Proviamoci ancora

Il primo tentativo era fallito, è vero. Ma noi avevamo bisogno e voglia di guardare la parte positiva dell’insuccesso: eravamo arrivati ad un passo dalla vetta, ero rimasta incinta, quindi poteva ancora funzionare. Non eravamo poi così sbagliati.

Sapevamo fin dall’inizio che non avremmo provato all’infinito, che non ci saremmo accaniti né contro noi stessi, né verso la vita e ciò che ci stava togliendo, o proponendo, in quel momento. Non so se si trattasse più di lucidità, o accettazione, o fatalismo o spirito di sopravvivenza. Credo che entrambi avessimo dentro di noi una buona dose di tutti questi fattori.

Ma non potevo e non volevo tirarmi indietro. Qualunque fosse stato il risultato, per noi era importante averci provato fino in fondo, averci dato una possibilità concreta di avere quel figlio tanto desiderato. Avevamo bisogno di non coltivare alcun rimpianto.

Così, affrontai il mio secondo tentativo di procreazione medicalmente assistita. Questa volta il successo fu addirittura maggiore: il numero di embrioni prodotti era superiore a quello della prima volta, avendo così la possibilità di ricorrere alla crioconservazione.

Che brutta parola! Mi ha sempre spaventata e lasciata attonita: potevamo mettere in congelatore gli embrioni per poi utilizzarli in un eventuale tentativo successivo. Un po’ come quando la mamma preparava le verdure per tutta la settimana!

Era perfettamente legale, estremamente sicuro e controllato, e nel caso non fossero stati utilizzati li avremmo potuti donare alla scienza. Ma questo non bastava a rasserenarmi. Una parte di me restava ancorata al sogno romantico di una gravidanza dopo un rapporto di amore, e invece mi trovavo davanti al frigorifero e nelle mani di una biologa.

Dovevo fare un continuo sforzo per modificare questa immagine e trasformarla in un’opportunità. L’ennesima opportunità che il progresso scientifico ci stava offrendo. L’ennesima messa alla prova dei sogni, dei principi e della volontà.

Ma noi di volontà ne avevamo da vendere e siamo andati avanti, accollandoci tutto il resto.

Dopo alcuni giorni dal trasferimento in utero degli embrioni, la mia attesa non era trepidante come la prima volta. Sentivo che non stava succedendo nulla dentro di me. Sapevo che questo non aveva alcun significato, tante gravidanze iniziano senza sintomi specifici o forti. Ma io ero in contatto con me stessa come forse non lo ero mai stata prima. E sapevo già.

Il risultato del test mi diede ragione. Neanche la sofferenza fu la stessa. Iniziavo ad assuefarmi a quel pugno in faccia che arrivava ogni mese da anni. E poi, avevamo pur sempre il congelatore pieno.

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Si fa presto a dire madre

“[…] gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.”
Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana.

Non sono stata una bambina felice. Ricordo le mani premute forte sulle orecchie, per non sentire le urla, i litigi. Ricordo le botte, stralci di un’educazione antica che tramanda quanto si è ricevuto. Ricordo gli sforzi sinceri ma maldestri di farmi contenta, nonostante chi tentava di farlo la gioia non la conoscesse. Ricordo una conflittualità violenta nella trama degli affetti, la competizione che montava in cavalloni e finiva per appiattire ogni successo, grande o piccolo che fosse.

Ho inseguito l’approvazione sempre dirottata di mia madre e di mio padre. Non ho amato mia sorella per anni, per il solo fatto di vedere in lei un metro di paragone, per la rivalità feroce che s’era instaurata davanti ai nostri genitori.

Esistono modalità educative fallimentari, la maggior parte. E quasi tutte applicate con le migliori intenzioni. Ma tanto si può riparare crescendo. Si può imparare persino ad amare quanto si è detestato, a mettere a margine del piatto quel ricordo che ancora ci fa soffrire. Bisogna dare la colpa al contesto, all’età, a una serie di cose che da bambini non si sanno controllare. Anzi, cose che fino ad un certo grado avanzato di maturità, non si immagina neppure si possano controllare.

Il mio desiderio di famiglia credo sia nato da lì, da quella spinta costante al cominciare che Hannah Arendt attribuisce all’essere umano, di natura. È per quello che si nasce, per iniziare. E lo stesso morire, di per sè, è un diverso inaugurare. Anche se la ricaduta è sulla vita degli altri, di chi resta.

La famiglia non è forse un processo creativo singolarmente, ma una trasformazione che ha della chimica il segno, l’amore, il contagio. In un libro, forse uno dei più belli letti recentemente sul tema, per la sua presa diretta, affatto artificiosa all’argomento, Si fa presto a dire famiglia di Melita Cavallo (Laterza, 2016) – libro che fa il paio con un volume uscito di recente I segreti delle madri(Laterza, 2017) – l’autrice riporta un detto napoletano che dal dialetto traduce così: “Tu puoi vivere senza sapere perché, non puoi vivere senza sapere per chi.”

