservatore vanno ad alimentare l’idea della super donna-madre-moglie-amica-lavoratrice quasi perfetta e molto competitiva. E se manca un tassello, quello dei figli, appunto, tutto il castello crolla.

Questo contesto “immaginario” produce una difficoltà a parlare della propria sterilità. Con amici, colleghi, parenti, addirittura con la propria madre. Per cui il lutto e la disperazione non conoscono neppure la catarsi di un lutto normale, col funerale, le lacrime, le condoglianze. E questa solitudine può essere devastante, aggiunge dolore a dolore.

Per questo ci si butta in rete. Ed è nei tantissimi forum di coppie infertili, che affiora la disperazione e il dolore per la propria condizione di non madri. Disperazione e dolore puri, non capricci. Lo stesso dolore e la stessa disperazione che contiene il grido di Rachele, moglie di Giacobbe, nella Bibbia: «Dammi dei figli sennò muoio». Il suo grido, così forte e nitido, attraversa i secoli, accomuna le donne di tutte le razze e culture, e, arrivando fino a noi, s’intrufola nelle numerosissime chat in cui ci s’incontra per sfogarsi e cercare consigli, consapevoli che solo un’altra donna con lo stesso tipo di desiderio e difficoltà potrà comprendere.

Ed è lo stesso dolore e la stessa disperazione che si scorgono nelle favole di tutti i tempi e di tutte le nazioni: La bella addormentata nel bosco, Raperonzolo, Rosaspina. Sono solo le più famose. Ma sono tantissime le favole che raccontano regine e re intristiti per l’incapacità di avere figli. Re e regine. Che quindi avrebbero tutto per essere felici. Eppure manca loro qualcosa di essenziale.

E allora può accadere che una regina debba prima far uccidere un drago e, solo dopo averne mangiato il cuore cucinato da una vergine, resterà incinta, come ne Lo cunto de li cunti. O che, ne La principessa nera, una donna, disperata davanti alla propria pancia vuota, preghi sia Dio che il Diavolo per avere aiuto. Oppure che, come in una favola veneziana, un mago offra a una coppia senza prole una mela, dicendo alla moglie di mangiarne la polpa, da cui nascerà Pomo, mentre dalla buccia, mangiata dalla fantesca, verrà fuori Scorzo, allevato come un vero e proprio fratello del primo. Percorsi lunghi e complicati, quindi, conflittuali e fuori norma: ogni procreazione non standard origina rotture. Come la procreazione assistita, che sradica un assetto secolare di relazioni, ci costringe a rivisitare il significato profondo dell’essere genitore, figlio, fratello. Anche in Rosmarina i protagonisti sono un re e una regina. «Passeggiando nell’orto la Regina vide una pianta di rosmarino con tante pianticine figlie intorno. E disse: “Guarda un po’: quella lì che è pianta di rosmarino ha tanti figlioli, e io che sono regina non ne ho neanche uno!”» E la frase non nasce da un eccesso di cupidigia ma dalla perplessità nei confronti di un’incomprensibile ingiustizia.

In una fiaba dell’Estonia una regina, sofferente per la mancanza di prole, incontra una vecchia zoppa che le regala un piccolo uovo. Lei lo tiene accanto al suo seno, proteggendolo con la massima cura e, nel momento preciso in cui ne uscirà fuori una piccola bambina in miniatura, la regina scoprirà di essere incinta. Dopo aver partorito il figlio biologico, crescerà entrambi come fratelli, anche se la figlia nata dall’uovo conserverà un forte legame con la presenza misteriosa della vecchia zoppa, nel frattempo diventata una splendida fanciulla. E qui, in quest’ovetto regalato, non si sa bene per quale motivo, in questa specie di altra donna e altra madre, che non si sa bene chi è – strega agli occhi del mondo, bellissima ragazza per chi riceve il dono – è possibile vedere un riferimento inconscio e ante litteram alla fecondazione eterologa.

Come un sogno profetico. Come un lampo che di notte per un attimo fa apparire cielo e terra. Come certe visioni rivelatrici che accompagnano l’immaginazione degli uomini attraverso i secoli.”

