Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/

Chi siamo?

«Non credo che tu sia la persona in grado di guarirmi dalle ferite interiori; ma forse, in questa fase della mia vita, non ho tanto bisogno di un medico quanto di una persona che abbia una ferita simile alla mia».

David Grossman

Tutto ha avuto inizio con una storia,la mia.

Maglia in cotone rosa, pagina bianca di word davanti agli occhi e mille parole in circolo che, dalla mente e dal cuore, si dirigevano, accalcandosi nello spazio angusto dei capillari, fino ai polpastrelli, vibranti e pulsanti nella danza sulla tastiera.

Tac tac tac tac. Punto. Pausa di silenzio.

E, dopo una manciata di istanti, ancora la melodia dei tasti premuti troppo in fretta, con passione veemente, come quando si accarezza il volto di un innamorato da cui si è stati separati per lungo, troppo tempo.

Ricordo distintamente di quando mio marito, agli esordi della nostra relazione, trascorse, per esigenze professionali, due mesi e mezzo in Giordania, lontano da me. Ci rincontrammo in una stazione del sud Sardegna, illuminati dagli ultimi raggi del sole che cedeva al tramonto, e le nostre mani, avvolte attorno al viso dell’altro, parlavano, nel silenzio delle bocche, dell’euforia di un nuovo inizio.

Conoscevo, dunque, quella sensazione: esprimere con le dita il desiderio di fermare il tempo, nell’ardore di sfiorare l’eternità.

Inizialmente mi proponevo di scrivere una sincera e non vittimistica testimonianza inerente all’endometriosi, malattia che ha segnato il destino di mia madre e il mio, entrambe unite da amore, DNA e diagnosi, e sulle conseguenze che essa comporta sulla fertilità e sulla vita quotidiana.

In realtà, cercavo “Emma”, la volevo tenere stretta, al caldo, in sintonia con i battiti del mio cuore, ma ho allargato le braccia, nuda e disarmata, e ho trovato centocinquanta donne.

Mentre stilavo la storia, infatti, i miei sensi si acuivano, tutti. Vivevo in un mondo in cui colori, sapori, suoni, aromi e consistenze tattili erano all’ennesima potenza. 

Mi pareva di essere cambiata, stentavo a riconoscermi. Invece stavo liberando dalla prigione della coscienza, immortalandolo nero su bianco, chi, realmente, ero e sono. 

Ma, soprattutto, non ero più in grado di leggere solo libri, ma anche animi.

«È bello leggere le persone. Quelli tutti uguali cercano di sembrare diversi, i diversi tentano di sembrare uguali. I liberi se ne fregano. Ogni ruga una riga, ogni smorfia un epigramma, ogni sbadiglio un aforisma scontato. Le persone sono una biblioteca pubblica. E non lo sanno».

Andrea G. Pinketts

Mi rendevo conto, progressivamente, che le dinamiche della mia vita non solo mostravano punti di contatto notevoli con quelle di altre, apparentemente accomunate a me solo dal verdetto di un ginecologo, ma che ero legata, tramite fili invisibili, a donne, anch’esse figlie e madri come me, nella medesima, e peculiare, accezione.

In principio ho voluto esaminare la questione da un punto di vista prettamente scientifico, documentandomi sull’esistenza, e interrogandomi sulla conseguente validità, di studi che si propongono di dimostrare, tramite un campione statisticamente accettabile, una connessione fra l’infertilità, dovuta a svariati fattori, e un vissuto familiare complesso, se non addirittura traumatico.

Mi sono imbattuta in svariate teorie, alcune delle quali riconducono la causa di molteplici malattie, fra cui quelle oggetto del mio interesse, non solo all’infanzia, ma perfino alla storia degli avi, la quale, ovviamente, precede la nostra nascita.

Tuttavia, in questo libro, non disserterò su questioni cliniche, scientifiche o pseudo tali. Ho voluto adottare un approccio narrativo, lasciando al lettore la scelta di compiere o meno successivi approfondimenti.

Quanto anima e ha animato il mio scrivere è, pertanto, il tentativo caparbio di dare voce ad una minoranza, che non accetta più di essere negata e relegata, e di gettare un fascio di luce su una porzione della realtà, vera e innegabile, che si presta a molteplici interpretazioni di carattere sociale e antropologico, ma che, soprattutto, coinvolge a livello puramente emotivo.

 «Siamo legati da infiniti fili sottili, facili da recidere a uno a uno, ma che essendo intrecciati tra loro formano corde indistruttibili». 

Isabel Allende

Un tardo pomeriggio di fine estate, ho compiuto un atto di coraggio: mi sono tuffata da una scogliera a picco per essere seguita in acque pure a me ignote.