Ed è proprio in questo regime di inconsapevole, forse anche involontaria dipendenza, che per buona parte si gioca l’amore in una famiglia. Anche e soprattutto quello materno.

Ho chiesto d’avere un figlio a trentuno anni. Eravamo giovani ancora ma su quella linea di confineche preme alla scelta, spinge alla decisione. Non più ragazzo, nè adulto, ma genitore.

 “Lo vuoi un figlio tu?”

“Ma adesso, intendo. Ci proviamo?”

Ricordo una conversazione con Ryosuke, su una panchina. Eravamo fuori da un rutilante centro commerciale, lo Yodobashi Camera di Kichijoji che gridava inviti, e colori e lucine, e non c’era pausa nel commercio, nel diverso, materialissimo desiderare, cose, cellulari, piani di acquisto di impianti stereo e poi e poi e poi. E poi.

È curioso come si dica “provare” ma non lo si pensi davvero. Che di sicuro succede, perché non dovrebbe del resto?

Tutti hanno figli, anche gli insetti, lo scarafaggio nell’intercapedine della parete, il corvo che sghignazza la mattina planando sui sacchi incustoditi dell’immondizia, la popolazione di donne panciute che gonfia le strade di questa capitale d’Oriente, d’ogni capitale d’Occidente. Tutte le star che infestano di ventri in posa egizia le copertine delle riviste, con i loro glutei magri nonostante, le espressioni pacificate, oppure fiere, i volti sorridenti di chi ha un’altra fortuna (vera? chi lo sa…) da esibire.

Eppure quel gennaio, era forse dicembre?, ricordo limpida la sensazione contraria. L’idea, l’intuizione che non sarebbe stato automatico così come ce lo si aspettava.

Vai a capire perché.

Forse perché sono stata abituata dalla vita che le cose non vengono a me con facilità, che sono condannata per un qualche dono fatato, ricevuto forse alla culla da una strega pasticciona, a dover percorrere con una consapevolezza integrata ogni via.

E l’intuizione si sarebbe rivelata esatta. Perché avrei imparato nel dettaglio come nasce un bambino, quale preciso processo porta alla procreazione. Ogni fase, ogni step che dal naturale passa all’artificiale, pur di tornare un giorno al naturale.

E, lì dove possibile, lì dove si voglia, che si possa anche dimenticare quanto ha preceduto il risultato che si accudisce.

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Essere una quasi-mamma PMA

Ero alla nona settimana, se non ricordo male, quando ho dato il permesso a mia mamma di dare l’annuncio a qualche conoscente stretto, e tra i primi c’è stata una sua vicina di casa. Sua figlia ha qualche anno più di me, non vorrei sbagliare ma credo che ne abbia almeno una quarantina, forse di più. So da anni che ha difficoltà a concepire, ma ragazze sapete benissimo anche voi che non sono cose di cui si chiacchiera fuori in giardino con in mano una tazza di thé. La madre ne aveva accennato a mia madre, dicendole qualcosa come “A. sta cercando di avere un bambino, ma non arriva”. E dev’essere il periodo in cui io e Maritino iniziavamo a sospettare fortemente che qualcosa non andasse, ricordo che mia mamma mi rassicurò sul fatto che non si era sbottonata. Poi ricordo che una mattina ho incontrato questa signora in Ospedale, credo fossi andata per il mio primissimo dosaggio ormonale, e in qualche modo mi ripeté che A. stava avendo delle difficoltà; io le chiesi se avessero fatto delle analisi e lei mi rispose di sì ma che era tutto nella norma. Credo sia stata la volta in cui più mi sono “esposta”, perché sono sicura che per come le ho parlato, anche se non ho detto niente di che, si capisse che conoscevo le procedure iniziali. Insomma, qualche tempo fa mia mamma le ha detto della mia gravidanza, e la vicina le ha detto che invece sua figlia ed il marito si erano fatti seguire in un ospedale in Lombardia (mi sembra!), che l’autunno scorso aveva avuto un aborto e da lì avevano deciso di non provare più.

