Una luce in fondo al tunnel

mi sono sposata nel 2009, l’idea di avere un bambino c’era ma avevamo 28 anni e avevamo voglia di vivere prima di avere un figlio. I primi tre anni quindi ci dedichiamo a noi e ai viaggi e scorrono felicemente. Poi arriva la chiamata di colpo! Quella voglia di maternità arriva all’improvviso e comincia la ricerca. Una ricerca da subito mirata, lo volevamo e pensavamo che bastasse il desiderio per avere il nostro bimbo.

E invece no! I mesi passano e non succede niente, passa il primo anno da quel San Valentino in cui avevamo romanticamente deciso di cominciare la ricerca e siamo ancora noi due e basta! Nel febbraio 2013 comincia la mia “carriera” nel mondo della pma. Si parte con i primi esami: tutto ok per entrambi, classificati “sine causa”. Due IUI fallite, altri esami e un valore non torna. A 32 anni ho una riserva ovarica paragonabile ad una donna di 42: classificata “scarsa riserva ovarica”.

Passiamo alla fecondazione in vitro e nel giro di un anno e mezzo ci proviamo per ben 4 volte! Noi siamo determinati, vogliamo il nostro bimbo ma non basta e con noi la medicina fallisce miseramente. Due fecondazioni complete con risultato negativo e due bloccate a metà strada per scarsa risposta ovarica.

Siamo stanchi, gli anni passano, il tempo vola e noi non ci evolviamo, siamo fermi, inermi e non ce la facciamo più. Comincia un periodo di elaborazione di coppia dove cerchiamo di riprendere in mano la nostra vita. Ci rassegniamo alla mia infertilità ma non all’idea di avere un bambino e quindi a dicembre del 2016 decidiamo di iscriverci al corso preadottivo per capire se quella può essere la nostra strada. A Febbraio del 2016 decido di provare per l’ultima volta con la pma, la prendo sportivamente, sono certa della non riuscita ma non voglio rimpianti e provo per l’ultima volta. Quarta stimolazione in cui so che sarà l’ultima volta che mi buchero’ la pancia per imbottirmi di ormoni. Dopo sei giorni di punture mi danno lo stop della terapia: “signora qui non c’è più nulla di buono, cominci a pensare all’eterologa”. Una grossa delusione ma anche una grande liberazione! L’eterologa non fa parte dei nostri piani, non è una cosa che ci sentiamo di fare e quindi chiudiamo il capitolo del mondo della pma. Una grande liberazione, nessuno da chiamare, nessuna visita, nessuna incertezza sul centro da scegliere ma soprattutto addio stimolazioni, interventi e grosse aspettative!

Il 2 aprile, convinti più che mai siamo davanti il tribunale dei minorenni e depositiamo la nostra domanda di adozione. Un mese dopo, esattamente il 12 Maggio alle 17:00 in punto, dopo giorni di dolori premestruali, sono in bagno con, per la prima volta in vita mia, un test in mano. Un test che mostra subito e senza esitazione quelle due linee che per anni ho sognato di vedere! Il 12 maggio scopro di essere incinta!

Guardo quel test che ancora oggi è lì nel cassetto del bagno e sono sconvolta di quello che sta accadendo. Il 12 maggio del 2016 riprende la mia vita da quel San Valentino del 2012 in cui decidemmo di avere un figlio!

E stato uno shock incredibile! Così incredibile che sia successo tutto in modo naturale che nonostante sentissi i suoi calcetti e avevo la pancia,  non potevo credere che stesse succedendo proprio a me!

L’8 gennaio del 2017  è nato il nostro miracolo!

Mi sono sentita dire tante volte “non ci pensare” e tutte le volte mi arrabbiavo perché è impossibile non pensarci. L’equilibrio mentale l’ho raggiunto quando io e mio marito abbiamo deciso di abbandonare la medicina. Quei tre mesi in cui abbiamo pensato solo alla domanda di adozione e al benessere di noi due sono stati bellissimi ed è lì che è successo l’incredibile!

io non so se è stato un miracolo o la semplice botta di c… ma oggi mi guardo indietro e sono contenta del percorso che io e mio marito abbiamo fatto. Abbiamo sofferto tanto e ci siamo rialzati tante volte e se oggi siamo ancora più uniti lo dobbiamo a tutto quello che abbiamo passato!