Ho formulato un invito, servendomi di alcuni forum, a quante, dietro alle sillabe e ai numeri di un nickname, mostravano ciò che nessun esame diagnostico, sebbene invasivo, può rivelare.

Ho chiesto loro di raccontarsi a me, ad una sconosciuta, promettendo di leggere ogni parola. Anche quella non espressa palesemente.

Sono stata sommersa, nel giro di pochi mesi, da decine e decine di stralci di vita intrisi di coraggio, scritti non da vittime, ma daeroine sopravvissute; non da atleti seduti in panchina, ma da chi ha alzato la coppa della vittoria, madido di sudore e incurante dei rivoli di sangue, verso il cielo. 

Vi aspettano, dunque, brevi storie, da leggere tutte d’un fiato.

Non si tratta di semplici boccate d’ossigeno, che rigenerano corpo e spirito dopo aver percorso, canticchiando, un sentiero di montagna. Sono, piuttosto, convulse fami d’aria, come quelle che seguono all’imposizione di una mano vigorosa, premuta su una bocca alla quale viene negato un urlo.

Tuttavia, al termine della lettura, lo spasmo dei polmoni si attenua, per scandire, con respiri regolari, il tempo che segue alla conclusione della narrazione. Ogni storia è intensa, a tratti cruda e crudele, ma contempla una resurrezione catartica, una volta spostata la pietra chiudeva il sepolcro del silenzio.

 «Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta».

Giovanni, 20, 1

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Estratto dal libro “Vite di madri. Storie di ordinaria anormalità” di Emma Fenu, edito da Milena Edizioni

La mia esperienza a Madrid

La mia esperienza risale al 2014.

Io e mio marito venivamo da anni di inutili speranze e da due tentativi falliti di fivet in Italia.

Dopo l’ennesimo insuccesso, avevamo deciso di desistere; il percorso della procreazione assistita era stato lungo, snervante e deludente, sotto diversi punti di vista. A prescindere dalle difficoltà fisiche legate alle preparazione ormonali, era stato soprattutto l’aspetto psicologico quello più duro: eravamo sempre stati trattati con freddezza, come semplici numeri, lasciati soli a noi stessi, alle nostre paure e ai nostri dubbi e la sensazione che ogni tentativo aveva lasciato, da un punto di vista professionale, era stato di estrema “improvvisazione”.

In fondo, però, soprattutto io volevo darmi un’ultima possibilità. Avevo deciso per l’estero, ma la scelta era infinita, soprattutto tra le cliniche spagnole. Ad un certo punto lessi, su internet che una di queste cliniche, sarebbe venuta a Roma di lì a poco per dare l’opportunità, a chi fosse interessato, di avere un colloquio di persona. Mi sembrò un segno.

Sin da quella prima chiacchierata, cominciammo a sperare di nuovo. La dottoressa e la sua assistente, nonostante la nostra sfiducia e il nostro pessimismo, ci hanno fatto subito sentire capiti e supportati; sono riuscite addirittura a convincerci a provare di nuovo l’omologa, invece di passare direttamente all’ovodonazione, come era nelle nostre intenzioni.

Siamo andati a Madrid solo per il prelievo degli ovuli, ho eseguito l’intera preparazione in Italia, ma ogni volta che ho avuto dubbi o incertezze, nonostante la distanza geografica, ho sempre ricevuto una risposta immediata, sentendomi così seguita e guidata, molto più di quanto non fosse accaduto qui.

E a Madrid l’umanità e la professionalità dell’intero staff sono stati impagabili. Nessuna falsa promessa da parte loro, ma, quando sei lì ed esprimi le tue paure, le tue ansie, senti che ti sono veramente vicini e percepisci, oltre alla loro competenza, la passione che mettono in quello che fanno.

Quando quindici giorni dopo ho fatto le analisi e ho realizzato di essere incinta, sono stati i primi a saperlo, prima ancora di parenti e amici… In fondo era stato solo merito loro se avevamo deciso di riprovare e se, questa volta, avevamo finalmente la concreta speranza di diventare genitori.

Per nostra figlia abbiamo scelto un nome spagnolo e il rapporto con lo staff medico ancora oggi che la bimba ha 20 mesi continua. Seguono la sua crescita a distanza e sono le zie che la piccola non ha.

Ho consigliato la clinica a due mie amiche che sono andate e sono diventate mamme anche loro, nel corso di questi due anni.

Questa è stata la nostra esperienza: consiglierei a chiunque si trovi a vivere il percorso della procreazione assistita con tutte le sue difficoltà, che conosce solo chi ne ha esperienza diretta, di andare a Madrid; lì troveranno ciò che in altri luoghi non c’è, il bellissimo connubio di professionalità e amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Reazioni

Quando si riceve e si prende coscienza di avere un problema di fertilità, le reazioni vostre, del partner e di chi vi sta vicino, come familiari e amici, possono essere diverse, soprattutto da come ve le aspettate.