Io faccio l’impiegata, e con qualche cliente o fornitore ho intrapreso negli anni un rapporto piuttosto informale anche se non proprio intimo. Anni fa avevo chiamato un cliente chiedendo dell’impiegata con cui ho più contatto, e mi rispose una sua collega. Mi disse che C. non c’era, e disse qualcosa tipo “Eh, poverina, chissà che sia la volta buona e questo tentativo vada a buon fine!”. Cosa che tra l’altro non mi era piaciuta per niente, perché anche se C. mi sta molto simpatica e la trovo un’ottima persona, non per questo una dovrebbe sentirsi in diritto di spandere notizie in lungo e in largo… Comunque capii che c’entrava la difficoltà a rimanere incinta, ed in effetti l’anno scorso o solo qualche tempo prima, durante una telefonata, si entrò in argomento vacanze e C. mi chiese se sarei andata in ferie con mio marito ed i figli. Le dissi che non avevamo figli, usando un tono di voce dal quale si potesse capire che non era una nostra scelta. Mi rispose che ero giovane e che sarebbero arrivati, e io le risposi “Mah, ho poche speranze” e lei aggiunse se che lei sì, oramai vista l’età se l’era messa via. Qualche settimana fa, con l’occasione di una telefonata, le ho dato l’annuncio e lei è stata veramente carina e sinceramente felice (o è stata brava come io non riuscivo ad essere, perché l’impressione era proprio questa); ma nonostante questo ho “minimizzato” trattenendo l’entusiasmo, l’ho ringraziata e appena ho potuto sono tornata a parlare di lavoro. E mi rendo conto che ogni volta che la sento non mi soffermo più di tanto sul personale.

Questa mattina mi ha chiamata l’impiegata di un altro nostro cliente, M. Non mi sta proprio simpaticissima, devo dire, infatti sto finendo il quarto mese e solo oggi le ho detto della gravidanza. E’ che mi sembrava brutto aspettare ancora, e quando mi avesse chiesto l’epoca gestazionale dirle “Ah sono in otto mesi!”. Anche lei è stata molto carina, mi ha detto che anche una sua collega è quasi a termine e mi ha detto che sono giovane. Mi sono messa a ridere e le ho detto “Beh, mica tanto! Quest’anno sono 35!”, allora lei mi ha detto che ne ha 43, e poi ha detto una cosa che mi ha fatto male. “Che bello, tutti questi bimbi in arrivo! Peccato, da me non sono voluti venire”.

Cos’hanno in comune questi tre episodi? Fondamentalmente che mi sento uno schifo, perché io ho una bambina che cresce dentro di me, e loro no nonostante tutti i loro sforzi. Mi sento male perché mi sento invidiata, e mi sento invidiata perché fino a ieri io ero una di loro ed io invidiavo molto chi aveva il pancione, lo sapete bene. Anzi, io sono una di loro, e non glielo posso dire, non posso dire “Conosco un centro che lavora bene” oppure: “Ma qual è il tuo problema?” ; “A chi lo dici!” ; “Che cure avete fatto?” ; “Ma sai che ora si può ricorrere all’eterologa?” ; “Questo è il mio blog, vieni a leggermi!”.

Perché è questo il motivo per cui ho aperto il blog, principalmente: condividere la mia esperienza con chi si trovava nei miei stessi panni ed aiutare chi ne sapeva meno di me.

E non dico che ora mi sembri tutto inutile, ma mi chiedo perché dovrei essere così aperta dietro lo schermo e non di persona…

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Una luce in fondo al tunnel

mi sono sposata nel 2009, l’idea di avere un bambino c’era ma avevamo 28 anni e avevamo voglia di vivere prima di avere un figlio. I primi tre anni quindi ci dedichiamo a noi e ai viaggi e scorrono felicemente. Poi arriva la chiamata di colpo! Quella voglia di maternità arriva all’improvviso e comincia la ricerca. Una ricerca da subito mirata, lo volevamo e pensavamo che bastasse il desiderio per avere il nostro bimbo.

E invece no! I mesi passano e non succede niente, passa il primo anno da quel San Valentino in cui avevamo romanticamente deciso di cominciare la ricerca e siamo ancora noi due e basta! Nel febbraio 2013 comincia la mia “carriera” nel mondo della pma. Si parte con i primi esami: tutto ok per entrambi, classificati “sine causa”. Due IUI fallite, altri esami e un valore non torna. A 32 anni ho una riserva ovarica paragonabile ad una donna di 42: classificata “scarsa riserva ovarica”.

Passiamo alla fecondazione in vitro e nel giro di un anno e mezzo ci proviamo per ben 4 volte! Noi siamo determinati, vogliamo il nostro bimbo ma non basta e con noi la medicina fallisce miseramente. Due fecondazioni complete con risultato negativo e due bloccate a metà strada per scarsa risposta ovarica.

