Essere donna. Nascere madre – 2

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La mattina seguente mi svegliai con la triste inquietudine di chi ha fatto un brutto sogno, ma il mio incubo non svaniva alle luci dell’alba, il mio “uomo nero” non spariva sgranando gli occhi.

Tutto mi sembrava surreale, impalpabile e non riuscivo a smettere di pensare a come si fosse intrecciato questo particolare momento della mia vita, un tempismo da brivido, come se un genio maligno, un folletto dispettoso, si divertisse a mandare all’aria la mia vita nel momento esatto in cui ero pronta a compiere il primo importante passo verso di te, dopo inutili settimane di terapia; tutte quelle inutili lacrime, tutto quel turbolento e doloroso viaggio dell’anima per accettare e affrontare la tua assenza, tutto svanito in un secondo, tutto vano, perso. Bruciavo di rabbia e amarezza, poi Vittoria mi disse: “Tuo figlio è un eroe, si è sacrificato fino ad ora per te!”

E se fosse realmente stato così? E se il mio bimbo non fosse stato altro che il mio angelo custode? Certamente, se non avessi cercato di raggiungerlo, i miei occhi non si sarebbero curati del mio collo, la mia mente non si sarebbe interrogata sulla mia tiroide, non avrei mai scoperto la mia malattia o, peggio, sarebbe stato troppo tardi. Fino alla mattina del ricovero in ospedale mi sentivo abbastanza serena, sapevo di non aver scelta, non potevo sottrarmi alla mia vita, dovevo affrontare tutto e più fossi riuscita a restare calma, più sarebbe stato facile questo viaggio e presto sarebbe rimasto un lontano ricordo. Ma quella mattina andando via da casa crollai, sentii le mie gambe cedere al peso delle mie paure, tremavo e mi lasciai andare in un pianto silenzioso, mentre salutavo ogni angolo del mio piccolo nido che in quel momento mi sembrava una reggia; tutto, anche l’oggetto più banale era importante, aveva un valore speciale e sentivo di non potermene separare:«Io torno, perché tutto questo è la mia vita, perché nulla altrimenti avrebbe avuto un senso. Io riprenderò la mia vita e realizzerò tutti quei sogni che ho custodito nei miei cassetti.» Chiudendo la porta, però, inevitabilmente la paura parlò per la mia coscienza: «Chissà se tornerò.» Il primo giorno in ospedale fu lungo e interminabile, ma mi aiutò a capire cosa avrei dovuto attendermi dall’intervento e, giunta la notte, il mio pensiero era solo per te.

Amore di mamma, Angelo mio, sono qui questa sera sola e nel silenzio di questa corsia d’ospedale, le mie paure urlano come anime dannate. Avrei voluto più di qualunque altra cosa vivere di te, nutrirmi dei tuoi sorrisi, scaldarmi con i tuoi abbracci; ho creduto in questi mesi di essere io, forte, per noi, di poter affrontare tutto per te, per la nostra famiglia, ma tu hai già fatto per me più di quanto non abbia fatto io per te, l’eroe sei davvero tu. Io non ho ancora saputo donarti la vita e tu già mi stai dando la possibilità di rinascere un’altra volta. Prendimi per mano, piccolo mio, e portami a vincere la nostra battaglia, tu sei la mia arma migliore, tu sei il faro che ha acceso questo cammino e io non posso deluderti. (…)

 

Estratto di “Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

Essere donna. Nascere madre – 1

EssereDonnaNascereMadre-1920x820… Continuai il protocollo come indicato dal medico, acido folico in compresse dal primo giorno del ciclo e gonadotropina sottocute dal secondo al quarto. Io che ho sempre avuto una paura ancestrale per gli aghi e le punture, non saprei dire quante volte, in questi mesi, abbia chiuso gli occhi per farmi “bucare”: adesso anche la mia pancia diventava un colabrodo. Ogni sera alla stessa ora, come un rito, lasciavo che Andrea si occupasse di me, di noi, e mi somministrasse il farmaco; in fondo, fare l’iniezione per lui era l’unico modo per partecipare attivamente a questa avventura o, forse, era l’unico modo per sentirmi meno sola: quel momento, quel fastidio, quella battaglia, così, diventava anche sua, ed io avevo meno paura. Al quinto giorno del ciclo feci il primo monitoraggio ecografico e il primo dosaggio di estradiolo post stimolazione: ero emozionata, non avevo idea di cosa mi aspettasse, continuavo a chiedermi come le mie ovaie avessero risposto a quei giorni di trattamento ed ero terrorizzata all’idea che mi dicessero: “Qui tutto tace!” o, al contrario: “Siamo in iperstimolazione, dobbiamo sospendere tutto.”  E la mia mente non riusciva a far altro che riportare alla luce le emozioni provate ad Alcamo, quando durante l’ecografia Giorgio mi aveva detto che le mie ovaie non avevano risposto adeguatamente al CLOMID ed io avevo creduto di morire.