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“non c’è battito”

E’ successo anni fa, ma il ricordo è vivido come se fosse accaduto ieri.

Era da un po’ che cercavamo di avere un figlio. Non tanto da contare i mesi, i giorni, i rapporti sessuali. Non tanto da sentire qualcosa rompersi dentro ogni volta che arrivava il ciclo, ma un po’. E poi guardi l’agenda e ti accorgi che hai un ritardo. E poi compri un test di gravidanza, e lo fai, e quello ti dice che sei incinta. E subito quasi non ci credi, ma poi reagisci, fissi un appuntamento dal ginecologo ma con calma. E passa qualche settimana, e inizi a googolare qualsiasi cosa, incessantemente. Ogni azione quotidiana diventa una ricerca su google: posso bere birra, posso mangiare questo e quell’altro, posso andare in bicicletta…Ma poi, pensi, le domande le farai tutte alla ginecologa.

Nel frattempo inizi ad abituarti all’idea che ci sia qualcosa che vive e cresce dentro di te. Inizi a guardarti allo specchio in modo diverso, cercando cambiamenti anche minimi. Inizi a cercare nel tuo corpo sensazioni inedite che ti diano la prova del tuo essere incinta. Inizi a pensare al dopo, a come sarebbe essere madre, davvero. Il tuo compagno è al settimo cielo e tu pensi anche, per quanto tutta la faccenda ti sembri ancora strana, misteriosa.

Ma va tutto bene, e qualche settimana dopo il test vai all’appuntamento con la ginecologa. Ci vai tranquilla, da sola – “figurati se devi prenderti un permesso da lavoro pure tu“, in bicicletta. Entri nello studio e dichiari piena di entusiasmo e sicurezza “sono incinta. vorrei sapere se posso andare in bicicletta/mangiare questo/bere quell’altro”. La dottoressa sorride nel suo studio rosa, dice si intanto facciamo un’ecografia eh. Inizia a visitarti e le piccole rughe intorno agli occhi si fanno più profonde. Sembra un po’ confusa, e il tuo entusiasmo iniziale inizia a mostrare piccole crepe sottili. Poi dice che ci sono due cuori. Gemelli, chiedi già in ansia? Ma lei prende tempo, continua ad andare su e giù manovrando quell’apparecchio, smuovendo quella gelatina fredda sulla tua pancia. Alla fine dice una serie di cose che tu non capisci tanto bene. Ma capisci la cosa essenziale: non c’è battito”.

Quando ti sarai rivestita, e farai finta di esserti ripresa, ti spiegherà che è un caso di gravidanza gemellare monocoriale, tipo due gemelli in un sacco solo. Pare che sia una di quelle cose che la natura a volte fa e poi si accorge che ha fatto una cazzata e decide di fare marcia indietro. Come nel tuo caso. Che poi a volte invece va bene, eh, però insomma è un casino da portare avanti, questa gravidanza gemellare monocoriale che non hai capito bene cos’è è forse non lo vuoi capire nemmeno.

Tanto non esiste più. Cancellata da un aborto spontaneo nelle prime settimane. Un aborto senza sintomi apparenti, di cui tu non ti sei neppure accorta. Senza sangue e senza dolore. Un aborto silenzioso e muto. E forse è stato meglio così, forse davvero non era cosa, e la natura ha deciso per te.

Te ne vai da quello studio rosa, che sembra lo studio di Barbie ginecologa, se mai ne faranno una. Senza piangere, perché c’è troppo dolore per piangere. E’ come se fossi rotta. Chiami lui e gli dici solo “no”, non riesci nemmeno a spiegare, a trovare le parole, mentre scendi dalle scale eleganti di quel palazzo di inizio secolo che ora ti appare cupo e sinistro, tanto quanto ti appariva ridicolo lo studio rosa Barbie. Prendi la bicicletta e sbagli strada, pedali senza senso tra viali che conosci da trent’anni come se fossi in una città straniera. Non riesci a tornare a casa, non riesci a telefonare a nessuno. Pedali e poi cammini e ti compri perfino le sigarette, tu che non fumi da anni. E poi arriva lui e insieme bevete. Cos’altro potresti fare? Il tavolino del bar si riempie di bicchieri di bianco vuoti, e hai mangiato solo qualche nocciolina. La testa si fa leggera, confusa, vuota, ed è proprio quello che vuoi. Non pensare.