Siamo stanchi, gli anni passano, il tempo vola e noi non ci evolviamo, siamo fermi, inermi e non ce la facciamo più. Comincia un periodo di elaborazione di coppia dove cerchiamo di riprendere in mano la nostra vita. Ci rassegniamo alla mia infertilità ma non all’idea di avere un bambino e quindi a dicembre del 2016 decidiamo di iscriverci al corso preadottivo per capire se quella può essere la nostra strada. A Febbraio del 2016 decido di provare per l’ultima volta con la pma, la prendo sportivamente, sono certa della non riuscita ma non voglio rimpianti e provo per l’ultima volta. Quarta stimolazione in cui so che sarà l’ultima volta che mi buchero’ la pancia per imbottirmi di ormoni. Dopo sei giorni di punture mi danno lo stop della terapia: “signora qui non c’è più nulla di buono, cominci a pensare all’eterologa”. Una grossa delusione ma anche una grande liberazione! L’eterologa non fa parte dei nostri piani, non è una cosa che ci sentiamo di fare e quindi chiudiamo il capitolo del mondo della pma. Una grande liberazione, nessuno da chiamare, nessuna visita, nessuna incertezza sul centro da scegliere ma soprattutto addio stimolazioni, interventi e grosse aspettative!

Il 2 aprile, convinti più che mai siamo davanti il tribunale dei minorenni e depositiamo la nostra domanda di adozione. Un mese dopo, esattamente il 12 Maggio alle 17:00 in punto, dopo giorni di dolori premestruali, sono in bagno con, per la prima volta in vita mia, un test in mano. Un test che mostra subito e senza esitazione quelle due linee che per anni ho sognato di vedere! Il 12 maggio scopro di essere incinta!

Guardo quel test che ancora oggi è lì nel cassetto del bagno e sono sconvolta di quello che sta accadendo. Il 12 maggio del 2016 riprende la mia vita da quel San Valentino del 2012 in cui decidemmo di avere un figlio!

E stato uno shock incredibile! Così incredibile che sia successo tutto in modo naturale che nonostante sentissi i suoi calcetti e avevo la pancia,  non potevo credere che stesse succedendo proprio a me!

L’8 gennaio del 2017  è nato il nostro miracolo!

Mi sono sentita dire tante volte “non ci pensare” e tutte le volte mi arrabbiavo perché è impossibile non pensarci. L’equilibrio mentale l’ho raggiunto quando io e mio marito abbiamo deciso di abbandonare la medicina. Quei tre mesi in cui abbiamo pensato solo alla domanda di adozione e al benessere di noi due sono stati bellissimi ed è lì che è successo l’incredibile!

io non so se è stato un miracolo o la semplice botta di c… ma oggi mi guardo indietro e sono contenta del percorso che io e mio marito abbiamo fatto. Abbiamo sofferto tanto e ci siamo rialzati tante volte e se oggi siamo ancora più uniti lo dobbiamo a tutto quello che abbiamo passato!

Oggi il mio bimbo ha sei mesi, a volte penso all’adozione e a quel percorso che avevamo scelto e sono sicura che saremmo stati ugualmente felici perché quello che conta è la forza della coppia… la forza dell’amore!

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Un dolore senza colore (infertilità, sogni, realtà)

Ami correre.

Più di ogni altra cosa al mondo.

E sei pure brava. Hai grandi potenzialità. Chissà, potresti diventare una grande maratoneta, un giorno.

Hai intenzione di allenarti a fondo per riuscirci, perché questo è il sogno della tua vita.

Un giorno sei coinvolta in un incidente, senza averne alcuna colpa. Entrambe le gambe ti vengono amputate.

In un istante, la tua intera esistenza viene stravolta. I tuoi piani, annullati dal destino.

Non puoi più correre.

Non puoi più fare ciò ami di più.

Non potrai mai realizzare il tuo sogno.

Imprechi, ti chiedi “perché proprio a me?”, urli contro il cielo, ma non serve a niente. Non esiste risposta.

I medici dicono che, grazie alle protesi, forse potrai tornare a correre, un giorno. Ma è una strada lunga e faticosa, che non sai se riuscirai mai a percorrere fino alla fine. Insomma, il sogno di vincere maratone ora è veramente lontano anni luce.

Ti senti (sei!) mutilata, nell’anima ancor prima che nel corpo. Ti senti brutta, inutile, non vedi più un futuro. Continua a leggere

Un bimbo che per cento lune è stato solo un’idea

La storia tutta, intesa come avevo concepito di raccontarla, non la posso donare poiché è un romanzo edito. Posso donarvi comunque – in una sorta di metanarrazione – la storia della storia.

Mio figlio è stato solo un’idea per cento lune. Che, se fate i conti, fanno quasi otto anni. Otto anni come tante li hanno conosciuti, fatti di cortometraggi immaginari, odore di disinfettante, un’infertilità a cui non hanno mai saputo trovare un aggettivo, sale d’aspetto dall’aria viziata, vene pregiudicate, un aborto devastante, beta che erano sempre zerovirgola, scelte che arginavano il fato, corsi alle asl, corsi agli enti. E lacrime cacciate indietro, espressione celata delle stimmate del corpo e dell’anima. E poi è arrivata quell’estate. Quella di un paio di anni fa era rovente quanto quella di quest’anno. Ed eravamo sereni, finalmente. La disponibilità all’adozione era stata spedita da poco, e anche le parole che non avevo detto in tutti quegli anni, e che avevo messo su carta, erano state spedite a qualche editore selezionato. All’inizio del mese di agosto mi aveva contattato il direttore di Autodafé Edizioni di Milano, facendomi una proposta allettante per il mio “Cento Lune”, romanzo dal titolo provvisorio che è diventato definitivo. Dieci giorni dopo ho perso il mio gatto. A Ferragosto il ciclo che aspettavo non arrivava. Pensavo fosse il dolore per la scomparsa del gatto.