Questa volta però mi sentivo diversa: non ero sola, Andrea era al mio fianco, e tutto mi sembrava essere gestito con un’attenzione e una professionalità alle quali non ero abituata, ma che mi aiutavano a stare più serena e, soprattutto, alla luce di quanto vissuto fino ad allora, ero cosciente del fatto che non potevo far altro che stare a guardare e mettere la mia famiglia e la tua vita nelle mani di Dio. Trascorsero i giorni e un’ecografia dopo l’altra si avvicinava il momento della IUI: tutto procedeva al meglio e i medici mi seguivano con attenzione accompagnandomi in questo tortuoso cammino. Tutti disponibilissimi, mi sentivo quasi coccolata, un’atmosfera surreale ogni mattina in quella sala
d’attesa dove ormai gli stessi volti erano quasi familiari, altre coppie che come noi cercavano di coronare il loro sogno di famiglia, altre donne che come me vivevano l’angoscia di non poter essere madri, i nostri occhi si scrutavano timidi, una frase ogni tanto, ma tanta silenziosa complicità, accomunate dallo stesso terribile dolore.

Era quasi tutto pronto; al controllo del 25 marzo il medico mi disse che stavamo raggiungendo la condizione ideale, ancora un paio di giorni e avremmo potuto procedere.
Le mie emozioni avevano ormai preso il volo: se nei primi giorni dominava la paura della delusione adesso mi ero abbandonata alla piacevole sensazione della speranza, in fondo, c’era davvero la possibilità che tutto andasse bene e io volevo crederci, mi sentivo forte, felice, serena. Quella stessa mattina ricevetti la mail del dottor Attardi, l’endocrinologo, il quale mi chiedeva di incontrarci il giorno seguente al suo studio: era pronto l’esame citologico dell’agoaspirato tiroideo. Già, perché tra le altre cose, senza dargli alcun peso, mi ero fatta “pungere” il collo, certa, come tutti, che sarebbe stato negativo. Visto il mio quadro clinico, francamente associabile a tiroidite autoimmune, la scelta di fare il citologico era dettata solo dal voler scongiurare la maledizione delle diagnosi tra colleghi; il dottor Attardi, infatti, mi aveva più volte ripetuto sdrammatizzando:
“L’agoaspirato è praticamente superfluo, ma visto che sei una collega e moglie di collega lo facciamo, perché le cose storte capitano sempre con i colleghi.”
E con questo spirito acconsentii, seppur infastidita dall’idea di quella mega puntura.

Era un martedì sera, dopo una pesantissima giornata di lavoro: andai con Andrea all’appuntamento con l’endocrinologo, dopo una breve attesa ci accomodammo in una delle due sale da visita e sulla scrivania l’efficiente assistente aveva già preparato i miei referti, ma il medico non c’era ancora, così chiesi ad Andrea, ridendo come un bimbo che fa una marachella, di sbirciare. «Vale, non vedo bene, guarda che non arrivi nessuno… Tireociti… inclusi nucleari… È tutto normale!» «Andrea, scusa, ma nel linfonodo non devono esserci tireociti!» «Sì, ma sono nel nodulo… o nel linfonodo? Non vedo bene.» «Va bene, dài, lascia stare, che sto già per sentirmi male. Adesso, ce lo dirà lui.» Arrivò il medico: «Vieni, dottoressa.» Mi prese per mano e mi portò nell’altra stanza per una nuova ecografia. Qualcosa cominciava a non quadrare: «Perché di nuovo?» Chiesi.
«Questo linfonodo è ripetitivo, ci sono cellule tiroidee… Dottoressa, la dobbiamo togliere.» «Ma cosa?» «La tiroide… è un carcinoma.»