Sarà il tuo modo di reagire, bevi e fumi più di quanto tu non pianga. Non piangi quasi mai quando sei triste davvero. Il pianto è per la commozione, per i film strappalacrime e per le storie a lieto fine. Non per il dolore, non per l’interruttore che si è spento dentro. Non lo chiamerai mai “bambino” o “bambini”, resterà sempre una cosa dentro di te. Fino al raschiamento, ma quella è un’altra storia. E poi per sempre, qualcosa che si è rotto dentro.

 

Dal blog Pannolini&Prosecco

 

 

Quelle lacrime al telefono con la reception dell’Ospedale…

La mia storia è in parte già iniziata, in parte ancora da scrivere. Così come la ricerca di un figlio non arriva nel momento in cui ci provi, ma nel momento in cui inizia dentro di te un desiderio inspiegabile, incontenibile, di costruire qualcosa, di donare la vita, di dare un senso alla tua e a quella del tuo compagno. Io e il mio compagno abbiamo iniziato a “cercare” di avere un figlio due anni e mezzo fa, un tempo che mi sembra passato così in fretta, un tempo che invece a volte mi sembra un secolo. Credo che ogni donna che abbia lo stesso enorme desiderio abbia provato la stessa enorme frustrazione, mese dopo mese, nel sentire quei maledetti sintomi e nel vedere quelle odiate macchie rosse. Un incubo che comincia a toglierti fiducia in te stessa e che senza rendertene conto condiziona la visione che hai di te come donna. Ma solo qualche giorno fa, mentre piangevo al telefono con una ignara quanto stupita operatrice della reception di un Ospedale, mi sono resa conto di quanta rabbia e frustrazione avessi accumulato e di quanto il tempo, cosa cui prima non facevo caso, mi sembrasse ora non bastare o sfuggirmi di mano. Ho chiamato un Ospedale della mia Regione, consigliato dal mio ginecologo, specializzato in PMA. La difficoltà a non trovare il telefono occupato, dopo giorni di tentativi, mi stava già portando all’esasperazione. Ma la risposta che mi ha dato l’operatrice mi ha definitivamente gettato nel panico: “Signora non se ne parla prima di Giugno per la prima visita e poi ci vogliono comunque mesi prima di iniziare il percorso”. E lì un pianto, improvviso, incontenibile…l’operatrice ha cercato di calmarmi e di chiedermi cosa avessi, e io le ho detto che da donna era molto difficile pensare, dopo aver già atteso due anni e mezzo, di dover ancora aspettare mesi e mesi prima di iniziare questo percorso. Un pianto liberatorio, che mi serviva, sì proprio con una sconosciuta al telefono, che di telefonate come questa ne sentirà migliaia. Da quel giorno ho pensato di meno a quanto tempo mi ci vorrà per iniziare questo percorso, ma solo a godermi nell’attesa tutto il bene e le cose belle che ho, a pensare al presente prima ancora che al futuro. E forse questo pensiero in qualche modo mi ha portato fortuna, perché poi ho provato a sentire un altro Ospedale, consigliato da una amica che ha già fatto la PMA, e mi è stata data una visita subito perché si era liberato un posto. Una buona stella? Il segno del destino? Non lo so. Di certo quella che vi ho raccontato adesso non è la fine di una storia, ma solo l’inizio.

Storia semiseria di un’aspirante mamma: PMA e diavolerie simili

Io faccio parte di quella categoria di donne che fa, sempre, e dico sempre, fila alla cassa sbagliata. Quindi, non mi sono stupita più di tanto quando, incolonnandomi idealmente nella fila “DONNE ASPIRANTI MAMMA” al momento di riscuotere la mia beneaugurale dose di fortuna, il Cassiere (rectius : destino, provvidenza, Dio, Buddha ecc. ecc) ha immotivatamente abbandonato il posto di lavoro.

Nell’attesa estenuante che ne è seguita, ho setacciato gli anfratti internettiani per acquisire informazioni sul concepimento, sull’apparato riproduttivo, sulla trasformazione cellulare, sulla qualità ovocitaria ed embrionaria, tanto che meriterei una STANDING OVULATION per l’impegno. Ho studiato tutte le posizioni che avrebbero potuto migliorare la fecondazione (consiglio la posizione dell’aratro), l’andamento delle maree, le lune più feconde, l’influenza di altri pianeti e galassie limitrofe. Ho digitato su tutti i calcolatori automatici di internet, per individuare quali fossero i giorni più fertili (il mio preferito è www.periodofertile.it). Ho comprato stick canadesi (eh si anche gli stick hanno nazionalità) e poi, per esigenze di tasca, anche cinesi : uguali ai primi ma con un foglietto illustrativo più lungo. Ho comprato il costosissimo computer “persona” che promette di dirti, attraverso una serie di accattivanti faccine sorridenti, quali sono i giorni più fecondi.