 

Aspettando un miracolo…

Quando mi sono sposata nel 2002 avevo solo 27 anni e voglia solo di vivere il matrimonio non per formare una famiglia ma per essere finalmente libera con il mio ragazzo di fare quello che volevo visto che avevo avuto un infanzia ricca di privazioni. Un figlio era l’ultimo dei miei pensieri finché passato un anno senza che fossi rimasta incinta iniziai a chiedermi se c’era qualcosa che non andava. Decisi di togliermi il dubbio parlandone con il ginecologo che a parte farmi una semplice visita mi disse di non preoccuparmi. Passano mesi. Nulla. Iniziamo ad informarci per fare una IUI in ospedale pubblico. Fra esami e lista d’attesa passano altri 2 anni. Nel frattempo nelle ecografie si nota una ciste in ovaio destro. Sentivo che c’era qualcosa che non andava ma i medici continuavano a darmi medicinali per intraprendere la IUI. Alla fine Fallita. Decidiamo di cambiare medico. Finalmente una svolta. Avevo una ciste endometriosica di 3 cm e aderenze. Vengo operata in larapascopia il mese dopo il mio primo test positivo.  Avevo 33 anni. La felicità duró 8 sett perché prima che sentissi battare il suo cuoricino si era fermato, aborto interno.  Raschiamento. 2 anni passati fra crisi di ansia, panico e ginecologi cercando di avere un altro figlio che arrivo per farmi lo stesso regalo del primo.  Da allora sono passati 4 anni. Sono stata operata di nuovo per una nuova ciste endometriosi ho 40 anni e i valori ormonali indicano una menopausa precoce. Si parla di ovodonazione ma sinceramente non cè la faccio. Ho deciso di chiudere tutto e aspettare. La fede mi ha salvata e forse un giorno succederà un miracolo.

Tutti mi chiedono quando diventerò mamma….

Ho 31 anni e sono sposata da 3 anni con un uomo stupendo che è anche il mio migliore amico.

Ci siamo conosciuti 10 anni fa tramite un’amica in comune e ho capito subito che sarebbe stato l’uomo della mia vita.

Il primo anno non abbiamo cercato figli perchè avevamo bisogno della nostra intimità, di viverci e crescere come coppia.

Provengo da una famiglia cattolica fortemente credente e praticante per cui per tutto il periodo che io e mio marito siamo stati assieme come fidanzati ci è stato impedito di fare anche solo un week end da soli pena dover andare contro i miei e perdere la loro stima, per cui è più che normale che il primo anno di matrimonio sia stato dedicato solo a noi.

I miei genitori e quelli di mio marito iniziavano già a storcere il naso perchè desideravano un nipotino e già cominciavano a fare confronti con mia cognata che ha donato a loro il primo nipote…Quanto è brava, quanto li ha resi felici ecc…

Il secondo anno avevamo deciso che era giunto il momento di avere un bambino ma, a sorpresa, sono andata di ruolo (sono un’insegnante di sostegno di scuola primaria) e per guadagnarmi il tanto sospirato posto fisso dovevo fare almeno 182 giorni di servizio per cui ho dovuto rinunciare a diventare mamma e rimandare.

Quest’anno finalmente abbiamo iniziato a provarci.

Non credevo sarebbe stato difficile visto che siamo entrambi giovani e senza problemi….e invece….

Essendo la più giovane di tutte le insegnanti, mi è stato affidato il bambino più grave dell’intero istituto comprensivo.

Amo molto il mio lavoro e do tutta me stessa ma l’apprensione e lo stress accumulati si sono fatti sentire….

Il ciclo, che è sempre stato regolare, ha cominciato ad essere irregolare e a venire quando vuole lui.

Una volta è arrivato con 15 giorni di ritardo, pensavo di avercela fatta, di essere incinta, immaginate la mia delusione quando ho scoperto che era solo un ritardo!

Per farla breve, sono 10 mesi che ci proviamo senza risultati.

Ho acquistato anche i test di ovulazione (che sono costosissimi), facciamo il nostro “dovere” nei giorni stabiliti, stanchi o non stanchi, voglia o non voglia, senza saltare nemmeno un giorno.

E intanto tutte le persone intorno a me restano incinte con una facilità estrema, molte anche per sbaglio.

Mi sale una rabbia tremenda e ogni volta che arriva il ciclo sono giorni di pianto.

Sono andata dalla ginecologa che ha detto che è solo colpa dello stress, il che mi preoccupa visto che dovrò seguire questo bambino per altri 4 anni visto che, ovviamente, essendo autolesionista e aggressivo nei confronti di compagni ed insegnanti, nessuno vuole farsene carico.

I miei genitori, i miei suoceri e i parenti non fanno altro che chiedere e ormai mi vedono come l’egoista che non vuole avere figli.

E’ uno stress infinito, un tunnel senza mai fine.