Ancora una volta, come una ghigliottina sul collo, la vita mi veniva addosso con rapida violenza, senza neanche darmi il tempo di capire, di pensare… Ancora una volta mi perdevo nel mio spazio virtuale sordo e muto, non poteva essere vero, e mentre Andrea mi asciugava le lacrime, ancora stesa sul lettino non potevo non pensare a te… Ancora una volta ero stata scaraventata lontano dal mio angelo proprio a un passo dall’accarezzarlo. La settimana a un tratto cambiò colori e profumi, dacché mi aspettavo giorni sereni di speranza a che ero finita nel baratro più buio… Avevo un cancro! Il dolore, la paura, la disperazione mi paralizzavano, non riuscivo a smettere di piangere, continuavo a chiedermi cosa avessi fatto per meritare tutto questo, come potesse Dio aver un simile progetto per me. All’improvviso, il mio orizzonte si era ridotto a un punto, tutte le possibili strade della mia vita erano sparite, ero di fronte a un unico terrificante tunnel senza luce né aria. Ancora una volta dovevo piegarmi al volere degli eventi e accettare di rinunciare a te e questa volta non solo a te, ma a tutto quello che fino a quel momento aveva dato un senso alla mia vita… mio marito, la mia famiglia, le mie amiche… Tutto l’amore che avevo dato e ricevuto era perso, avrebbe lasciato spazio a un immenso incolmabile vuoto, freddo e informe, solo bruciante dolore!

 

Estratto di Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

continua…

Madri comunque

“Niente contiene più stereotipi del mondo della maternità. E ne hai la conferma quando diventi mamma. Tutti ti dicono che è la cosa più bella che potesse capitarti, ora sei una donna completa, felice, forte, devi comportarti così, cosà, cosù, cogiù. Come dicono loro.  Perché si fa così, da sempre. C’è chi questa nuova condizione la veste a pennello. E allora sì, tutto vero. Finalmente. Ma c’è anche chi, invece, lì dentro fa fatica a muoversi e si sente da subito inadeguata. Però fa finta di nulla, per non sembrare pazza, squilibrata, fuori dal gruppo. E allora, finge.  Fingi, perché avresti un modo tutto tuo di comportarti, con tuo figlio. Che senti dentro, da dove non sai, ma c’è, e ti parla.  Senti, che tipo di mamma sei, tu, anche se non è esattamente quello che dicono gli altri. E i loro consigli, le frasi fatte, il perbenismo imperante, oltre che starti stretto, ti dà fastidio.  Reciti, scegli una parte e segui il copione. Ti adegui.  Così sorridi, a chi da te si aspetta un sorriso.  Rispondi Bene, a chi ti chiede retoricamente Come va. Ringrazi chi regala l’ennesimo giochino al nuovo nato, e non porta un pensiero per te. Tante sanno di cosa si tratta. Poche ne parlano. Tutte dicono essere un sogno, nessuna ammette che a volte è un incubo. Perché o la maternità è bella o diventa tabù. Non sono concessi giudizi negativi, non è concesso dire che è fatica, sacrificio, stanchezza, dolore, a volte disperazione. No, vietato. Da quando sono mamma, ho iniziato a guardarmi attorno, ad osservare le mamme in modo diverso. Ho capito che facciamo parte di un mondo dove sì, c’è tanto luccichio, tanto brillio, tanta felicità, ma ci sono tanti lati intoccabili, inviolabili, oscuri, che non si dicono. Perché di no. Ho esplorato, piano piano, l’universo della maternità attraverso le sue protagoniste. Le madri.  Donne che si sentono madri fin da bambine e donne che lo diventano con calma, col passare dei mesi. Ragazze che decidono di non diventarlo mai o che non vedono l’ora di esserlo. Uomini che sono molto più madri delle donne stesse, madri di figli naturali e di figli adottivi, madri in affido e donne che fanno diventar madri, madri violente e madri ferite a morte, donne disposte a tutto e donne che decidono di abortire. Donne della porta accanto che fanno i miracoli nella vita frenetica di tutti i giorni e donne manager, madri sostenitrici di ogni scelta dei figli e adolescenti che si trovano un pargolo tra le braccia. Madri, comunque. Ognuna a proprio modo entra a far parte di un universo dove i termini giusto e sbagliato lasciano il tempo che trovano, dove le convenzioni sociali, le opinioni degli altri e soprattutto i giudizi dovrebbero solo starne fuori. Fosse facile.  Non lo è per niente, facile. Perché quando si parla di madri, si parla di figli e si parla di vita. E la vita è come una funzione matematica, piena di variabili soggettive, non risolvibile con un’unica formula: ce n’è una per ogni essere umano, quindi una diversa dall’altra.  Meno male. Le testimonianze di questo libro descrivono alcuni modi di essere madri, sicuramente non tutti. Perché sarebbe impossibile racchiudere in un centinaio di pagine tutti i percorsi possibili, e quindi tutte le conquiste, della maternità.  Perché ognuna è una madre diversa dall’altra”

