UNO. NICOLE

Stamattina alle 8,23 ero al mio appuntamento numero 4 dell’ambulatorio numero 3. In anticipo di 7 minuti. Davanti a me una porta con apertura anti-panico, e una porta allarmata da non aprire, che bisognerebbe parlare di questa scelta terminologica troppo probabilmente del Centro di Scienze della Natalità. Un corridoio marroncino chiaro, sedie troppo appiccicaticce da non poter stendere le gambe, come su un Ryan Air vicino all’ala di sinistra. Da qualche tempo i medici non chiamano più per nome, ma hanno ideato un sistema di cifre e iniziali. La privacy sembra il bozzolo di una farfalla, che ci protegge da cosa e chi non ho mica capito. A me piaceva tanto il mio nome chiamato da Paola. Lei lo dice così, con quel modo giusto per lei, mettendo un accento sbagliato: e legittima ore di pensieri in autostrada, di sogni tra l’ammorbidente e ti dà quel sale della speranza, che le cifre delegittimano in un solo soffio. Ma certe cose ai medici come gliele spieghi?

La lei di fronte a me si allaccia un cinturino di silicone che mi sembra un braccialetto o un orologio, non sono sicura, ma non posso mica fissarla! Il colore della plastica è un rosa acceso, come una kaipiroska di un locale all’aperto in un mese d’estate, ma 0 zanzare. Ora le direi che sarebbe bello avere il coraggio di raccontarsi. Perché il racconto è un dono. E a me piace donarmi. Ma il rumore dei freni supera la musica dei nostri auricolari e la frenata fa cadere i nostri cappotti e la sua borsa. Nell’ ondeggiare sembra di essere in barca; porgendole il cappotto ho l’illusione che lo sappia che lei è felice. Sembra me lo dica tra la sua lana nera e la mia rossa, che lo sappia che in mezzo ai suoi tacchi desideri di altri sembrano calpestati sotto e sembra anche che le mie suole piatte sfiorino il blu come al mare con un temporale inventato. Ma inventato così bene che lo potrei ascoltare e raccontare. Comunque a me il silicone non piace perché ho sempre il panico (vedi sopra il concetto legato alla porta dell’ospedale) che sia lattice e io sono allergica a mille cose, tra cui il lattice. Lei si mette il mascara e io penso che non lo metto da almeno due anni il mascara.

Perché quel giorno di maggio, ero felice anche io, indossavo una salopette sopra una pancia di nove mesi, sopra un bimbo di 3,5 chili. Mi colava il mascara e formava dei segmenti neri che si infrangevano sul collo diventando puntini neri. Non c’è battito. E il mio bambino alle ore 12 era morto dentro di me, senza aver mai conosciuto la mia me fuori, ma solo il mio corpo buio dentro, per 9 lunghi e bellissimi mesi in cui eravamo 1 cosa sola anche se 2. In cui i miei pensieri erano i suoi e mi immaginavo cosa bellissime da fare insieme, noi 3 come una famiglia normale. (…)

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

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