E invece era Fabio.

Era quella possibilità che non avevo considerato nemmeno remota, prima di quel ritardo di dieci giorni, tanto apprezzabile da diventare convincente, accompagnato com’era da un imbarazzo di stomaco. Il gatto era tornato, e il cinico bastonico che non aveva mai due linee, come realtà e finzione avevano spesso dimostrato, aveva due linee nette. Indiscutibili. Quel giorno di fine estate è stato l’inizio di una storia in tre. Da quel giorno, mi è parso di seguire un fato non dettato dalla volontà ma da qualche meccanismo onirico che mi lasciava fuori dal processo decisionale. Mi sembrava di sognare, sì, ma non mi sono mai sentita la salvata tra i sommersi. Mi sono sempre sentita Persona e Donna completa. Persona e Donna completa anche grazie al mio ventre che per tanto tempo è rimasto vuoto.

Un momento di straripante magia

Potevamo soltanto aspettare.

Che peso, l’attesa! Non potevamo aggrapparci a nulla, se non a quella telefonata. Nessun segnale fisico, nessuna indicazione nel documento che mi aveva rilasciato l’ospedale, nessuna statistica incoraggiante, nessuna esperienza che potesse darci qualche spiraglio. Niente. Dovevamo necessariamente imparare ad attendere.

Ma quella telefonata arrivò, e fu meravigliosa: i miei pochi e sgangherati ovuli, uniti agli spermatozoi di mio marito, avevano prodotto tre embrioni di buona qualità. Potevo presentarmi in ospedale per il trasferimento in utero.

Così feci, da sola. La procedura non richiedeva che la donna fosse accompagnata perché il trattamento era senza anestesia e indolore. “Io sono abituata a cavarmela da sola”, pensai, e condivisi con mio marito che avrebbe potuto risparmiarsi l’onere di un’altra lunga attesa.

Quando mi presentai al solito posto, in ospedale, scoprii che tutte le altre donne presenti erano con i propri compagni. Iniziai ad interrogarmi sul senso di quella scelta. La mia, la loro. Ero più forte? O ero meno disposta ad aprirmi al supporto degli altri? Ero più pragmatica? O non avevo compreso il senso profondo di quel momento? Non ero ancora giunta ad una risposta definitiva quando accanto a me si sedette un’altra donna. Sembrava sola anche lei. Questo mi rassicurò. E iniziammo a parlare.

Finalmente, ero riuscita ad entrare in contatto con una mia sconosciuta compagna di viaggio. Con facilità ci scambiammo pareri, informazioni, esperienze e timori. L’attesa si alleggerì e poi entrammo, quasi insieme.

Eravamo vicine di letto, come il giorno del prelievo. Questo ci consentì di proseguire la nostra chiacchierata per tutto il tempo. E quando fu il momento di salutarci, sentimmo entrambe il desiderio di restare in contatto, scambiandoci i numeri di telefono.

Anche in questa occasione, il via vai tra la sala operatoria, la stanza dei trasferimenti ed il salone con i letti, era frenetico. Sembrava che nulla fosse cambiato, che ogni giorno si ripetesse esattamente uguale al precedente ed al successivo. Per fortuna, anche la calda accoglienza e la simpatia del personale di supporto era una costante.

Un attimo… è il mio turno! Percorro qualche passo per raggiungere la stanza, sento il cuore che inizia a battere forte nel mio petto. E’ buio. La procedura sembra essere seguita a menadito. La biologa mi dà qualche spiegazione. L’infermiera mi aiuta a sistemarmi in posizione ginecologica. C’è un monitor anche davanti a me, mi domando a cosa serva. All’arrivo della dottoressa tutto è pronto. Mi spiega i passi che sta compiendo. L’infermiera, accanto a me, mi indica sul monitor cosa sta succedendo e cosa sto guardando.

Non mi sembra vero. E’ incredibile. Sono senza parole. Distinguo chiaramente la cannula introdotta nell’utero, e improvvisamente vedo esplodere un bagliore dentro di me. Eccoli, sono loro: sono i nostri embrioni! Sono entrati dentro di me accompagnati da una luce. La nostra luce. Per un istante, sento tutta la potenza e la bellezza del miracolo della vita. E l’inestimabile valore del progresso scientifico.