Tratto da “Madri comunque”, di Serena Marchi, Fandango Libri

Sta capitando proprio a me!

Tutti i cambiamenti mi spaventano. Ne fuggo. Li Rimando. A volte vorrei non avvenissero mai.

Così mi sposo e all’inizio mi prendo quello che oggi considero un lusso, non avere figli. Un cambiamento alla volta, mi dico. Non sono pronta, mi dico. Voglio concedermi di pensarci bene e di decidere se lo voglio davvero. Un figlio non è uno scherzo e nemmeno un passaggio obbligato. E mentre io mi trastullo in tutte queste profondità evanescenti, arriva l’esame di mio marito e piomba su di me, sbarra con violenza la mia strada verso il desiderio di maternità e diventa il punto zero, quello da cui tutto è cominciato o finito e ricominciato. E così proviamo, riproviamo, speriamo, ci illudiamo, soffriamo, litighiamo, ci allontaniamo. Scopro che un figlio lo volevo davvero e che ero solo un pò preoccupata, e scopro anche che forse non potrò mai averlo. Scopro entrambe le cose contemporaneamente dentro di me. Pazzesco. Niente di più lacerante e contraddittorio. Ma la mia vita è tutta una contraddizione. Mi professo scoraggiata, ma spero profondamente e fortemente ogni mese che il miracolo (di questo si tratterebbe) avvenga. E piango ad ogni falso ritardo. E piango ad ogni annuncio di gravidanza delle amiche, piango ad ogni battesimo e ad ogni regalino da comprare. E già perchè non sono proprio tutti così puliti e belli i sentimenti che questa disavventura ti porta a provare. E così la stima di te diminuisce sempre un pò di più. Non hai realizzato nulla, nel sul lavoro, nè sull’ambito personale. Non sei capace di condividere la gioia delle tue amiche che restano incinta con tutta la naturalezza possibile. Quella che anche tu avevi sognato e immaginato. Quella che capisci giorno dopo giorno che non avrai mai. E di questo devi elaborare il lutto.

Capisci che nessuno capisce. E questo fa male. Tutti sono pronti a minimizzare, a raccontarti la storia di quella gravidanza impossibile accaduta davvero, ma tu non ci credi alle favole, non ci crei più. Ti senti solo e ti isoli. E la vita di coppia è un’altalena, vacilla. A volte lo fai sentire così in colpa, che poi te ne vergogni. A volti senti che ti è rimasto solo lui.

Così ti apri alla pma, entri in questo mondo che è lontano un miglio dal tuo modo di essere, cerchi di convincerti che ce la farai ad affrontare tutte quell invasività, proprio come fanno altri.

Invece è pesante, avevi ragione. E’ qualcosa che ti scava al confine tra il fisico e l’emotivo, è qualcosa che ti cambia per sempre, è qualcosa che ti costringe a portare allo sbaraglio la tua intimità più profonda. Eppure lo fai. E c’è solo un embrione, un’unica possibilità congelata,in attesa dell’impianto. E che dire? Che leggere qui di chi ce l’ha fatta commuove e riscalda il cuore, che leggere di chi ha provato tantissime volte senza mollare ti fa vedere un altro modo di vivere la cosa che non sai se ti appartiene, ma la paura è davvero tanta e la forza a volte sembra venire meno completamente e la speranza è opportunamente seppellita da calcoli e percentuali, così per crearsi l’illusione di una protezione che forse non ci sarà mai.

Perchè una cosa ho capito, questa della maternità è una ricerca a carne viva e a cuore aperto, senza paracaduti nè protezioni.