Oggi il mio bimbo ha sei mesi, a volte penso all’adozione e a quel percorso che avevamo scelto e sono sicura che saremmo stati ugualmente felici perché quello che conta è la forza della coppia… la forza dell’amore!

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Un dolore senza colore (infertilità, sogni, realtà)

Ami correre.

Più di ogni altra cosa al mondo.

E sei pure brava. Hai grandi potenzialità. Chissà, potresti diventare una grande maratoneta, un giorno.

Hai intenzione di allenarti a fondo per riuscirci, perché questo è il sogno della tua vita.

Un giorno sei coinvolta in un incidente, senza averne alcuna colpa. Entrambe le gambe ti vengono amputate.

In un istante, la tua intera esistenza viene stravolta. I tuoi piani, annullati dal destino.

Non puoi più correre.

Non puoi più fare ciò ami di più.

Non potrai mai realizzare il tuo sogno.

Imprechi, ti chiedi “perché proprio a me?”, urli contro il cielo, ma non serve a niente. Non esiste risposta.

I medici dicono che, grazie alle protesi, forse potrai tornare a correre, un giorno. Ma è una strada lunga e faticosa, che non sai se riuscirai mai a percorrere fino alla fine. Insomma, il sogno di vincere maratone ora è veramente lontano anni luce.

Ti senti (sei!) mutilata, nell’anima ancor prima che nel corpo. Ti senti brutta, inutile, non vedi più un futuro. Continua a leggere

Un bimbo che per cento lune è stato solo un’idea

La storia tutta, intesa come avevo concepito di raccontarla, non la posso donare poiché è un romanzo edito. Posso donarvi comunque – in una sorta di metanarrazione – la storia della storia.

Mio figlio è stato solo un’idea per cento lune. Che, se fate i conti, fanno quasi otto anni. Otto anni come tante li hanno conosciuti, fatti di cortometraggi immaginari, odore di disinfettante, un’infertilità a cui non hanno mai saputo trovare un aggettivo, sale d’aspetto dall’aria viziata, vene pregiudicate, un aborto devastante, beta che erano sempre zerovirgola, scelte che arginavano il fato, corsi alle asl, corsi agli enti. E lacrime cacciate indietro, espressione celata delle stimmate del corpo e dell’anima. E poi è arrivata quell’estate. Quella di un paio di anni fa era rovente quanto quella di quest’anno. Ed eravamo sereni, finalmente. La disponibilità all’adozione era stata spedita da poco, e anche le parole che non avevo detto in tutti quegli anni, e che avevo messo su carta, erano state spedite a qualche editore selezionato. All’inizio del mese di agosto mi aveva contattato il direttore di Autodafé Edizioni di Milano, facendomi una proposta allettante per il mio “Cento Lune”, romanzo dal titolo provvisorio che è diventato definitivo. Dieci giorni dopo ho perso il mio gatto. A Ferragosto il ciclo che aspettavo non arrivava. Pensavo fosse il dolore per la scomparsa del gatto.

E invece era Fabio.

Era quella possibilità che non avevo considerato nemmeno remota, prima di quel ritardo di dieci giorni, tanto apprezzabile da diventare convincente, accompagnato com’era da un imbarazzo di stomaco. Il gatto era tornato, e il cinico bastonico che non aveva mai due linee, come realtà e finzione avevano spesso dimostrato, aveva due linee nette. Indiscutibili. Quel giorno di fine estate è stato l’inizio di una storia in tre. Da quel giorno, mi è parso di seguire un fato non dettato dalla volontà ma da qualche meccanismo onirico che mi lasciava fuori dal processo decisionale. Mi sembrava di sognare, sì, ma non mi sono mai sentita la salvata tra i sommersi. Mi sono sempre sentita Persona e Donna completa. Persona e Donna completa anche grazie al mio ventre che per tanto tempo è rimasto vuoto.

Un momento di straripante magia

Potevamo soltanto aspettare.

Che peso, l’attesa! Non potevamo aggrapparci a nulla, se non a quella telefonata. Nessun segnale fisico, nessuna indicazione nel documento che mi aveva rilasciato l’ospedale, nessuna statistica incoraggiante, nessuna esperienza che potesse darci qualche spiraglio. Niente. Dovevamo necessariamente imparare ad attendere.

Ma quella telefonata arrivò, e fu meravigliosa: i miei pochi e sgangherati ovuli, uniti agli spermatozoi di mio marito, avevano prodotto tre embrioni di buona qualità. Potevo presentarmi in ospedale per il trasferimento in utero.

Così feci, da sola. La procedura non richiedeva che la donna fosse accompagnata perché il trattamento era senza anestesia e indolore. “Io sono abituata a cavarmela da sola”, pensai, e condivisi con mio marito che avrebbe potuto risparmiarsi l’onere di un’altra lunga attesa.

Quando mi presentai al solito posto, in ospedale, scoprii che tutte le altre donne presenti erano con i propri compagni. Iniziai ad interrogarmi sul senso di quella scelta. La mia, la loro. Ero più forte? O ero meno disposta ad aprirmi al supporto degli altri? Ero più pragmatica? O non avevo compreso il senso profondo di quel momento? Non ero ancora giunta ad una risposta definitiva quando accanto a me si sedette un’altra donna. Sembrava sola anche lei. Questo mi rassicurò. E iniziammo a parlare.

Finalmente, ero riuscita ad entrare in contatto con una mia sconosciuta compagna di viaggio. Con facilità ci scambiammo pareri, informazioni, esperienze e timori. L’attesa si alleggerì e poi entrammo, quasi insieme.

Eravamo vicine di letto, come il giorno del prelievo. Questo ci consentì di proseguire la nostra chiacchierata per tutto il tempo. E quando fu il momento di salutarci, sentimmo entrambe il desiderio di restare in contatto, scambiandoci i numeri di telefono.

Anche in questa occasione, il via vai tra la sala operatoria, la stanza dei trasferimenti ed il salone con i letti, era frenetico. Sembrava che nulla fosse cambiato, che ogni giorno si ripetesse esattamente uguale al precedente ed al successivo. Per fortuna, anche la calda accoglienza e la simpatia del personale di supporto era una costante.

Un attimo… è il mio turno! Percorro qualche passo per raggiungere la stanza, sento il cuore che inizia a battere forte nel mio petto. E’ buio. La procedura sembra essere seguita a menadito. La biologa mi dà qualche spiegazione. L’infermiera mi aiuta a sistemarmi in posizione ginecologica. C’è un monitor anche davanti a me, mi domando a cosa serva. All’arrivo della dottoressa tutto è pronto. Mi spiega i passi che sta compiendo. L’infermiera, accanto a me, mi indica sul monitor cosa sta succedendo e cosa sto guardando.

Non mi sembra vero. E’ incredibile. Sono senza parole. Distinguo chiaramente la cannula introdotta nell’utero, e improvvisamente vedo esplodere un bagliore dentro di me. Eccoli, sono loro: sono i nostri embrioni! Sono entrati dentro di me accompagnati da una luce. La nostra luce. Per un istante, sento tutta la potenza e la bellezza del miracolo della vita. E l’inestimabile valore del progresso scientifico.

Quello che prima mi sembrava un limite tremendo – non riuscire a concepire un figlio naturalmente – ora mi appare come un’occasione di portata eccezionale: avevo potuto vedere il momento magico in cui io e loro ci eravamo uniti.

“Il trasferimento è perfettamente riuscito, in bocca al lupo signora”. Lo sguardo della dottoressa e delle altre donne presenti nella stanza mi rincuorarono. Fu il primo, vero momento di umanità che sentii in quel travagliato percorso di ricerca.

Aspettai un’ora sdraiata e immobile, come richiesto.

piantinaPoi mi avviai verso casa, con la dolce consapevolezza di avere dentro di me il frutto dell’unione tra me e mio marito. Questa volta erano lacrime di emozioni intense, speranze e aspettative. Dentro di me c’era la vita. Una vita da custodire e coltivare con cura. Non mi ero mai sentita così. Era un’esperienza del tutto sconosciuta e travolgente. “Benvenuti amori miei!”, esclamai.