Quello che prima mi sembrava un limite tremendo – non riuscire a concepire un figlio naturalmente – ora mi appare come un’occasione di portata eccezionale: avevo potuto vedere il momento magico in cui io e loro ci eravamo uniti.

“Il trasferimento è perfettamente riuscito, in bocca al lupo signora”. Lo sguardo della dottoressa e delle altre donne presenti nella stanza mi rincuorarono. Fu il primo, vero momento di umanità che sentii in quel travagliato percorso di ricerca.

Aspettai un’ora sdraiata e immobile, come richiesto.

piantinaPoi mi avviai verso casa, con la dolce consapevolezza di avere dentro di me il frutto dell’unione tra me e mio marito. Questa volta erano lacrime di emozioni intense, speranze e aspettative. Dentro di me c’era la vita. Una vita da custodire e coltivare con cura. Non mi ero mai sentita così. Era un’esperienza del tutto sconosciuta e travolgente. “Benvenuti amori miei!”, esclamai.

5 Anni, qualche mese ed una manciata di giorni

Ho 30 anni, anno domini 2010 e una mattina mi sveglio con la consapevolezza di volere un figlio. Ne parlo con il mio compagno, che da un annetto non aspetta altro. Attende che io sia pronta come lo è lui. Quindi via…..ci godiamo la gioia della ricerca, l’aspettativa, il figurarsi il momento del test positivo….come dirglielo, quando, prendergli un regalino?

I primi mesi passano tranquilli, ok che tutti gli altri restano incinta al primo colpo, ma siamo seri…le statistiche per la mia età parlano di circa 6 mesi. Sei mesi che passano inesorabili senza nemmeno un ritardo e allora, complice la visita di controllo dalla ginecologa, le chiedo consiglio e lei mi dice di portarmi avanti facendo qualche esame. Esami che sono perfetti. Come la mia ovulazione, come gli ormoni, il collo dell’utero, la pressione, la coagulazione e chi più ne ha più ne metta.

Passano altri mesi, e il mondo intorno a me procrea. Amiche che postano ecografie sui social, amiche che non senti da mesi che ti chiamano per darti la buona novella, donne che ti dicono scocciate che loro non lo volevano ma sai com’è…è bastata giusto una volta senza preservativo e Bomba!!! Subito incinta.

Ed io ascolto, sorrido e qualcosa dentro di me, lentamente, si lacera. Discorso dopo discorso, parola dopo parola, qualcosa si strappa ed io non so come rimettere insieme i lembi.

Intanto, dopo che mi sento dare della nevrotica dal medico di base: “Dica a sua moglie di rilassarsi e vedrà che rimarrà incinta”, parole dette al mio compagno quando gli ho imposto di fare uno spermiogramma [nel 2010 in Italia ancora si pensa che tutto dipenda dalla capacità della donna di rilassarsi, quindi è sempre e solo colpa della psiche della donna. Non si concepisce che possano esserci dei problemi fisici. Andiamo bene. Pieno medioevo], continuo ad avere un meraviglioso, abbondante ciclo mensile. E comincio, disperata come sono, a convincermi che davvero sia un mio problema mentale.

Questo fino a quando il primo giugno del 2011 non abbiamo tra le mani il risultato dello spermiogramma, che evidenzia un numero elevato di spermatozoi ma non certo performanti e anche piuttosto malconci. Quindi non sono pazza ma abbiamo un problema da affrontare, qualcosa su cui lavorare ed investire le nostre energie. Energie che in realtà non credo di avere perché sono psicologicamente a pezzi e non so ancora che il peggio è dietro l’angolo ad aspettarmi.

Lasciamo passare un’altra estate fatta di annunci di gravidanze, sofferenza repressa, incomprensioni coniugali e riserbo per una situazione che non so ben comprendere io….figuriamoci spiegarla agli altri.

Da settembre 2011 in poi il mio corpo non mi appartiene più. Visite ginecologiche, esami del sangue, isterosalpingografia, fatta in pausa pranzo e poi di corsa al lavoro perché ho già preso millemila permessi e non posso tirare troppo la corda. Come al solito tutto ok. Tutto bene. Io sono a posto.
Il mio compagno si fa operare di varicocele, ma la situazione non cambia, quindi andiamo da uno dei migliori andrologi di Milano il quale ci dice che sì, ok che lo spermiogramma non è bellissimo ma che comunque sono giovane e, esami alla mano, avrei già dovuto ottenere la tanto agognata gravidanza.