La mia avventura più bella

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Come la maggior parte della coppie anche io e mio marito, dopo qualche anno di convivenza, desideravamo un figlio e così, dopo il matrimonio, abbiamo inziato a provare a realizzare il nostro sogno. I primi mesi la gravidanza, o meglio, la mancata gravidanza, non era per noi un peso insopportabile, anche la ricerca del figlio non era ancora diventata una nostra ossessione, ma poi, i mesi passavano e non c’era mai nessun ritardo.

Ci siamo confrontati e poi rivolti a degli specialisti, abbiamo fatto analisi, controlli, visite, code interminabili, abbiamo navigato su internet alla ricerca di risposte, abbiamo capito che la fecondazione assistita sarebbe stata la nostra nuova avventura.

Inizialmente non l’abbiamo presa bene, inutile negarlo, ci vergognavamo quasi a parlarne, poi abbiamo capito che non c’era niente di male, niente di vergognoso, avevamo un problema (uno dei tanti) e come tutti i problami andava affrontato e, magari, risolto.

Non è stato facile, mi sembrava di vedere ovunque donne incinte e neonati, carrozzine e tutine, probabilmente non era così, probabilmente camminando per strada è fisiologico incontrare una donna incinta o una donna con un neonato nella carrozzina, ma a me sembrava di vederle ovunque.

Dopo tutti i controlli abbiamo iniziato a “bucarci” in senso buono, era il momento degli ormoni, piccole punture sulla mia pancia che si preparava ad ospitare mio figlio.

L’avventura della maternità è così iniziata ancora prima di rimanere incinta, perchè prepararsi per la fecondazione assistita significa preparare il corpo a qualcosa che forse, e solo forse, accadrà.

E’ stato un percorso difficile ma, se mi guardo indietro oggi, non mi ricordo neanche il dolore o l’attesa,  se mi guardo indietro mi guardo con tenerezza, con il sorriso.

Non avrei mai pensato che sarebbe successo a me, forse è questo quello che ci frega, forse il fatto di non essere preparate all’eventualità, alla possibilità che avere un figlio non sia una cosa semplice o naturale è l’ostacolo ‘mentale’ è quello  più difficile da superare.

Un ostacolo che dobbiamo saltare, per noi, per i nostri figli, per aiutarli a non cadere nel pregiudizio e nella paura che, a volte, qualcosa può andare storto, può andare diversamente da quanto pianificato, per aiurali a comprendere e a capire che l’infertilità è una malattia e come tale va curata, non è un capriccio, è un desiderio che per prendere corpo ha bisogno di farmaci, fatica e qualche aiuto in più.

E poi, solo poi, arriverà la pancia, le nausee, il travaglio e quei leggerissimi tre chili sulle braccia che, se ti guardi indietro, ti fanno dimenticare tutto, anche la paura di non farcela.

Cronache dalla Clinica

Nel 2005 avevo 23 anni e piena fiducia nel potere della protesta e dell’informazione. Non esisteva Facebook però avevo un blog con un discreto numero di seguaci e una rete di connessioni virtuali su cui contavo molto. Fu la mia prima propaganda online. Volevo a tutti i costi che il referendum del giugno 2005, quello relativo alla legge 40 e alle “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” avesse successo. Speravo ancora che il nostro Paese fosse abbastanza avanti per potersi dotare di una legislazione un po’ più libertaria perlomeno quando si trattasse di innalzare il tasso di natalità. D’altronde pure il mio sussidiario delle elementari diceva che in Italia si fanno pochi figli!

Avevo soprattutto argomenti personali sul tema. Due cugini gemelli nati grazie a una fecondazione in vitro, una (ormai ex) suocera che lavorava in un centro pubblico all’avanguardia nella riproduzione assistita. Mi sembrava assolutamente fuori da ogni logica che un referendum così importante cadesse nel vuoto dell’astensionismo. Eppure così fu. E ci rimasi molto male.

Nel 2012, dopo un taglio netto alla mia vita in Italia, mi sono ritrovata a vivere a Barcellona. Il fato ha voluto che il mio primo datore di lavoro all’estero fosse proprio una clinica privata di riproduzione assistita. Non è che sapessi esattamente cosa vuol dire lavorare in una clinica così. Ci sono entrata senza un briciolo di istinto materno, coi miei 30 anni appena compiuti, una crisi esistenziale sulla coscienza e una fuga da una vita italiana che sembrava andare su dei binari di cui non condividevo più la direzione.