Ho usato tutte le mie pause-sigaretta leggendo parossisticamente forum come www.mammole.it, www.cercounbimbo.net e www.forum.alfemminile.com, dove altre donne ansiose, e in fila alla stessa cassa, si confrontano sui sintomi predittivi di una gravidanza. E, qui, il grande dramma. Alla ricerca di quell’enciclopedica rassegna di sintomi, universalmente associati allo stato di gravidanza, ho osservato le seguenti malsane condotte : autopalpazione con approccio mammografico, anche in orario e ambiente lavorativo, camuffata da simulati e immaginari pruriti, abbuffata alimentare smodata con ovvie conseguenze sull’apparato intestinale e deiezioni altrettanto smodate, ispezioni scrupolose di mutande e carta igienica al momento della minzione, ripetute e indotte minzioni al solo fine di ispezionare, in solitaria aspettativa, mutande e carta igienica…fino ad approdare alla malsana e casuale spremitura di altre parti del corpo (narici, polsi, piedi ecc), alla ricerca di fanta-sintomi non ancora decodificati, ma propiziatori.

Ho cercato, poi, di scovare altri e diversi segnali predittivi di una gravidanza rastrellando la natura, l’oltretomba, la medicina alternativa, i notiziari con aggiornamento su eventi catastrofici…e poi…ho compreso: non faccio parte di quella schiera nutrita di donne che alla prima riserva mentale, neanche esternata al compagno, è già incinta. Non sono una di quelle donne che con la semplice imposizione delle mani, del pensiero, della preghiera della zia oltreoceano, dell’intervento divino, delle intercessioni di tutti i parenti morti ma sempre benevoli, può godere della sfacciata fortuna di rimanere incinta. Non faccio parte di quelle donne che già sanno che rimarranno incinta a marzo, così potranno godere delle ferie natalizie per riprendersi dopo il parto. Non faccio parte di quelle donne che possono dire all’amica sfigata che “se si rilassa succederà il lieto evento”… Il consiglio del rilassarsi-che-poi-arriva merita di essere liquidato con il seguente termine :“tautologico” che non è, di certo, parola bella come “petaloso” e che ha, in realtà, tutta la briosa aspirazione a diventare un insulto, ma pronunciato con stile e garbo.

No, io faccio parte di quelle che non sapevano che fosse così difficile ma ora lo sanno bene. E’ stata un’illuminazione. Una volta ricordo di essere incappata in questo sito dove c’erano tante parole strane tipo pma, icsi, fivet, pgd, pick up, transfer, crioconservazione e simili, mentre le ragazze si auguravano, tutte accorate, cose tipo “in becco alla cika” che sta per la cicogna, o si apostrofavano come fivettare, o si confrontavano su valori con sigle oscure come fsh, amh del terzo e anche del ventunesimo giorno del ciclo. Devo ammetterlo …ho pensato…poverine queste non riescono a rimanere incinte, sono proprio sfortunate…e poi ho scoperto la dura verità…che pure io, in fila alla cassa “DONNE ASPIRANTI MAMMA” privata ingiustamente della mia saccoccia di fortuna, ero stata deviata verso la tangenziale “FECONDAZIONE ASSISTITA”.

E qui, ti ritrovi a presentarti al desk di questi luoghi, fatti solo per noi della tangenziale, con il foglio del ginecologo che lì ti ha dirottato, e che riporta etichette tipo infertilità sine causa o infertilità femminile per PCOS o endometriosi, o infertilità maschile per azoospermia, teratospermia o altre parolacce simili. Con un certo imbarazzo, e con il tomo di esami che confermano la diagnosi di cui sopra, vi fanno accomodare nella sala d’attesa dove incontrate altri della vostra species. Devo dire che l’infertilità è democratica : colpisce giovani, meno giovani, alti, bassi, biondi, mori, magri, robusti, belli, brutti, insomma, tutti.

E quando sei lì, e maledici il destino mentre cerchi ancora di metabolizzare che la strada è in salita, ti volti e le vedi : foto ed ecografie di bimbi sorridenti che hanno un nome e ringraziano di essere venuti al mondo. Allora, e solo allora, nonostante tutta la fila alla cassa, l’attesa, le lacrime, lo studio matto e disperatissimo, i fanta-sintomi, le montagne russe ormonali, cominci a coltivare la luminosa speranza che, magari, e dico magari, un giorno, ci sarà anche il vostro bimbo, su quella parete, a sorridere a dei perfetti sconosciuti che li guardano estasiati, e tremuli di lacrime e speranza

Dal blog La Fabbrica delle Donne

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Oggi Linda è mamma di una bimba, Ester, nata proprio grazie a quella fecondazione.
Un lieto fine che l’autrice ha voluto aggiungessimo come aggiornamento della sua storia,
per offrire una testimonianza di speranza e incoraggiamento.