Basta procrastinare, ci mettiamo in cura in un centro PMA pubblico abbastanza comodo sia da casa che dal lavoro….e giù nuovamente esami su esami, soldi che escono dalle nostre tasche e che vanno in tamponi e stick ovulatori. Lentamente divento un’esperta del settore. Riconosco la mia ovulazione con una precisione sconcertante, tanto che abbandono gli stick perché ormai superflui. Ovviamente il centro pubblico prevede un’attesa di circa 6 mesi prima di poter accedere alla IUI. Niente ICSI perché, come tutti mi ripetono, sono giovane e sana e gli spermatozoi se pur messi malino, dovrebbero permettere una gravidanza senza troppi problemi.

Le IUI saranno sette, tutte negative, tutte a seguito di una stimolazione ormonale fatta di punture sulla pancia, gonfiori, rabbia, frustrazione, rifiuto per me stessa e per il mio corpo che si rifiuta di adempiere al suo dovere biologico. Mi spengo, mi chiudo, creo un mondo privatissimo e ristrettissimo nel quale sto bene, una specie di giardino d’inverno nel quale mi rifugio sempre più spesso.

Se non fosse per una carissima amica e collega, anche lei alle prese con gli stessi problemi, ma determinata a non intraprendere il percorso PMA, probabilmente impazzirei.

Invece lei c’è sempre, mi ascolta, mi capisce, sopporta il mio crescente cinismo, le mie lacrime. E’ a tutti gli effetti la mano a cui mi appiglio per non crollare. Mi protegge dal mondo esterno, fa scudo, è quella che si può definire a tutti gli effetti, una vera amica.

Ed io scopro cosa sia la rabbia, sono perennemente arrabbiata con il mondo, con la gente, il sole, la luna, i fiorellini, sono arrabbiata prima di tutto con me stessa, con il mio compagno e con il destino. Non riesco a ragionare razionalmente. L’infertilità governa ogni attimo della mia vita.

Intanto gli anni passano, il rapporto con il mio compagno si logora sempre di più e a Giugno 2014 passiamo alla prima ICSI. Undici giorni dopo il transfer mi arriva il ciclo. Piango in ufficio, piango mentre faccio le beta, mi sembra di saper fare solo questo. Piangere e sminuirmi. Era una biochimica, ma mentre il ginecologo del centro pensa sia comunque un risultato da tenere presente, io lo vivo come l’ennesimo fallimento. Mi crogiolo nella disperazione perché penso che sia l’unico modo per poterla davvero superare.

Non ce la faccio più.

Voglio smettere, voglio tornare alla mia vita di prima, voglio essere lasciata in pace. Sono stufa di esami, tamponi, controlli, iniezioni, litigate, sofferenza. Basta. Non voglio più massacrarmi di farmaci ed esami quando non ho alcun problema, e sono stanca di sentirmi inadeguata.

Eppure il mio compagno insiste. “L’ultimo, facciamo almeno l’ultimo tentativo”. Non voglio ma spinta anche dai compagni di forum (mi sono iscritta ad un forum sull’infertilità che mi ha letteralmente salvata dalla disperazione più nera) decido di fare l’ultimo tentativo. Ed è la stessa cosa che dico risoluta al colloquio con il ginecologo del centro. “Non ce la faccio più, questa è l’ultima volta”. Il gine mi asseconda e mi propone di abbinare agli ovuli di progesterone usati nel post transfer precedente, anche iniezioni di progesterone e pastiglie di cortisone. Accetto scazzata come non mai.

Il giorno del transfer la biologa entra sorridente e mi dice che di ovuli solo due erano idonei ma che gli embrioni risultanti sono stupendi, estremamente vitali e con ottime probabilità di impiantarsi nel mio meraviglioso e sempre perfetto utero.

Dieci giorni dopo vado a fare le beta con il solito atteggiamento di sconfitta che ormai mi appartiene. Passo la giornata come uno zombie in attesa della sentenza di morte, ho i sintomi da preciclo e sono fermamente convinta che tutto sia perduto. Le mie colleghe che conoscono la situazione mi stanno vicino, cercano di distrarmi e attendono preoccupate il risultato. Alle 17 arriva il pdf del laboratorio analisi.

200.2

Apro e chiudo il documento una decina di volte, convinta di aver visto male. Poi scoppio a piangere, ma non un pianto silenzioso, uno di quelli a singhiozzo con tanto di spalle che tremano e versi disumani. Una mia collega accorre convinta del peggio, mi porta in una sala riunioni per consolarmi e quando le dico il valore mi abbraccia  e piange anche lei.

Con il mio compagno decidiamo di festeggiare in serata ed invece siamo così stravolti e provati dagli ultimi 5 anni che crolliamo sul divano alle nove, senza nemmeno la forza di condividere la nostra gioia.

Le seconde beta sono più che raddoppiate e alla prima eco si vedono due camere, una con embrione e battito, l’altra vuota. Il 24 dicembre corro al pronto soccorso per delle perdite (e nel viaggio perdo 10 anni di vita) e scopriamo che tutto va bene, a volte capita, e che gli embrioni sono due e stanno benissimo.

