cinquanta per settanta

Il pc era poggiato sul ripiano della cucina. Non dovrei metterlo lì, finisce sempre per sporcarsi e non c’è come mouse pad marmellatato per compromettere la formattazione di un file excel. Ho fatto due giri su me stessa perché ogni novanta gradi di giro cambiavo idea, poi ho aperto la chat e ho scritto “non so se chiederti di accompagnarmi a fare st’ecografia”. Che io gli esami medici sono diciannove anni che vado a farli sempre rigorosamente da sola. Che magari poi sono nervosa e finiamo per litigare. Che mi sembra vagamente autocentrato, chiedergli di sostenermi in questa cosa mentre lui e il suo compagno neanche possono sperare di adottare. Che forse per chiederlo a qualcuno avrei dovuto chiederlo a mio marito Marco, non al mio amico Martino.

Quando telegram mi notifica con il cling il suo “Se vuoi, volentieri” penso uno dei grazie più di cuore della storia e mando giù altre due valeriane.

La scena dopo siamo nella sala d’aspetto del centro PMA, io faccio scorrere senza guardare il biancoblu di facebook sul telefono mentre Martino legge divertito le lettere di ringraziamento che accompagnano le foto dei neonati alle pareti. Quattro cornici a giorno cinquanta per sessanta straripanti di bambini, di una retorica del noi ce l’abbiamo fatta che forse nell’intenzione di quello che ha martellato al muro quei chiodi avrebbe dovuto dare speranza a chi invece sta facendo più fatica. Io, non lo so. Non so qual è stato il punto della mia vita in cui ho pensato che arei voluto dei figli. Non so quanto ho fantasticato sull’essere madre e poi, quando ho incontrato Marco cinque anni fa, sull’essere genitori. Non so neanche se possiamo o non possiamo avere figli. Non è una condizione netta. Dice che ci sono tanti fattori. Dice fai una vita regolata. Dice Ma mangi bene? Dice non pensarci, succede quando non ci pensi.

So che siamo venuti qui per la prima volta in un pomeriggio di ottobre, e abbiamo detto ad una dottoressa vestita di verde di cui non ricordo assolutamente il volto che stavamo provando da due anni avere figli. E lì, nello studio della ginecologa con alle spalle il lettino con le staffe, la palla di ferro ha iniziato a scivolare giù dal binario. La dottoressa ci ha indicato gli esami da fare, con i modi cordiali della ragazza del bar che ti dice “prima fai lo scontrino”. Un sequenza di azioni semplici e decise altrove, di cose che succedono al tuo corpo e sul tuo corpo e che è del tutto scontato che tu sia disposto a fare. Se vuoi il gelato, prima fai lo scontrino. Il fatto che Marco ed io non vogliamo il gelato, ma una famiglia, con tutto quello che questa parola significa e ha significato nella storia di ciascuno di noi e da qualche anno a questa parte di entrambi, non sembra semplicemente a tema.

“Adesso piantala con ste foto e vieni a sederti”. Martino non mi obbedisce mai, ma con le foto la pianta subito, anzi farfuglia pure delle scuse. E viene a sedersi. Inizia a parlarmi parla fitto di qualcosa che ora non ricordo. So solo che con lo sguardo cerca di capire se deve continuare, oppure tacere.

L’ecografista è una ragazza carina e cortese. Fossero almeno antipatiche potrei prendermela con loro. “Buongiorno, si tolga pantaloni e mutandine”. Mi domando a sproposito se anche quelle degli uomini le chiamino “mutandine”. Penso che è buffo, chiedere a qualcuno di togliersi le mutande dandogli del lei. Penso che questo non è l’ordine giusto. L’ordine giusto è: primo, mi spieghi cosa stai per farmi, secondo, mi spieghi il perchè, terzo (solo terzo) mi dici cosa devo fare io. Non glielo dico così, ma glielo dico. Lei naturalmente si scoccia. Almeno ora è antipatica, così siamo in due.

Adesso il punto in cui siamo è questo qui, Marco dice “un punto sospeso”. Monitoraggio del ciclo naturale, spermiogramma, esami che coinvolgono tutte le parti dei nostri corpi che fino ad ora avevamo pensato di condividere solo a nostra discrezione. E poi? La palla continua a rotolare. Se vuoi questo devi fare così. Io per adesso resto ferma in mezzo al bar, a guardare il bancone dei gelati, e mi sento in una commedia dell’assurdo in cui non posso andare a fare lo scontrino e allo stesso tempo non posso non farlo.

E forse il gioco è tutto e soltanto continuare a respirare. Non chiudere, non spegnere, non scappare. Piantarla con quelle foto (ma come gli viene in mente quella pioggia di neonati nella sala d’aspetto? Ma veramente?) e sedersi qui. E stare. Qui, che è ciascun giorno in cui lavoriamo di scalpello e pennellino, per mantenere l’immaginario sulla nostra famiglia a colori. Per non lasciare andare il desiderio e la speranza in dolore e fatica. Per non pensarci. Perché prima regola: non pensarci, non pensarci mai. Succede quando non ci pensi (se per dire sei lì con un ecografo infilato nella vagina, tu fai finta che sia, non so la pulizia dei denti quella col laser. Guarda te che tecnologie, che si inventano, al giorno d’oggi). Non pensarci, ma non negarlo. Non smettere di riderne, ma stare dentro. Per stare dentro e non soffocare. Per mantenere la nostra intimità ad un livello accettabile, sfiorando il fantasy per creare giochi erotici da uno stick di ovulazione clearblue. E dimenticarsi il volto della dottoressa, anche se non posso odiarla perché era gentile. E poggiare il pc sul ripiano della cucina, e pazienza anche se si sporca. Essere grati per le persone attorno, per i cling di telegram, per ogni passo che si fa, ogni contatto, ogni pensiero buono, ogni risata, che aiuta a non affondare.

1 commento
  1. Feebok
    Feebok dice:

    Mi sono trovata nella tua stessa situazione: sola a fare esami medici, senza nessun sostegno da parte della persona che amavo. Per fortuna che esistono gli amici, quelli veri! Dobbiamo essere sempre grati alle persone che abbiamo vicino, “per ogni passo che si fa insieme.” Grazie per aver condiviso la tua storia, non mi sono sentita sola.

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