cinquanta per settanta

Il pc era poggiato sul ripiano della cucina. Non dovrei metterlo lì, finisce sempre per sporcarsi e non c’è come mouse pad marmellatato per compromettere la formattazione di un file excel. Ho fatto due giri su me stessa perché ogni novanta gradi di giro cambiavo idea, poi ho aperto la chat e ho scritto “non so se chiederti di accompagnarmi a fare st’ecografia”. Che io gli esami medici sono diciannove anni che vado a farli sempre rigorosamente da sola. Che magari poi sono nervosa e finiamo per litigare. Che mi sembra vagamente autocentrato, chiedergli di sostenermi in questa cosa mentre lui e il suo compagno neanche possono sperare di adottare. Che forse per chiederlo a qualcuno avrei dovuto chiederlo a mio marito Marco, non al mio amico Martino.

Quando telegram mi notifica con il cling il suo “Se vuoi, volentieri” penso uno dei grazie più di cuore della storia e mando giù altre due valeriane.

La scena dopo siamo nella sala d’aspetto del centro PMA, io faccio scorrere senza guardare il biancoblu di facebook sul telefono mentre Martino legge divertito le lettere di ringraziamento che accompagnano le foto dei neonati alle pareti. Quattro cornici a giorno cinquanta per sessanta straripanti di bambini, di una retorica del noi ce l’abbiamo fatta che forse nell’intenzione di quello che ha martellato al muro quei chiodi avrebbe dovuto dare speranza a chi invece sta facendo più fatica. Io, non lo so. Non so qual è stato il punto della mia vita in cui ho pensato che arei voluto dei figli. Non so quanto ho fantasticato sull’essere madre e poi, quando ho incontrato Marco cinque anni fa, sull’essere genitori. Non so neanche se possiamo o non possiamo avere figli. Non è una condizione netta. Dice che ci sono tanti fattori. Dice fai una vita regolata. Dice Ma mangi bene? Dice non pensarci, succede quando non ci pensi.

So che siamo venuti qui per la prima volta in un pomeriggio di ottobre, e abbiamo detto ad una dottoressa vestita di verde di cui non ricordo assolutamente il volto che stavamo provando da due anni avere figli. E lì, nello studio della ginecologa con alle spalle il lettino con le staffe, la palla di ferro ha iniziato a scivolare giù dal binario. La dottoressa ci ha indicato gli esami da fare, con i modi cordiali della ragazza del bar che ti dice “prima fai lo scontrino”. Un sequenza di azioni semplici e decise altrove, di cose che succedono al tuo corpo e sul tuo corpo e che è del tutto scontato che tu sia disposto a fare. Se vuoi il gelato, prima fai lo scontrino. Il fatto che Marco ed io non vogliamo il gelato, ma una famiglia, con tutto quello che questa parola significa e ha significato nella storia di ciascuno di noi e da qualche anno a questa parte di entrambi, non sembra semplicemente a tema.

“Adesso piantala con ste foto e vieni a sederti”. Martino non mi obbedisce mai, ma con le foto la pianta subito, anzi farfuglia pure delle scuse. E viene a sedersi. Inizia a parlarmi parla fitto di qualcosa che ora non ricordo. So solo che con lo sguardo cerca di capire se deve continuare, oppure tacere.

L’ecografista è una ragazza carina e cortese. Fossero almeno antipatiche potrei prendermela con loro. “Buongiorno, si tolga pantaloni e mutandine”. Mi domando a sproposito se anche quelle degli uomini le chiamino “mutandine”. Penso che è buffo, chiedere a qualcuno di togliersi le mutande dandogli del lei. Penso che questo non è l’ordine giusto. L’ordine giusto è: primo, mi spieghi cosa stai per farmi, secondo, mi spieghi il perchè, terzo (solo terzo) mi dici cosa devo fare io. Non glielo dico così, ma glielo dico. Lei naturalmente si scoccia. Almeno ora è antipatica, così siamo in due.

Adesso il punto in cui siamo è questo qui, Marco dice “un punto sospeso”. Monitoraggio del ciclo naturale, spermiogramma, esami che coinvolgono tutte le parti dei nostri corpi che fino ad ora avevamo pensato di condividere solo a nostra discrezione. E poi? La palla continua a rotolare. Se vuoi questo devi fare così. Io per adesso resto ferma in mezzo al bar, a guardare il bancone dei gelati, e mi sento in una commedia dell’assurdo in cui non posso andare a fare lo scontrino e allo stesso tempo non posso non farlo.