La mia esperienza con la riproduzione assistita era legata esclusivamente al lato affettivo ed empatico della ricerca di un figlio da parte di altri. Avevo condiviso la speranza della zia che si stimolava a forza di iniezioni di Puregon e che alla fine grazie a una tecnica di laboratorio si era ritrovata con due fagiolini disegnati sulla prima ecografia; e poi sapevo del lavoro quotidiano della ex suocera, infermiera nell’ospedale in cui erano nati quei due embrioni che poi sono diventati i miei cugini gemelli. Però pochissime idee, e confuse, sul percorso di chi quel figlio lo vuole ma che non può farlo in Italia.

Nel corso dei miei tre anni di lavoro alla clinica di fertilità ho visto centinaia di coppie. Venivano da Europa, Africa e zone recondite dell’emisfero australe in un meltingpot di razze e unioni che ogni tanto mi hanno fatto domandare fra me e me ‘ma come avranno fatto a conoscersi? Coshanno in comune? Come sono arrivati alla decisione di venire a Barcellona per avere un figlio?

Ho parlato con moltissime donne italiane, di alcune sono diventata quasi una confidente.

Ero la loro “coordinatrice”, quella che chiede di essere chiamata quando arriva la mestruazione (e molte volte si sorbisce dettagliatissime descrizioni su colori e texture del flusso mestruale). Sono stata la persona che organizzava il calendario e definiva la data in cui fare l’iniezione di Decapeptyl. Quella che spiegava come inserire un ovulo vaginale (si, a volte ho dovuto spiegare anche questo…) e che sceglieva la donatrice di ovuli che assomigliasse il più possibile alla paziente che di ovuli propri non ne aveva più.

Sono stata anche la persona che cercava di consolare il loro pianto quando il valore della betahcg era inferiore a 5 e no, purtroppo nemmeno stavolta è rimasta incinta e che gioiva insieme a loro quando finalmente il test di gravidanza era positivo.

Sono la stessa persona che aveva pianto di rabbia quando il referendum del 2005 era fallito e che per tre anni ha passato otto ore al giorno a parlare di mestruazioni, inseminazioni ed embrioni con coppie speranzose di diventare genitori.

Non so ancora se sarò madre, un giorno. Ho le idee molto più confuse delle pazienti con cui ho parlato durante i miei tre anni alla clinica. Ma è anche grazie alle loro storie che ho avuto modo di imparare quanto possiamo essere forti, noi donne, e quanti sacrifici siamo disposte a fare pur di essere felici. Le “donne della clinica” mi hanno insegnato molto più di quanto immaginano: mi hanno dato un esempio di cosa vuol dire inseguire con determinazione un sogno, quello di diventare madre.

 

 

 

 