5 Anni, qualche mese ed una manciata di giorni

Ho 30 anni, anno domini 2010 e una mattina mi sveglio con la consapevolezza di volere un figlio. Ne parlo con il mio compagno, che da un annetto non aspetta altro. Attende che io sia pronta come lo è lui. Quindi via…..ci godiamo la gioia della ricerca, l’aspettativa, il figurarsi il momento del test positivo….come dirglielo, quando, prendergli un regalino?

I primi mesi passano tranquilli, ok che tutti gli altri restano incinta al primo colpo, ma siamo seri…le statistiche per la mia età parlano di circa 6 mesi. Sei mesi che passano inesorabili senza nemmeno un ritardo e allora, complice la visita di controllo dalla ginecologa, le chiedo consiglio e lei mi dice di portarmi avanti facendo qualche esame. Esami che sono perfetti. Come la mia ovulazione, come gli ormoni, il collo dell’utero, la pressione, la coagulazione e chi più ne ha più ne metta.

Passano altri mesi, e il mondo intorno a me procrea. Amiche che postano ecografie sui social, amiche che non senti da mesi che ti chiamano per darti la buona novella, donne che ti dicono scocciate che loro non lo volevano ma sai com’è…è bastata giusto una volta senza preservativo e Bomba!!! Subito incinta.

Ed io ascolto, sorrido e qualcosa dentro di me, lentamente, si lacera. Discorso dopo discorso, parola dopo parola, qualcosa si strappa ed io non so come rimettere insieme i lembi.

Intanto, dopo che mi sento dare della nevrotica dal medico di base: “Dica a sua moglie di rilassarsi e vedrà che rimarrà incinta”, parole dette al mio compagno quando gli ho imposto di fare uno spermiogramma [nel 2010 in Italia ancora si pensa che tutto dipenda dalla capacità della donna di rilassarsi, quindi è sempre e solo colpa della psiche della donna. Non si concepisce che possano esserci dei problemi fisici. Andiamo bene. Pieno medioevo], continuo ad avere un meraviglioso, abbondante ciclo mensile. E comincio, disperata come sono, a convincermi che davvero sia un mio problema mentale.

Questo fino a quando il primo giugno del 2011 non abbiamo tra le mani il risultato dello spermiogramma, che evidenzia un numero elevato di spermatozoi ma non certo performanti e anche piuttosto malconci. Quindi non sono pazza ma abbiamo un problema da affrontare, qualcosa su cui lavorare ed investire le nostre energie. Energie che in realtà non credo di avere perché sono psicologicamente a pezzi e non so ancora che il peggio è dietro l’angolo ad aspettarmi.

Lasciamo passare un’altra estate fatta di annunci di gravidanze, sofferenza repressa, incomprensioni coniugali e riserbo per una situazione che non so ben comprendere io….figuriamoci spiegarla agli altri.

Da settembre 2011 in poi il mio corpo non mi appartiene più. Visite ginecologiche, esami del sangue, isterosalpingografia, fatta in pausa pranzo e poi di corsa al lavoro perché ho già preso millemila permessi e non posso tirare troppo la corda. Come al solito tutto ok. Tutto bene. Io sono a posto.
Il mio compagno si fa operare di varicocele, ma la situazione non cambia, quindi andiamo da uno dei migliori andrologi di Milano il quale ci dice che sì, ok che lo spermiogramma non è bellissimo ma che comunque sono giovane e, esami alla mano, avrei già dovuto ottenere la tanto agognata gravidanza.

Basta procrastinare, ci mettiamo in cura in un centro PMA pubblico abbastanza comodo sia da casa che dal lavoro….e giù nuovamente esami su esami, soldi che escono dalle nostre tasche e che vanno in tamponi e stick ovulatori. Lentamente divento un’esperta del settore. Riconosco la mia ovulazione con una precisione sconcertante, tanto che abbandono gli stick perché ormai superflui. Ovviamente il centro pubblico prevede un’attesa di circa 6 mesi prima di poter accedere alla IUI. Niente ICSI perché, come tutti mi ripetono, sono giovane e sana e gli spermatozoi se pur messi malino, dovrebbero permettere una gravidanza senza troppi problemi.

