I giorni della perdita – 2

È l’estate più calda degli ultimi decenni quando, per andare all’ospedale, usciamo nel sole che infuoca le strade.
Tentiamo di respirare questa aria rovente. Ci trasciniamo in una lotta che non pronuncia parola, una lotta appena disturbata dal profumo affilato, come un rasoio, della speranza.
Ci incamminiamo. Attraversiamo il muro freddo dell’aria condizionata, ci muoviamo tenendoci per mano fra ascensori e corridoi, ci muoviamo verso l’ennesimo e disumano verdetto delle macchine. Alla fine raggiungiamo la stanza dove nella penombra ci aspetta il medico.
Penso che Roberta ha trascorso le ultime tre settimane a letto, mentre si sdraia ancora e si prepara all’ecografia.
Il ginecologo è cambiato.
Questa volta i suoi occhi non sono di ghiaccio. È un uomo gentile e, mentre decifra le ombre e i segni, immagino che persino per lui non sia facile trovare le parole. Fuori l’estate scioglie l’asfalto delle strade e abbaglia i gatti che cercano rifugio nell’ombra degli alberi. Lui si attarda un istante di più, forse per sottolineare il proprio impegno, e poi si volta verso di noi.
Mi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire e, quando parla, sento arrivare dentro di me una sensazione già conosciuta. Prima è una coltellata che mi buca il ventre, una coltellata a tradimento, testimoniata da un dolore fitto e sottile, poi mi avvolge una strana calma. Una coperta che mi protegge da tutto ciò che potrei provare o pensare.
«Mi dispiace», mormora l’uomo nella penombra. «Non si vede l’embrione, ma io farei ancora un dosaggio delle BHCG, giusto per essere sicuri.»
Facciamo qualche domanda, chiediamo se c’è ancora qualche possibilità, ma la risposta è chiara e concisa, forse per evitarci ulteriori aspettative.
Usciamo dall’ospedale parlando di cose senza importanza, e io immagino che chiunque ci veda possa pensare a noi come a una spensierata coppia che cammina mano nella mano.
Cerco di scherzare e sdrammatizzo inventando nomi bizzarri per quella stanza da cui siamo usciti, più volte, storditi e impotenti. Mi dico che lo faccio per lei, che certamente soffre molto più di me, ma mi sento un attore, non molto abile, un attore che recita un dramma privo di bellezza.
«Non lo so…» dico. «Ma non me la sento proprio di andare a casa… Forse è meglio se usciamo, se ci distraiamo un po’…»
Mentre lei svanisce nel silenzio, la mia mente torna alla vacanza in Sardegna e ai discorsi sul risanamento dell’attenzione.
Tutto mi sembra una farsa. Il cielo, gli alberi, le mie mani, niente sembra più avere un significato.
«Forse hai ragione», dice lei, le mani vuote, perdute lungo i fianchi.
Più tardi vado a prendere la macchina, mentre lei mi aspetta a casa, ma la trovo senza una ruota. Noto, però, che il ladro ha avuto la gentilezza di appoggiare il mozzo a una pila di mattoni, sorrido e faccio una riverenza, rivolto all’accecante cielo azzurro, quindi telefono a Roberta.
«Sono io», dico, «ci hanno anche fottuto una ruota.»
«Molto bene», risponde lei. «E adesso?»
«Non lo so… Vedo di mettere quella di scorta e poi ti vengo a prendere. Potremmo andare da uno sfasciacarrozze… Così ne prendiamo un’altra e non ci pensiamo più.»
Quando lei si siede accanto a me, il suo volto è graffiato nella pietra. L’auto si muove mentre attorno scorrono palazzi, facce sconosciute e un intero universo di esistenze eteree come fantasmi.
Lei guarda fuori dal finestrino, accenna un lancinante sorriso e si prepara, forse senza saperlo, a dire una di quelle cose che mai nella vita si lasciano dimenticare.
«Credo», mormora rompendomi in due il cuore, «credo di non aver mai visto tante donne incinte come in questi giorni.»
Fuori il mondo insiste nel suo fluire, nessuno dei due parla, il silenzio ci avvolge e ci soffoca, ma semplicemente non ho nulla da dire. Non sento nulla e non provo nulla, posso solo continuare a pensare che devo essere forte per lei, e che devo proteggerla. (…)

 

Il secondo estratto del capitolo “I giorni della perdita” è tratto dal romanzo “Sei sempre stato qui”.

© 2016 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli

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