Mattia il nostro miracolo

Ciao vorrei donare la mia storia a tutti coloro che percorrono questo cammino e ogni tanto perdono la speranza. ..cosi come facevo io… mi presento Sono Chiara sposata da ben 11 anni con Peppe..i primi anni sposati non pensavamo nemmeno ad avere un figlio..o per di più in me c’è stato sempre quel desiderio di mamma ma non ci mettevo tanta testa…ma gli anni passano e quel desiderio diventa pian piano il mio bisogno primario. ..così avendo da sempre un ciclo irregolare ogni mese inizia la corsa al test..ma con un susseguirsi di delusioni..il mio ginecologo diceva “c’è tempo stai tranquilla “ma gli anni passavano e tutto taceva..finalmente troviamo il coraggio di prendere in mano la situazione e di iniziare a fare dei controlli iniziando da mio marito  visto che i miei problemi li sapevo già. .l’andrologo dopo esami ci consiglia di ricorrere alla fecondazione se non volevamo più prenderci in giro con le infinite cure..così scrive una lettera al mio ginecologo. .e lui che fa?se ne lava le mani dicendoci che c’erano tanti centri a cui poter rivolgerci. .così amareggiati dal suo non Aiuto ..ci affidiamo alla tecnologia e iniziamo la ricerca dei centri su internet. ..premetto che sono siciliana precisamente di siracusa..prenotiamo con mio marito una visita a ct  in un un centro a pagamento e il giorno successivo una a Roma con un prof londinese. .era febbraio 2011..dalla visita catanese usciamo più confusi di prima ..ci sentimmo rubati i soldi senza tanti chiarimenti. ..della visita Romana uscimmo veramente soddisfatti e decidemmo di affidarci a loro che come sede per la fecondazione l’avevano a Napoli. ..così tramite questo prof ci affidammo ad una ginecologa catanese..che poteva seguirci nei diversi esami da fare prima e in tutta quella che concerne la preparazione alla icsi. ..insomma iniziano i viaggi a ct…le corse per rientrare in tempo dai permessi a lavoro..le cure preparatorie. .insomma tutto nel massimo dell’ottimismo. ..arriva finalmente il giorno della partenza per Napoli per poter fare la tecnica era luglio 2011..eravamo fiduciosi e felici…fatto tutto in clinica privata ..su 7 se ne fecondarono 3..fecero il transfer di tutti e tre..ma il risultato fu un bel negativo. .e mesi e mesi di lacrime..ma ci rimettiamo in corsa e affidandoci sempre alla mia ginecologa di ct provammo con diverse cure..ma i mesi passavano..ad un anno dal tentativo fallito parliamo di agosto 2012 arriva una gravidanza del tutto spontanea ma finita in aborto alla 7 settimana. .non potete immaginare neanche il tempo di essere felice che finiamo di nuovo nel tunnel della disperazione. .la perdita di un figlio ..quale dolore più grande. ..ma la corsa continua con cure speranze date dal ginecologa che tutti i mesi ne usciva una nuova. .ci rendemmo conto che la signora dottoressa aveva capito come raggirarci e fregarci denari. .decidemmo così visto che dovevamo andare a milano a trovare mia sorella di sentire qualche altra campana e prenotammo 2 visite una al Mangiagalli e un altra all’humanitas di Rozzano. .lo fecimo presente alla carissima dott.ssa e Lei rispose con queste parole “potete andare in capo al mondo il risultato sarà zero””😱😱quelle parole ci ferirono profondamente. .fecimo le 2 visite entrambi ci dissero che unica soluzione era icsi inutile perdere tempo con cure…e ci misero in lista ..era novembre 2013..gennaio 2014 ci chiamano da humanitas icsi prevista per marzo. .si riparte per ulterIori esami a gennaio ..e poi eccoci a marzo dopo la preparazione ..il 7 marzo 2014 vengo sottoposta a pick up…ambiente sereno infermieri e dottori super…poca roba prelevata. .e il 10 marzo transfer di solo uno…ma la biologa mi disse così “signora è solo uno ma molto molto bello”potete immaginare me..ero già sicura che sarebbe andata male….ma quell’uno quella lucina bianca vista nel monitor quel 10 di marzo oggi ha un nome si chiama mattia ha 2 anni ed è il miracolo della nostra vita…con questo voglio dirvi di ascoltare il vostro cuore e di non arrendervi mai..scusate se sono stata lunga..

VALORI BETA BASSI

Il titolo credo la dica lunga sulla situazione che, da ormai due mesi, stiamo vivendo io e mia moglie ma parto da principio. Il 5 novembre scorso sono stati impiantati due embrioni nell’utero di mia moglie (ultima mestruazione 18/10/16). Il 16/11 abbiamo fatto il test. Risultato: positivo. “Happiness” allo stato puro. Abbiamo contattato il nostro ginecologo per capire come comportarci  (veniamo da una brutta esperienza vissuta l’anno scorso a ottobre – aborto tra la 9^ e la 10^ settimana). Il dottore, considerando il nostro precedente e la situazione delicata  (mutazioni genetiche, pressione alta, ipertiroidismo, perché non ci facciamo mancar nulla…) ci ha consigliato di monitorare ogni tre giorni anche perché le prime beta non l’hanno entusiasmato.

Affinché anche voi possiate avere un’idea più chiara fornisco di seguito valori beta e date:- 16/11 beta 42,75- 19/11 beta 99,00- 22/11 beta 176,30- 25/11 beta 390,00- 28/11 beta 834,00- 01/12 beta 1.210- 05/12 beta 1.540. Con questi valori abbiamo fatto una eco, su consiglio del nostro ginecologo, e abbiamo visto una camera in utero. Il 09/12 beta 4.160; 12/12 beta 4.940, a questo punto il ginecologo ci ha detto chiaramente che non ci sono molte speranze e ci ha invitato a sospendere le cure (eutirox, adalat, progynova, progefic, aspirinetta, seleparina) in attesa delle rosse.

Abbiamo chiesto se sarebbe stato opportuno fare una eco prima di sospendere tutto ma il dottore l’ha ritenuta superflua. Potete immaginare il nostro stato d’animo. In due anni, dopo sei anni di tentativi, due volte incinta e due k.o. tecnici al primo round. Ad ogni modo, non contenti, abbiamo deciso per il fai da te. Ho contattato un mio amico ginecologo e ho chiesto una visita di controllo straordinaria (lui sa che non è il nostro medico). Ha fatto accomodare mia moglie sul lettino, si è armato di sonda e abbiamo visto, dalla eco, un feto di dimensioni regolari secondo la 7^ settimana e abbiamo ascoltato il battito cardiaco.

Perché io no?

Il suo ottimismo mi infonde coraggio,  anche se le sue parole mi fanno capire che considera questo figlio un problema più mio che suo, che in qualche modo lui se ne tira fuori.  E’ un colpo al cuore, ma non protesto.  La frase suona tristemente vera.  Sono io che voglio avere un figlio, io che ho cominciato a scalare le montagne per soddisfare il mio desiderio. Lui mi viene dietro, fino a quando?

Sto scoprendo a mie spese che la ricerca forsennata di maternità è veramente una delle prove più dure nella vita di coppia. Ora riesco a credere che molti uomini abbandonano la compagna solo perché non riescono  più a sopportare la tensione che deriva dalla costante presenza di un medico che guidi i tempi dell’amore, e           dall’ incessante altalena di speranze e delusioni. Guardo Massimo, così tenero e sorridente, e mi chiedo se fuggirà anche lui, e come reagirò io, e cosa ne sarà allora della mia vita.  Vorrei parlargli dei miei timori, ma evito. Non è il momento di cominciare un discorso  complicato. Non qui, non adesso.   Siamo stanchi tutti e due , e io debbo riposare per il viaggio.  Ma queste considerazioni pratiche non ci impediscono di concludere la serata in una maniera romantica. E così arriviamo al viaggio: partenza alle cinque del mattino, come da programma.  Rosa mi aspetta sotto casa con due brioche ancora calde e una spremuta d’arancia per colazione. L’autostrada è deserta. Cosa volere di più? Parliamo di cinema, libri, amori e della love story sfortunata di Carlotta e Simone. Certo è la vita, come dice Monica, ma a volte la vita fa schifo, dico io. Rosa sorride. “Conoscendo Carlotta, non mi preoccupo troppo. Cadrà comunque in piedi.”

 

Tratto da “Perché io no?”, di Nicoletta Sipos, Sperling & Kupfer

Sul nascere

Serena si sbaglia. Io faccio l’embriologa e non sono né indifferente né tantomeno distaccata. Se potessi mi piacerebbe spiegarle che i Cervelli possono parlare con altri Cervelli solo con le parole, proprio come sto facendo adesso con voi. Un Cervello può parlare con il proprio Cervello: attraverso i pensieri, come ciascuno di noi fa in questo momento con se stesso. Ma quello che serve ai suoi ovociti non è che io parli con lei, ma con il suo Corpo. E il Cervello non può parlare con il Corpo. Con i corpi che sono di fronte a noi o con il nostro stesso corpo possiamo parlare solo attraverso un linguaggio chimico, attraverso quello che gli facciamo fare, ad esempio. E se i corpi di coloro che vengono qui non ce la fanno a fare un bimbo, li aiuterà il mio corpo, li aiuteranno le mie mani.

A nulla servirebbe la mia simpatia o la mia comprensione che aiuterebbe il suo cervello, ma non servirebbe a darle quello che lei chiede. A nulla servirebbero le mie parole: l’ovocita è un corpo, lo spermatozoo è un corpo e non possono ascoltare né le mie parole né i miei desideri. Io posso parlare con loro solo con le mie mani, utilizzando strumenti e manopole. Solo le mani: fredde, come quelle di un killer. Attente, come quelle di un assassino che non voglia lasciare tracce.

C’è una sola differenza tra le mie mani e le mani di un assassino: più saranno spietate, le mie mani, più saranno in grado di dare la vita. Anziché toglierla. Io non posso tremare, e le mie mani non possono sbagliare. Un errore significherebbe solo dolore.

 

Tratto da “Sul Nascere”, di Carolina Sellitto, C1V Edizioni