Le IUI saranno sette, tutte negative, tutte a seguito di una stimolazione ormonale fatta di punture sulla pancia, gonfiori, rabbia, frustrazione, rifiuto per me stessa e per il mio corpo che si rifiuta di adempiere al suo dovere biologico. Mi spengo, mi chiudo, creo un mondo privatissimo e ristrettissimo nel quale sto bene, una specie di giardino d’inverno nel quale mi rifugio sempre più spesso.

Se non fosse per una carissima amica e collega, anche lei alle prese con gli stessi problemi, ma determinata a non intraprendere il percorso PMA, probabilmente impazzirei.

Invece lei c’è sempre, mi ascolta, mi capisce, sopporta il mio crescente cinismo, le mie lacrime. E’ a tutti gli effetti la mano a cui mi appiglio per non crollare. Mi protegge dal mondo esterno, fa scudo, è quella che si può definire a tutti gli effetti, una vera amica.

Ed io scopro cosa sia la rabbia, sono perennemente arrabbiata con il mondo, con la gente, il sole, la luna, i fiorellini, sono arrabbiata prima di tutto con me stessa, con il mio compagno e con il destino. Non riesco a ragionare razionalmente. L’infertilità governa ogni attimo della mia vita.

Intanto gli anni passano, il rapporto con il mio compagno si logora sempre di più e a Giugno 2014 passiamo alla prima ICSI. Undici giorni dopo il transfer mi arriva il ciclo. Piango in ufficio, piango mentre faccio le beta, mi sembra di saper fare solo questo. Piangere e sminuirmi. Era una biochimica, ma mentre il ginecologo del centro pensa sia comunque un risultato da tenere presente, io lo vivo come l’ennesimo fallimento. Mi crogiolo nella disperazione perché penso che sia l’unico modo per poterla davvero superare.

Non ce la faccio più.

Voglio smettere, voglio tornare alla mia vita di prima, voglio essere lasciata in pace. Sono stufa di esami, tamponi, controlli, iniezioni, litigate, sofferenza. Basta. Non voglio più massacrarmi di farmaci ed esami quando non ho alcun problema, e sono stanca di sentirmi inadeguata.

Eppure il mio compagno insiste. “L’ultimo, facciamo almeno l’ultimo tentativo”. Non voglio ma spinta anche dai compagni di forum (mi sono iscritta ad un forum sull’infertilità che mi ha letteralmente salvata dalla disperazione più nera) decido di fare l’ultimo tentativo. Ed è la stessa cosa che dico risoluta al colloquio con il ginecologo del centro. “Non ce la faccio più, questa è l’ultima volta”. Il gine mi asseconda e mi propone di abbinare agli ovuli di progesterone usati nel post transfer precedente, anche iniezioni di progesterone e pastiglie di cortisone. Accetto scazzata come non mai.

Il giorno del transfer la biologa entra sorridente e mi dice che di ovuli solo due erano idonei ma che gli embrioni risultanti sono stupendi, estremamente vitali e con ottime probabilità di impiantarsi nel mio meraviglioso e sempre perfetto utero.

Dieci giorni dopo vado a fare le beta con il solito atteggiamento di sconfitta che ormai mi appartiene. Passo la giornata come uno zombie in attesa della sentenza di morte, ho i sintomi da preciclo e sono fermamente convinta che tutto sia perduto. Le mie colleghe che conoscono la situazione mi stanno vicino, cercano di distrarmi e attendono preoccupate il risultato. Alle 17 arriva il pdf del laboratorio analisi.

200.2

Apro e chiudo il documento una decina di volte, convinta di aver visto male. Poi scoppio a piangere, ma non un pianto silenzioso, uno di quelli a singhiozzo con tanto di spalle che tremano e versi disumani. Una mia collega accorre convinta del peggio, mi porta in una sala riunioni per consolarmi e quando le dico il valore mi abbraccia  e piange anche lei.

Con il mio compagno decidiamo di festeggiare in serata ed invece siamo così stravolti e provati dagli ultimi 5 anni che crolliamo sul divano alle nove, senza nemmeno la forza di condividere la nostra gioia.

Le seconde beta sono più che raddoppiate e alla prima eco si vedono due camere, una con embrione e battito, l’altra vuota. Il 24 dicembre corro al pronto soccorso per delle perdite (e nel viaggio perdo 10 anni di vita) e scopriamo che tutto va bene, a volte capita, e che gli embrioni sono due e stanno benissimo.

La gravidanza è durata 7 mesi (sì, i bambini sono nati prematuri, abbiamo fatto anche l’esperienza della TIN ma questa, è decisamente un’altra storia), sette mesi tutto sommato tranquilli, fatti di paure e gioie, di fame profonda, di scoperte e preoccupazioni, sempre la consapevolezza che nulla ti è dovuto e che sei stata fortunata, che sei stata scelta dal destino, che la gravidanza non è scontata e che va vissuta come grandissimo dono.

L’infertilità mi ha cambiata profondamente, mi ha fatto conoscere una parte di me che avrei preferito non incontrare mai e mi ha fatto capire che sono più forte di quello che credevo. Mi ha aperto gli occhi sulla gente che ho frequentato per anni, illuminandomi su quanto futili e vuoti fossero alcuni di loro. Ho imparato a discostarmi da ciò che mi fa soffrire e a crogiolarmi in quello che mi fa stare bene.

Ho tante ferite aperte che ancora non si sono rimarginate e che non so nemmeno se lo faranno mai, ma anche loro fanno parte di me, di quella che sono diventata, ed ho imparato ad accettarle con tenerezza, una tenerezza che non sapevo nemmeno di avere.

 

 

Le ferite del corpo

«Mi metto seduta, preparo la siringa, mio marito mi guarda non sapendo cosa fare, osservo l’ago a lungo, mi fa paura infilarlo nel ventre. Mi dico: è solo un attimo, forza… – Mi sento sola – Perché tocca a me e non a lui? – Premo veloce il liquido, cerco di non pensare che gli ormoni fanno venire i tumori – Chissà quante ne dovrò fare ancora? Non sono così coraggiosa. – Ormai è andata, forza liquido fai il tuo dovere, verso i follicoli via… – In quel momento mi sento già mamma, perché una mamma dà tutto quello che ha per i suoi figli, ma la mia pancia è vuota e il mio bambino non c’è ancora», racconta Elisabetta.

Intraprendere un percorso di fecondazione assistita significa per una donna affrontare prove molto difficili dal punto di vista personale: innanzitutto vuol dire spogliarsi dei propri vestiti e mostrare le parti intime del proprio corpo allo sguardo di molti. Gli accertamenti clinici, volti ad approfondire le cause mediche dell’infertilità, per la donna sono molteplici e a volte dolorosi. L’aspetto è tutt’altro che irrilevante per il valore che assume il vissuto del corpo nella sterilità. Il corpo che non genera è innanzitutto sentito come inadeguato, vuoto, difettoso, mancante; è un corpo tradito e nello stesso tempo, traditore eppure è anche un corpo vivo, pieno di desiderio e di speranza. Il corpo sterile è un luogo di conflitto. Nudo nei suoi timori, bisognoso di ascolto e di attenzione.
Nell’atto di spogliarsi la donna scopre anche la propria fragilità e la mette a nudo di fronte al professionista di turno.
La superficialità con il quale viene trattato il corpo e l’invasività fisica, ma soprattutto psichica, rappresentata dalle visite specialistiche e dalle cure mediche, possono avere una natura traumatica e lasciare ferite difficili da identificare.

Estratto da “La cicogna distratta: Il paradigma sistemico-relazionale nella clinica della sterilità e dell’infertilità di coppia”, Franco Angeli Edizioni.

DUE. ANNA

È l’11 aprile del 2015 e io oggi compio quarantuno anni. Alle ore 13,00 di questo giorno ho avuto in mano i risultati dell’esame bhcg del mio sangue, fatti questa mattina appena sveglia.

La segretaria del centro di analisi sta chiudendo le pratiche della giornata, è sabato, probabilmente nel pomeriggio non riapriranno me c’è fretta di uscire al sole, perché oggi è il primo vero giorno di primavera. Ho richiesto i risultati on line ma qualcosa non ha funzionato e allora, siamo tornati per averli in mano, perché la carta certifica ancora meglio ciò che si attende da anni, e perchè c’è voglia di mostrare in giro un pezzo di carta, da incorniciare eventualmente.

Noi, mio marito ed io, siamo seduti in attesa, mentre l’addetto delle pulizie ci spazza tutto intorno, probabilmente anche infastidito dalla nostra presenza lì a quell’ora. Hope, il terzo componente della famiglia, un jack russell di tre anni, esemplare atipico e molto presente nelle nostre vite emotive, osserva le nostre dita tamburellare sulle sedie di plastica e i piedi fare un movimento preciso, costante e sottilmente percettibile.

La ragazza ci dice che sono pronti e sta stampando, ci viene incontro, si china su di Hope per accarezzarlo e dirgli quanto è carino e lui si ritrae infastidito, si alza e nel consegnarmi i fogli di cartoncino lucido con sopra stampata una mamma in attesa mi dice che il risultato è negativo.

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

UNO. NICOLE

Stamattina alle 8,23 ero al mio appuntamento numero 4 dell’ambulatorio numero 3. In anticipo di 7 minuti. Davanti a me una porta con apertura anti-panico, e una porta allarmata da non aprire, che bisognerebbe parlare di questa scelta terminologica troppo probabilmente del Centro di Scienze della Natalità. Un corridoio marroncino chiaro, sedie troppo appiccicaticce da non poter stendere le gambe, come su un Ryan Air vicino all’ala di sinistra. Da qualche tempo i medici non chiamano più per nome, ma hanno ideato un sistema di cifre e iniziali. La privacy sembra il bozzolo di una farfalla, che ci protegge da cosa e chi non ho mica capito. A me piaceva tanto il mio nome chiamato da Paola. Lei lo dice così, con quel modo giusto per lei, mettendo un accento sbagliato: e legittima ore di pensieri in autostrada, di sogni tra l’ammorbidente e ti dà quel sale della speranza, che le cifre delegittimano in un solo soffio. Ma certe cose ai medici come gliele spieghi?

La lei di fronte a me si allaccia un cinturino di silicone che mi sembra un braccialetto o un orologio, non sono sicura, ma non posso mica fissarla! Il colore della plastica è un rosa acceso, come una kaipiroska di un locale all’aperto in un mese d’estate, ma 0 zanzare. Ora le direi che sarebbe bello avere il coraggio di raccontarsi. Perché il racconto è un dono. E a me piace donarmi. Ma il rumore dei freni supera la musica dei nostri auricolari e la frenata fa cadere i nostri cappotti e la sua borsa. Nell’ ondeggiare sembra di essere in barca; porgendole il cappotto ho l’illusione che lo sappia che lei è felice. Sembra me lo dica tra la sua lana nera e la mia rossa, che lo sappia che in mezzo ai suoi tacchi desideri di altri sembrano calpestati sotto e sembra anche che le mie suole piatte sfiorino il blu come al mare con un temporale inventato. Ma inventato così bene che lo potrei ascoltare e raccontare. Comunque a me il silicone non piace perché ho sempre il panico (vedi sopra il concetto legato alla porta dell’ospedale) che sia lattice e io sono allergica a mille cose, tra cui il lattice. Lei si mette il mascara e io penso che non lo metto da almeno due anni il mascara.

Perché quel giorno di maggio, ero felice anche io, indossavo una salopette sopra una pancia di nove mesi, sopra un bimbo di 3,5 chili. Mi colava il mascara e formava dei segmenti neri che si infrangevano sul collo diventando puntini neri. Non c’è battito. E il mio bambino alle ore 12 era morto dentro di me, senza aver mai conosciuto la mia me fuori, ma solo il mio corpo buio dentro, per 9 lunghi e bellissimi mesi in cui eravamo 1 cosa sola anche se 2. In cui i miei pensieri erano i suoi e mi immaginavo cosa bellissime da fare insieme, noi 3 come una famiglia normale. (…)

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

Dedicato a chi non molla

Mi chiamo Cristina,
a vent’anni mi è stata diagnostica l’endometriosi, una malattia cronica che può portare a gravi forme di invalidità e anche all’infertilità.  All’epoca ero troppo giovane per pensare di diventare mamma, ma lo ero anche per accettare l’idea che forse non lo sarei mai stata.

Nonostante i numerosi interventi subiti e l’aver fatto da cavia a tante case farmaceutiche, l’endometriosi non mi ha mai abbandonato. Diventi donna, impari a convivere con il dolore, un po’ con i segni evidenti degli interventi subiti e anche con la mancanza di quei pezzettini di carne che ti vengono asportati di volta in volta…

Quello con cui non riesci a convivere e ad accettare è la modalità con cui devi “gestire” la tua intera esistenza, il tuo quotidiano.
Una vacanza,una cena con gli amici… perfino l’amore… Già, perché quando le amiche vivono con spensieratezza la loro sessualità, tu provi vergogna nel confidare anche a te stessa che fare l’amore non è proprio tra le cose che desideri di più.
Difficile spiegare cosa provi, figuriamoci farlo comprendere a chi, da “fuori” ti vede come il ritratto della salute.

Si, perché le donne affette da endometriosi sorridono molto più delle altre, sanno godere di ogni istante senza dolore, consapevoli che questo potrebbe ritornare in ogni momento, portandoglielo via… quel sorriso.
Ti matura a tal punto che ti sembra di aver vissuto dieci vite… in fondo il tuo corpo è nato e morto decine, centinaia di volte…
Ma tu sei qui, ogni volta a rimettere insieme quello che resta di te, del tuo indistruttibile SORRISO.
Quante volte mi sono sentita sola, quante volte mi sono vestita di complimenti per paura di mettere a nudo la fragilità di questa maledetta malattia.

Non c’è donna che l’abbia conosciuta che si veda bella, non c’è donna che per quanto amata non si sia sentita in colpa per ciò che in fondo sapeva di non poter dare… se stessa.
Una parte di noi lotta, l’altra si arrende… ed è questa battaglia impari che fa si che l’endometriosi, spesso, vinca.
Perché parlarne???

Perché trovare qualcuno che veda oltre il sorriso fa si che nella battaglia contro l’endometriosi ci siano degli alleati pronti a combattere, quando chi lotta… pensa di doversi arrendere.

#dedicatoachinonmolla #iohovinto #allafamigliachehoscelto

Buona festa della mamma anche a chi sta lottando per diventarlo

Anche quest’anno contavo su un’estate tranquilla, senza alcol (!) e con un bel pancione
E invece a volte, senza motivi precisi, il corpo non collabora a fare la cosa più naturale del mondo. E allora iniziano (per chi sceglie questa strada) i test, decine e decine di ecografie, infiniti prelievi del sangue e punture sulla pancia, alcune gravidanze finite troppo presto, un bel po’ di lacrime.

Per mesi mi sono sentita sbagliata, sfigata e diversa da tutte le altre. Poi ho iniziato a parlarne e ho scoperto un mondo di coppie che condividono lo stesso dolore. Ma nessuno ne parla. Come se fosse una colpa, un difetto da nascondere o una debolezza di cui vergognarsi.

Nessuno si diverte a parlare di cose così personali e così dolorose. Ma dobbiamo sapere che sono problemi COMUNI. Non siamo perfette e i problemi di infertilità non ci definiscono. Ma il modo in cui li gestiamo e cosa facciamo della nostra sofferenza possono fare la differenza, non solo per noi stesse ma per altre donne.

Non voglio compassione ne’ incoraggiamento, strano a dirsi ma non mi sono mai sentita così forte in vita mia. Sfatare questo tabu’ e’ il mio modo per tirar fuori del bene da una cosa dolorosa, in modo che altre persone ne soffrano un po’ meno. Parlarne può aiutare tanto.

E allora buona festa della mamma anche a chi sta lottando per diventarlo, ma non si lascia indurire dalla frustrazione e continua a sorridere.