E forse il gioco è tutto e soltanto continuare a respirare. Non chiudere, non spegnere, non scappare. Piantarla con quelle foto (ma come gli viene in mente quella pioggia di neonati nella sala d’aspetto? Ma veramente?) e sedersi qui. E stare. Qui, che è ciascun giorno in cui lavoriamo di scalpello e pennellino, per mantenere l’immaginario sulla nostra famiglia a colori. Per non lasciare andare il desiderio e la speranza in dolore e fatica. Per non pensarci. Perché prima regola: non pensarci, non pensarci mai. Succede quando non ci pensi (se per dire sei lì con un ecografo infilato nella vagina, tu fai finta che sia, non so la pulizia dei denti quella col laser. Guarda te che tecnologie, che si inventano, al giorno d’oggi). Non pensarci, ma non negarlo. Non smettere di riderne, ma stare dentro. Per stare dentro e non soffocare. Per mantenere la nostra intimità ad un livello accettabile, sfiorando il fantasy per creare giochi erotici da uno stick di ovulazione clearblue. E dimenticarsi il volto della dottoressa, anche se non posso odiarla perché era gentile. E poggiare il pc sul ripiano della cucina, e pazienza anche se si sporca. Essere grati per le persone attorno, per i cling di telegram, per ogni passo che si fa, ogni contatto, ogni pensiero buono, ogni risata, che aiuta a non affondare.

Nessun ostacolo riuscirà a farmi arrendere

Quando ci siamo conosciuti entrambi avevamo avuto la sensazione ďi conoscerci da tempo tanto si era instaurato subito quel rapporto di unione e complicità delle coppie già mature…

Abbiamo subito cercato un figlio poiché volevamo una famiglia tutta nostra e fantasticavamo su come saremmo stati come genitori e già mi immaginavo i nostri figli che giocavano dando voce alla nostra casa..dopo quasi un anno la ginecologa mi iniziò a fare degli esami per controllare se fosse tutto a posto e così seppi di avere la tuba destra compromessa, non pensavo sarebbe stato un problema ed abbiamo cercato di mirare il nostro amore tramite i monitoraggi ma ci sentivamo in gabboa non riuscendo a concludere niente..insieme non ci siamo arresi e abbiamo consultato un centro di PMA. Dopo un altro anno stando dietro a mille esami mi hanno fatto una laparoscopia ed hanno visto che purtroppo sono affetta da endometriosi e che una gravidanza sarebbe una fortuna averla. Non ci perdiamo d’animo e facciamo la prima FIVET, riponiamo in questa tecnica i nostri sogni e le nostre speranze ma invano..la cicogna tarda a fare la sua comparsa..

È un duro colpo da digerire per il mio compagno che ci credeva molto più di me ed ora che il suo sogno si è infranto lo vedo e percepisco sempre più distante, pensavo fosse un periodo passeggero che gli permettesse di poter superare il lutto della perdita e così poco prima di un altro tentativo di FIVET crolla dicendomi che per lui è “sfibrante sperare che chi ci mette l’ago faccia un buon lavoro, ed è  sfibrante sperare che dopo averci messo l’ago tutto vada per il meglio, e lui non ha un carattere per una cosa del genere, ci ha provato fallendo” . Mi è crollato il mondo addosso ritrovandomi da sola senza un compagno e con evidenti difficoltà da affrontare.

Ho trovato la forza dentro di me e sto cercando di andare avanti perché anche io ho avuto un lutto che mi porterò per sempre nel mio cuore e sapere che ho perso il mio piccolo mi fa stare davvero male.. sapere che l’uomo che amavo ha mollato mi fa capire una cosa soltanto che non devo arrendermi difronte agli ostacoli che mi si presentano perché prima o poi riuscirò a diventare madre a costo di essere una madre single.

Sono Mamma grazie alla PMA

Per anni non sono riuscita a dire che ero mamma grazie alla PMA, mi vergognavo quasi fosse una colpa.

Poi arriva il giorno dove fai pace con te stessa e ti perdoni.

Ti perdoni per non esserti accettata così come sei.

Ti perdoni perché hai avuto la fortuna di raggiungere il tuo più grande desiderio.

Ti perdoni perché invecchiando cambiano i punti di vista.

Ti perdoni perché hai capito che non è una colpa.

Da sempre il mio unico desiderio era quello di avere una famiglia e dei figli, tanti figli.

Volevo diventare mamma da giovane, volevo godermi con un po’ più di leggerezza e incoscienza la crescita dei bambini.

Non avevo preso in considerazione la possibilità di non avere figli, di non trovare il compagno giusto, o qualsiasi altro impedimento, la cosa che da sempre per me era la più naturale e normale per ogni donna non poteva non accadere.

Ma la vita non è mai andata da subito come immaginavo e allora dopo i primi mesi dove anche se un figlio non arriva è tutto normale, iniziarono le ansie, le preoccupazioni, e le paure per l’impossibilità di rimanere incinta.

Prima di accettare l’evidenza e decidere se ricorrere alla procreazione medica assistita provi di tutto:

provi a non pensarci e fai l’amore quando ti va

provi a pensarci e fai l’amore solo nei giorni giusti

provi a prendere la temperatura basale (termometro speciale, sveglia sempre alla stessa ora e grafici per capire dopo mesi qual è il giorno perfetto e sperare che non scenda mai…)

provi a  prendere integratori consigliati dalle amiche (perché tutte abbiamo un’amica che è rimasta incinta dopo aver preso qualche “bacca miracolosa“)

provi a monitorare l’ovulazione con gli stick canadesi (anche qui mesi e mesi di studio per comprendere come mai quelle lineette non sono mai così nitide come quelle del foglietto illustrativo)

provi, provi e provi…

Ma ogni mese alla vista del ciclo ti si spezza il cuore.

Perché se cerchi un figlio così intensamente, altrettanto intensamente la tua mente si burlerà di te facendoti percepire tutti i possibili sintomi di una gravidanza già dal giorno dopo il rapporto perfetto (quello avuto esattamente il giorno nel picco dell’ovulazione confermato dagli stick, muco, e dolorini alle ovaie).

Quanti test negativi, fatti da sola senza confidarlo a nessuno e buttati via con le lacrime agli occhi.

Dopo averle provate tutte senza alcun risultato ho iniziato a vergognarmi, come fosse una colpa.

La colpa di non riuscire a fare un figlio.

La colpa di essere una donna a metà.

La colpa di sentirmi sbagliata.

Ma le colpe sono altre!!

Così dopo aver sempre sorriso e risposto un secco ma poco convinto “non adesso!” all’unica domanda che non avrei mai voluto sentire :”Allora, quando lo fate un figlio?”, è arrivata la consapevolezza del “così non può continuare”, dovevo decidere se davvero desiderassi un figlio e farmi seguire in un centro per l’infertilità o farmene una ragione accettando quello che la vita aveva in serbo per me senza sensi di colpa vivendo il presente senza SE e senza MA.

Ai sensi di colpa per fortuna c’è una fine e scatta qualcosa nella mente che ti dona la consapevolezza di un futuro felice qualunque esso sia.

Questa è la prima volta che scrivo e parlo della mia infertilità, delle difficoltà vissute prima di stringere tra le braccia il dono più prezioso, non riuscivo ad accettarlo, ma dopo la malattia vedo il mondo da un’altro punto di vista e anche quello che prima mi lacerava l’anima adesso mi sembra un dono.

Mi sembra un dono essere riuscita a partorire in casa dopo aver scelto durante la gravidanza di farmi seguire dall’ostetrica.

Vorrei che nessuna donna mai si sentisse come mi sono sentita io, inadeguata, sbagliata, in colpa e vorrei che ogni donna un giorno potesse come me ritenersi fortunata.

Mi sento una donna fortunata perché ho avuto la possibilità di avere due bimbi, uno è arrivato grazie alla testardaggine della sua mamma e del suo papà che non si sono mai rassegnati ad una vita senza figli e hanno fatto più tentativi di procreazione medica assistita, fino al positivo di novembre 2011. Eravamo seguiti presso il Promea da dicembre 2010 ed era il mio terzo ed ultimo tentativo.

Hai presente quelle date che non si scordano mai?

Una di queste per me è il giorno in cui, dopo aver fatto (tremando e pregando chiunque fosse in ascolto) l’esame del sangue 14 giorni dopo la ICSI, mi hanno chiamata dal centro di PMA per comunicarmi l’esito delle Beta Hcg: “Signora sono positive, lei è incinta!”

Il cuore sembrava esplodermi nel petto, non si fermava più!!! E continua a battere ancora così ogni volta che guardo Sara dopo quasi 5 anni.

L’altro piccolo è arrivato in maniera naturale e inaspettata dopo 3 tentativi andati male di PMA come spesso accade quasi a burlarsi di tutte le sofferenze. Perché anch’io potessi dire una cosa nella quale non credevo e che detestavo sentirmi dire:  “Ma lo sai che quando ho smesso di pensarci è arrivato!!”

Le colpe sono altre e ricorrere alla PMA per realizzare un sogno ed avere la famiglia che desideravo non è una cosa di cui vergognarsi.

Mi piacerebbe essere d’aiuto alle donne che sono all’inizio di questo difficile, duro e a volte lungo percorso, così ho deciso di raccogliere e condividere testimonianze, emozioni ed esiti positivi per dare speranza a tutte le future mamme.

 

Post pubblicato sul blog Lettoaquattropiazze.it