La gravidanza è durata 7 mesi (sì, i bambini sono nati prematuri, abbiamo fatto anche l’esperienza della TIN ma questa, è decisamente un’altra storia), sette mesi tutto sommato tranquilli, fatti di paure e gioie, di fame profonda, di scoperte e preoccupazioni, sempre la consapevolezza che nulla ti è dovuto e che sei stata fortunata, che sei stata scelta dal destino, che la gravidanza non è scontata e che va vissuta come grandissimo dono.

L’infertilità mi ha cambiata profondamente, mi ha fatto conoscere una parte di me che avrei preferito non incontrare mai e mi ha fatto capire che sono più forte di quello che credevo. Mi ha aperto gli occhi sulla gente che ho frequentato per anni, illuminandomi su quanto futili e vuoti fossero alcuni di loro. Ho imparato a discostarmi da ciò che mi fa soffrire e a crogiolarmi in quello che mi fa stare bene.

Ho tante ferite aperte che ancora non si sono rimarginate e che non so nemmeno se lo faranno mai, ma anche loro fanno parte di me, di quella che sono diventata, ed ho imparato ad accettarle con tenerezza, una tenerezza che non sapevo nemmeno di avere.

 

 

Le ferite del corpo

«Mi metto seduta, preparo la siringa, mio marito mi guarda non sapendo cosa fare, osservo l’ago a lungo, mi fa paura infilarlo nel ventre. Mi dico: è solo un attimo, forza… – Mi sento sola – Perché tocca a me e non a lui? – Premo veloce il liquido, cerco di non pensare che gli ormoni fanno venire i tumori – Chissà quante ne dovrò fare ancora? Non sono così coraggiosa. – Ormai è andata, forza liquido fai il tuo dovere, verso i follicoli via… – In quel momento mi sento già mamma, perché una mamma dà tutto quello che ha per i suoi figli, ma la mia pancia è vuota e il mio bambino non c’è ancora», racconta Elisabetta.

Intraprendere un percorso di fecondazione assistita significa per una donna affrontare prove molto difficili dal punto di vista personale: innanzitutto vuol dire spogliarsi dei propri vestiti e mostrare le parti intime del proprio corpo allo sguardo di molti. Gli accertamenti clinici, volti ad approfondire le cause mediche dell’infertilità, per la donna sono molteplici e a volte dolorosi. L’aspetto è tutt’altro che irrilevante per il valore che assume il vissuto del corpo nella sterilità. Il corpo che non genera è innanzitutto sentito come inadeguato, vuoto, difettoso, mancante; è un corpo tradito e nello stesso tempo, traditore eppure è anche un corpo vivo, pieno di desiderio e di speranza. Il corpo sterile è un luogo di conflitto. Nudo nei suoi timori, bisognoso di ascolto e di attenzione.
Nell’atto di spogliarsi la donna scopre anche la propria fragilità e la mette a nudo di fronte al professionista di turno.
La superficialità con il quale viene trattato il corpo e l’invasività fisica, ma soprattutto psichica, rappresentata dalle visite specialistiche e dalle cure mediche, possono avere una natura traumatica e lasciare ferite difficili da identificare.

Estratto da “La cicogna distratta: Il paradigma sistemico-relazionale nella clinica della sterilità e dell’infertilità di coppia”, Franco Angeli Edizioni.

DUE. ANNA

È l’11 aprile del 2015 e io oggi compio quarantuno anni. Alle ore 13,00 di questo giorno ho avuto in mano i risultati dell’esame bhcg del mio sangue, fatti questa mattina appena sveglia.

La segretaria del centro di analisi sta chiudendo le pratiche della giornata, è sabato, probabilmente nel pomeriggio non riapriranno me c’è fretta di uscire al sole, perché oggi è il primo vero giorno di primavera. Ho richiesto i risultati on line ma qualcosa non ha funzionato e allora, siamo tornati per averli in mano, perché la carta certifica ancora meglio ciò che si attende da anni, e perchè c’è voglia di mostrare in giro un pezzo di carta, da incorniciare eventualmente.

Noi, mio marito ed io, siamo seduti in attesa, mentre l’addetto delle pulizie ci spazza tutto intorno, probabilmente anche infastidito dalla nostra presenza lì a quell’ora. Hope, il terzo componente della famiglia, un jack russell di tre anni, esemplare atipico e molto presente nelle nostre vite emotive, osserva le nostre dita tamburellare sulle sedie di plastica e i piedi fare un movimento preciso, costante e sottilmente percettibile.

La ragazza ci dice che sono pronti e sta stampando, ci viene incontro, si china su di Hope per accarezzarlo e dirgli quanto è carino e lui si ritrae infastidito, si alza e nel consegnarmi i fogli di cartoncino lucido con sopra stampata una mamma in attesa mi dice che il risultato è negativo.

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore