Anche voi provate le mie stesse emozioni?

“Embé, quando ti decidi a fare un figlio?”

“Quando mettete su famiglia? Guarda che hai già 33 anni eh. Mio figlio alla tua età ne ha già due!”

“Quando date un’amichetta ad Auroraaaaa?”

“Ma non li vuoi? Cara non pensare solo al lavoro, tra qualche anno potresti pentirtene”

“Ma sei incinta o sei ingrassata? Ah, ancora niente?!”

“Dai che poi diventi una mamma vecchia!”

“E a mamma tua non la fai diventare nonna? Poverina, sta in pensione, avrebbe proprio bisogno di un bel nipotino!”

“Ma con tuo marito tutto ok?”

A tutti quelli che mi hanno posto queste domande, vorrei far leggere la storia che segue.

 

Quando l’ennesimo ginecologo alza lo sguardo dai fogli e comunica fiducioso:”State tranquilli, non avete alcun problema”, dovrei gioire. Invece questa frase mi disturba. Quasi desidero avercelo un problema, così da poter trovare la soluzione.

Credo che la sterilità sine causa sia tra le più difficili da accettare poiché ti insinua quella speranza che “sia solo una questione di fortuna”, che prima o poi accadrà anche a te, poiché “siete giovani e non c’è niente che non va”. E allora smetti di fumare anche quelle cinque sigarette, perdi peso, inizi a fare yoga perché “sai cara, a volte è una questione di stress”.

E così da due anni ogni mese si ripete la stessa storia fatta di soli tre elementi sempre nello stesso ordine: rapporti mirati, speranza e delusione. E la frustrazione cresce, perché il finale non cambia mai. Frustrazione che in me si manifesta come un dolore fisico, come la sensazione di vuoto nella pancia dopo un pugno. Lo stesso dolore mi sembra di ritrovarlo poi, sotto altra forma, negli occhi di mio marito. Ed è per me insopportabile vedere i suoi occhi azzurri ingrigire ogni qualvolta lo informo dell’ennesimo comune fallimento.

Abbiamo deciso di rivolgerci ad un centro di PMA e la prossima settimana inizieremo la preparazione per la IUI. Non ci assicurano che sia la strategia vincente, perché non si è individuato l’ostacolo, “Ma tanto vale provarci… non si può mai sapere!”.

Una nuova strada che dovrebbe infondermi speranza e darmi tanta energia. E allora perché mi sento così depressa? Esame dopo esame perdo percezione del mio corpo. Come se questo si riducesse ad un semplice involucro, che non sento più mio. So cosa sta succedendo: sto perdendo autostima, amor proprio. Io, che mi sono sempre battuta per i diritti di noi donne, sono caduta nella trappola culturale donna=madre. Non riuscendo a diventare madre non mi sento più donna. Faccio una ricognizione e mi accorgo di guardarmi sempre meno allo specchio, di non preoccuparmi più di tanto del mio aspetto. Il mio desiderio sessuale è calato. Rido sempre meno. A lavoro sono sempre più distratta e fiacca. Ho accantonato in qualche posto buio tutti i miei interessi, le mie passioni. Vivere la gioia per le piccole cose diventa sempre più difficile. Nemmeno un viaggio, una serata al cinema, un qualsiasi momento di svago mi alleggerisce l’anima. Piango sempre più spesso, parlo sempre meno, cerco di evitare i contatti con la gente. Inizio a nascondere dai social tutti i profili delle amiche che sono diventate mamme nel frattempo: non è invidia, solo una tremenda sensazione di inadeguatezza nel confrontarmi con loro. Io, proprio io, devo accettare di essere imperfetta, in un certo senso menomata. Che dipenda da me o da mio marito non conta: noi siamo un unico corpo.

So che non è questo lo spirito giusto per affrontare un percorso di procreazione medicalmente assistita. Sono consapevole di dovermi ritenere fortunata a poter affrontare questa spesa senza problemi, fortunata ad avere un uomo amorevolissimo al mio fianco che nasconde le sue angosce per non alimentare le mie. Mi riprometto di lavorare su me stessa, di ritornare a guardare il mondo con lo stesso ottimismo di due anni fa. Ché, se dovessimo riuscirci, non posso permettermi di essere così vulnerabile.

Chi glielo dice a quella gente che dentro di me sono già mamma? Che programmo la mia vita nella continua speranza che arriverai.

Chi glielo dice che ti sogno spesso piccolo mio, e al risveglio sento vivida la sensazione del contatto con te, l’emozione di tenerti in braccio guardandoti negli occhi. Mi sembra di sentire il tuo profumo, la tua vocina. Non hai un nome, ma un volto. Sempre lo stesso.

Chi gliela racconta l’angoscia del mattino, quando apro gli occhi e mi rendo conto che non ci sei.

Chi glielo spiega che ti amo già come se fossi una “vera mamma”.

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